Franco Valente

L’Agnello che si libera del Demonio a Larino

Larino

Un anno fa Marcello Pastorini mi invitò a recarmi a Larino a vedere una strana pietra che egli aveva scoperto nella casa di Salvatore Malatesta  nei pressi della cosiddetta Porta da Basso, a un centinaio di metri dalla Cattedrale.

Larino

 

Si tratta di una pietra che una volta faceva parte di un edificio distrutto a seguito di qualche evento inaspettato e successivamente, divenut erratica, è stata ricollocata in un altro contesto.

E, se non si conosce il contesto, diventa arduo capire quali significati possano avere le immagini che vi sopravvivono.

Perciò, provare a decifrarle, se non altro, è uno stimolo a considerare che nel nostro Molise esiste ancora una grande quantità di segni che l’incuria degli uomini e l’ingiuria degli eventi naturali non ci permettono di capire bene.

In questa categoria si pone anche la misteriosa pietra di Larino che, se fortunatamente è ben conservata, è decontestualizzata.  Sicché, per capire di cosa si tratti, secondo il mio solito, cerco di trovare la soluzione osservando soggetti analoghi in altre parti del Molise nella piena consapevolezza che in questa regione è quasi sempre possibile trovare quegli elementi che comunque appartengono alla cultura europea della quale fanno parte a pieno titolo.

La pietra è alta poco più di un metro ed è larga mediamente più o meno 25 centimetri.

 

LarinoBase

 

Nella parte più bassa una struttura geometrica che accenna a una composizione loricata, ma che della lorica non ha nulla.

Un archetto centrale contiene un dado che sembra la testa di un chiodo. Dal punto alto della curva partono due archi simmetrici che terminano con una punta lanceolata rivolta verso il basso.

 

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Un quarto arco si appoggia sul tutto e da esso nascono due figure del tutto incomprensibili vagamente speculari. Sull’asse verticale, che ha una base triangolare, si appoggia una piastra rettangolare a rilievo che contiene quattro losanghe poste in verticale.

 

Rosone

 

Al disopra vi è una ruota che, come i rosoni delle basiliche, è formata da 14 raggi uniti da altrettanti  archetti.

 

indemoniato

Nella parte più alta è posta la figura di un animale ritratto di profilo con la testa girata all’indietro e la zampa posteriore piegata. Dalla bocca esce un serpentone che se ne va verso l’alto con il capo rivolto al basso.

La pietra è in posizione correttamente verticale. Era probabilmente la spalletta di destra di una finestra o comunque di un’apertura

Non sappiamo da dove provenga. E’ facile dire che probabilmente apparteneva a un edificio costruito sicuramente dopo il 1319 (anno di costruzione della facciata della Cattedrale), e che, probabilmente, è crollato con il terremoto del 1456.

Lo suggeriscono i caratteri stilistici, ma anche le particolarità del rosone che sembrerebbe essere stato ispirato da quello che si apre sulla facciata della vicina S. Pardo.

 

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Il numero dei raggi non è lo stesso. 14 invece di 13, ma le piccole tacche sui pilastrini, benché appena accennate, potrebbero essere il tentativo di associarle alla forma a torciglione di quelli della Cattedrale.

La presenza del rosone, dunque, ci rinvia alla facciata della Cattedrale e conseguentemente forse anche gli altri elementi sono stati ispirati da qualcosa che sta su quella facciata, come gli archi contrapposti della base che ricordano vagamente i racemi della fascia perimetrale dell’oculus di riferimento.

 

cattedrale

 

Così pure l’animale dalla cui bocca esce il serpente sembra essere una rozza riproposizione dell’agnello che nell’originale è portatore di una croce.
Che il serpente rappresenti il Demonio è cosa certa e che nella tradizione antica gli indemoniati si liberino dall’ossesso dalla bocca è cosa risaputa.

Dunque non vi sono dubbi che si tratti della liberazione di un indemoniato.

La questione è complessa e nei Vangeli se ne fa ampio cenno nell’episodio della liberazione degli indemoniati.
Dal Vangelo di Marco (5,1-14):

Intanto giunsero all’altra riva del mare, nella regione dei Gerasèni. Come scese dalla barca, gli venne incontro dai sepolcri un uomo posseduto da uno spirito immondo. Egli aveva la sua dimora nei sepolcri e nessuno più riusciva a tenerlo legato neanche con catene, perché più volte era stato legato con ceppi e catene, ma aveva sempre spezzato le catene e infranto i ceppi, e nessuno più riusciva a domarlo. Continuamente, notte e giorno, tra i sepolcri e sui monti, gridava e si percuoteva con pietre. Visto Gesù da lontano, accorse, gli si gettò ai piedi, e urlando a gran voce disse: «Che hai tu in comune con me, Gesù, Figlio del Dio altissimo? Ti scongiuro, in nome di Dio, non tormentarmi!». Gli diceva infatti: «Esci, spirito immondo, da quest’uomo!». E gli domandò: «Come ti chiami?». «Mi chiamo Legione, gli rispose, perché siamo in molti». E prese a scongiurarlo con insistenza perché non lo cacciasse fuori da quella regione.Ora c’era là, sul monte, un numeroso branco di porci al pascolo. E gli spiriti lo scongiurarono: «Mandaci da quei porci, perché entriamo in essi». Glielo permise. E gli spiriti immondi uscirono ed entrarono nei porci e il branco si precipitò dal burrone nel mare; erano circa duemila e affogarono uno dopo l’altro nel mare.

 

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Lo spirito demoniaco in genere viene associato a un angelo dalle ali di pipistrello oppure al serpente.

Nel Molise abbiamo almeno altri tre esempi di liberazione di indemoniati.
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Uno è del XIV secolo e si trova tra le rappresentazioni in affresco della cripta dell’Annunziata di Jelsi.

La pittura fa riferimento alla cosiddetta donna curva del Vangelo di Luca (13,10-17)
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In quel tempo, Gesù stava insegnando in una sinagoga il giorno di sabato. C’era là una donna che aveva da diciotto anni uno spirito che la teneva inferma; era curva e non poteva drizzarsi in nessun modo.
Gesù la vide, la chiamò a sé e le disse: “Donna, sei libera dalla tua infermità”, e le impose le mani. Subito quella si raddrizzò e glorificava Dio.
Ma il capo della sinagoga, sdegnato perché Gesù aveva operato quella guarigione di sabato, rivolgendosi alla folla disse: “Ci sono sei giorni in cui si deve lavorare; in quelli dunque venite a farvi curare e non in giorno di sabato”.
Il Signore replicò: “Ipocriti, non scioglie forse, di sabato, ciascuno di voi il bue o l’asino dalla mangiatoia, per condurlo ad abbeverarsi? E questa figlia di Abramo, che satana ha tenuto legata diciott’anni, non doveva essere sciolta da questo legame in giorno di sabato?”
Quando egli diceva queste cose, tutti i suoi avversari si vergognavano, mentre la folla intera esultava per tutte le meraviglie da lui compiute.

 

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Una seconda rappresentazione dell’indemoniato che si libera si trova in una lunetta di Guardialfiera. Oltre l’immagine di un leone rampante che tiene nella zampa una lancia che è allineata con il suo corpo è rappresentato un personaggio visto di profilo e con le mani allargate. Con la sinistra stringe l’elsa di una spada posta in verticale. Con la destra sembra mantenere qualcosa che potrebbe essere un pugnale o un martello. Le condizioni di degrado non permettono di andare oltre. Invece degna di attenzione è la bocca spalancata perché dal suo interno sembra uscire una figura la cui testa è ancora dentro mentre in alto si agitano due gambe che sembrano appartenere ad un essere marino.

 

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Nessuna epigrafe accompagna la figura, ma nel suo complesso sembra voler rappresentare un individuo che sta esalando il proprio spirito o, addirittura, un indemoniato dalla cui bocca sta uscendo il demonio sotto forma di mostro marino.

La terza si trova nella chiesa di S. Antonio Abate di Campobasso, sull’altare maggiore.

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E’ l’illustrazione di un episodio raccontato da Gregorio Magno nei suoi Dialoghi (edizione Christoforo Zanetti, 1575, p. 83-84). La scena è ambientata nella Montecssino rinascimentale, ma si riferisce a S. Benedetto che libera l’ossesso.

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Francesco Guarino (Solofra 1611 – Gravina 1651) nel 1643 realizzò questo quadro, che è considerato tra i migliori della sua ampia produzione.

Ma perché a Larino un agnello che si libera del Demonio?

Intanto bisogna dire che certamente si tratta di una liberazione perché la testa del serpente è fuori del corpo. Poi, che si tratti di un agnello, sembra potersi affermare con ragionevole sicurezza. Lo conferma la posizione retroversa della testa che è tipica degli agnelli cruciferi, compresi i due che appaiono sulla cattedrale di Larino.

Boiano   AgnelloFERRAZZANO
Agnello Crucifero a Boiano e a Ferrazzano

Per quanto io ne sappia non esiste altra rappresentazione di un agnello che si libera dal demonio. Dunque si tratta di una rappresentazione sicuramente originale o comunque rarissima che implica una serie di ragionamenti anche di natura teologica se si vuole associare alla figura dell’agnello quella di Cristo, come è logico che si faccia in presenza degli Agnelli cruciferi.

Nel nostro caso la croce manca. Ma questo non rappresenterebbe un’eccezione. Nel Molise, per esempio, nella chiesa di S. Pietro di Pianisi, abbiamo un altro esempio di Agnello che rappresenta Cristo e non ha la croce.

S. Pietro a Pianisi

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