Franco Valente

A Pacentro e Sulmona le immagini di Giacomo Caldora.

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A Pacentro e Sulmona le immagini di Giacomo Caldora

 

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Dell’epopea dei Caldora, e in particolare di Giacomo e Antonio, molto si è scritto e tanto ancora si deve scrivere. Me ne sto occupando nell’ambito di una storia dei castelli, delle rocche e delle cinte fortificate del Molise.

E’ ovvio che una storia delle fortificazioni in chiave regionale sarebbe assolutamente banale se non si tenesse conto del contesto generale in cui vanno a collocarsi gli episodi di cui ci si occupa e dei fatti che accadono fuori dei confini geografici che ci si è imposti.


Per questo, trattando dei Caldora, non si può non sconfinare nel contiguo Abruzzo dove quella famiglia ha lasciato tracce consistenti del proprio dominio.


Ovviamente non possono essere tralasciati due monumenti che hanno costituito da sempre una sorta di sintesi ideologica e di luogo della memoria storica della famiglia Caldora. Particolarmente di Giacomo.


Da una parte la cappella di famiglia che Rita Cantelmo, sua madre, volle far edificare all’interno della chiesa del Monastero di S. Spirito a Sulmona e dall’altra il castello di Pacentro.


Delle analisi storiche e delle vicende artistiche ed architettoniche dei due luoghi si parlerà a tempo opportuno. Al momento interessa appuntare l’attenzione su due elementi che in qualche modo sono interessanti più che altro per capire se Giacomo Caldora nel suo esistere si sia preoccupato solo di consolidare il suo potere attraverso opere architettoniche finalizzate alla difesa dei suoi domini, oppure abbia voluto lasciare negli elementi decorativi delle sue architetture una traccia della sua personalità o della sua convinzione ideologica.

 

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Cappella Caldora a Sulmona. Le insegne di famiglia

La vicenda politica di Giacomo è stata caratterizzata da una sostanziale devozione alla causa angioina di fronte alla quale i segni araldici che gli appartenevano sembrano limitarsi a pochi esempi in cui le sue insegne si risolvono in uno scudo inquartato, il primo ed il quarto di oro, il secondo ed il terzo di azzurro ed il motto Coelum Coeli domino, Terram autem dedit filiis hominum (dette il Cielo al Signore del Cielo, dette invece la Terra ai figli degli uomini) che sarebbe stato ripreso dalla parole del biblico Davide.

Se si esclude l’arca obituaria che si trova nella cappella di S. Spirito e fatta realizzare da Rita per ricordare ai posteri il tragico epilogo della vita del giovane figlio Restaino, non sono sopravvissuti segni araldici evidenti del dominio caldoresco.


Credo che una sistematica damnatio memoriae successiva all’insediamento di Alfonso d’Aragona sul trono di Napoli abbia determinato la cancellazione pressoché totale di ogni traccia araldica, come sembra potersi dimostrare cominciando dagli scudi che sopravvivono senza insegne sulle mura del castello di Pacentro.


Sulle vicende storiche ed architettoniche della rocca-castello di Pacentro esiste un’ampia bibliografia recentemente richiamata da Giuliano Romalli con l’aggiunta di un’analisi puntuale e pienamente condivisibile sulla evoluzione dell’apparato murario (G. Romalli, Da Guardiagrele a Pacentro, dagli Orsini ai Caldora: Castelli o residenze baronali? Pescara 2008).


Per il piacere di aggiungere qualche ulteriore considerazione appunterei l’attenzione su due elementi dei quali comunque Romalli si è occupato evitando, in assenza di documenti probatori, di azzardare ipotesi.

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Pacentro. Lo spigolo della torre posteriore

Mi riferisco ad alcuni elementi caratteristici dell’apparato apicale della cosiddetta torre posteriore, forse in funzione di estrema difesa, il cui coronamento presenta elementi sicuramente singolari che possono giustificarsi proprio se ad essi si dà un significato ideologico.


Romalli avanza l’ipotesi, che personalmente condivido, che la testa di donna che appare sul parapetto occidentale, possa essere l’immagine della madre Rita Cantelmo che nella vicenda caldoresca ebbe parte rilevante soprattutto dal momento in cui suo marito, Giovanni Antonio Caldora, era morto sulla forca nel 1381 a conclusione di una serie di problematici rapporti con Carlo III di Durazzo che, giustiziandolo in quel modo, si liberava di un personaggio sicuramente scomodo.


Non sappiamo se in quell’anno la residenza dei Caldora fosse ancora Castel del Giudice, nell’alto Sangro, dove Giacomo era nato nel 1368, certo è che Rita ha avuto sempre un ruolo da protagonista negli avvenimenti familiari successivi alla morte del marito.

 

Dunque più che giustificata l’immagine di Rita sul punto più alto della torre, in un luogo la cui inaccessibilità rappresenta il desiderio di rendere impossibile una sua cancellazione se non attraverso la demolizione di tutto l’apparato.

 

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Pacentro. Parapetto della torre posteriore. Rita Cantelmo

 

Ma se ciò è vero, come ritengo, analoga interpretazione deve estendersi agli altri personaggi rappresentati al disotto delle mensole del parapetto.

 

Orbene se qualche dubbio può insinuarsi nel riconoscere nell’immagine del cavaliere dal cappello piumato la figura del fratello Restaino, morto prematuramente, e nel personaggio dal capo coperto da un cappuccio l’altro fratello Raimondo, non ho dubbi nel ritenere che il volto che appare sulla mensola posta sullo spigolo che guarda verso il paese appartenga proprio a Giacomo, colui che quella torre volle ricostruire e ampliare.

 

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Pacentro. Mensola del parapetto della torre posteriore. Restaino Caldora?

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Pacentro. Mensola del parapetto della torre posteriore. Raimondo Caldora?

 

A sostenere l’ipotesi porterei due considerazioni. Da una parte i caratteri fisionomici del volto di questo personaggio e dall’altra la particolare forma degli archetti che, appoggiandosi sui beccatelli, sorreggono l’apparato a sporgere e il parapetto.

 

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Pacentro. Mensola del parapetto della torre posteriore. Giacomo Caldora

 

Di Giacomo Caldora conosciamo solo un’immagine. Si trova all’interno del ciclo di affreschi che decorano la cappella di famiglia in Sulmona, alla quale abbiamo già fatto cenno.

La storia di questa cappella è abbastanza conosciuta e ormai si conosce anche la sequenza degli interventi più significativi che, nella sostanza, si riferiscono a due episodi fondamentali della storia dei Caldora.

 

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Sulmona. Monastero del Santo Spirito. Cappella Caldora. La tomba di Restaino


Il primo è legato alla morte prematura di Restaino avvenuta nel 1412. La madre Rita affidò alla mano di  Gualtiero d’Alemagna l’esecuzione del monumento funebre nel quale sarebbero state collocate le spoglie mortali del giovane figlio. Sull’arca si legge: ANNO Domini MCCCCXII HOC OPUS FECIT FIERI DOMINA RITA CANTELMA AD LAUDEM VIRGINIS ET AD MEMORIAM IPSIUS ET FILIORUM SUORUM Dominorum JACOBI, RAIMUNDI ET RESTAYNI AMEN.

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Sulmona. Monastero del Santo Spirito. Cappella Caldora. La tomba di Restaino

 

Più in basso: HOC OPUS FECIT MAGISTER GUALTERIUS DE ALEMANIA.

Sul fronte del monumento, insieme alle insegne araldiche dei Caldora e dei Cantelmo vi è anche una mensola con le immagini oranti di Rita Cantelmo e dei figli viventi Giacomo (che allora aveva 44 anni) e Raimondo. Che siano i due fratelli e la madre lo attesta l’epigrafe: D.NA RITA D.NUS JACOBUS RAIMUNDUS

 

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Sulmona. Monastero del Santo Spirito. Cappella Caldora. La tomba di Restaino. Rita Cantelmo con i figli Giacomo e Raimondo

 

Il secondo è legato alla morte di Giacomo avvenuta nel 1439 per colpo apoplettico mentre si preparava ad attaccare, per saccheggiarlo, Colle Sannita: E mentre quelli travagliavano di accordare i soldati, & ei passeggiava per lo piano, discorrendo co’l Conte d’Altavilla, e con Cola de Ofieri, del modo che potea tenere per passare à Napoli, li cadde una goccia dal capo nel cuore, che bisognò che’l Conte lo sostenesse che non cadesse da cavallo, e disceso, da molti che corsero fù portato al suo Padiglione, dove poche ore dopo uscì di vita à dì 15 di novembre 1439. (A. DI COSTANZO, Historia del Regno di Napoli)


I suoi resti mortali furono trasferiti, per sua precedente decisione, a Sulmona e deposti (e qualche tempo dopo trafugati) nel monumento funebre fatto realizzare fin dal 1412 da sua madre Rita Cantelmo, per sé e per i suoi figli, nella chiesa abbaziale di S. Spirito.

 

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Sulmona. Monastero del Santo Spirito. Cappella Caldora. Giacomo Caldora

 

Successivamente alla deposizione del corpo di Giacomo nello stesso sepolcro del fratello Restaino, secondo Fernando Bologna, furono eseguiti gli affreschi che, tra gli altri, riportarono l’immagine del grande capitano di ventura.


La rappresentazione è molto particolare non tanto nell’abbigliamento che risponde a criteri di rappresentazione abbastanza canonici. Dall’ampio mantello escono le braccia che sembrano essere protette da una corazza metallica molto aderente mentre la mano sinistra si appoggia all’elsa di una grande spada. Una calzamaglia copre le gambe. Molto dettagliato è il volto che si caratterizza per un naso dal carattere camuso, i grandi occhi quasi a mandorla e una barba rossiccia che evidenzia un viso piuttosto piatto con capelli ondulati divisi al centro e tagliati all’altezza delle orecchie.


Rimane il dubbio sul perché la testa appaia circondata da un’aureola a raggi scanalati e per quale motivo abbia un aspetto giovanile sebbene si sappia che Giacomo sia morto ultra settantenne.

 

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Sulmona. Monastero del Santo Spirito. Cappella Caldora. Giacomo Caldora

 

Si tratta di una forzatura che molto probabilmente fu frutto di una sorta di santificazione da parte dei familiari di un personaggio che grande parte aveva avuto nella storia politica e militare del primo Quattrocento, non solo nel regno di Napoli. A questo si aggiunga una particolare venerazione che si sviluppò in chiave ideologica contro i Mori quando a S. Giacomo fu attribuito il patronato sui cavalieri che si opponevano alla penetrazione moresca.

S. Giacomo addirittura fu spesso rappresentato con le sembianze di un cavaliere che ammazza un moro, tanto da raccogliere l’apellativo di Matamoros. Nel nostro caso si può ipotizzare che nella stessa immagine si sia voluto rappresentare S. Giacomo Matamoros con le sembianze di Giacomo Caldora quasi a confermare un rapporto devozionale molto solido tra Giacomo e il suo santo protettore.

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Immagine popolare di S. Giacomo Matamoros


Sono proprio i caratteri molto particolari del volto che rendono plausibile l’ipotesi che anche il personaggio che appare sulla mensola estrema della torre di Pacentro sia proprio Giacomo. Stesso viso piatto, stessi occhi grandi a mandorla, stesso naso camuso e abbastanza simili anche la barba e i capelli.


Ma c’è una questione architettonica che si può risolvere solo ipotizzando che sulla torre sia stata apposta una vera e propria firma ideologica che discenda dal rapporto devozionale che l’affresco di Sulmona ci fa ipotizzare: la particolare forma a valva di conchiglia degli archetti che reggono il parapetto.

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Apparentemente si tratta di una semplice libertà espressiva del mastro costruttore di quella parte della torre. Però sembra improbabile che questa sia l’origine di quella forma così particolare se si tiene conto che la presenza dei volti dei personaggi di famiglia sulle mensole fu conseguenza di una speciale volontà del committente Giacomo che in qualche modo voleva che la parte più inaccessibile dell’apparato difensivo fosse la sintesi simbolica del suo nucleo familiare.


E quale elemento poteva riassumere significativamente il suo nome di battesimo se non la conchiglia che è il simbolo per eccellenza dell’apostolo Giacomo, suo santo protettore?

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Quelle conchiglie, dunque, richiamando simbolicamente il santo sepolto a Compostella, sono il marchio personale di Giacomo che in quel modo insolito ha voluto lasciare il segno del suo dominio terreno su una torre che sicuramente era una delle più potenti tra le strutture castellane che egli aveva disseminato nei territori da lui controllati.

 

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A questo punto nasce spontaneo il desiderio di una rivisitazione critica della fontana ottagonale che, smontata e rimontata più volte nella piazza di Pacentro, contiene una grande conchiglia che alimenta la fantasia sulle motivazioni della presenza di una grande conchiglia su uno dei pannelli della vasca.

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Ma per questo ci sarà tempo per ragionare!

Un ringraziamento particolare alla dott.ssa Anna Colangelo per l’accesso alla Cappella Caldora.

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3 Commenti

  1. Gregorio LEONARDI 27 marzo 2014 at 04:24

    Preg.mo Franco,
    grazie per l’interessante articolo e le belle foto del castello Caldora. Abito a PACENTRO e invito gli amici del forum appassionati di storia, tradizioni, cultura e paesaggio a visitare questi splendidi posti.

  2. Romano Verlingieri 9 marzo 2015 at 18:32

    Dal mio cognome certamente potrai capire la provenienza della mia famiglia originariamente chiamata Berlinghieri. Sto facendo ricerche in questo senso ed ho trovato molto interessante quello che hai scritto. Grazie.

  3. Franco Valente 9 marzo 2015 at 21:45

    Nel Molise il cognome Berlingieri si trova diffusamente a Roccamadolfi.
    Io avrei un’altra teoria sull’origine del nome.
    Prova a leggere quello che ho scritto:
    http://www.francovalente.it/2009/10/13/a-roccamandolfi-un-cristo-crocifisso-con-le-braghe-una-rarita-nell%E2%80%99iconografia-cristiana-medioevale/

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