Franco Valente

I marmi settecenteschi dell’Annunziata di Venafro

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I marmi settecenteschi dell’Annunziata di Venafro. DSC_0475 copia

(estratto dal volume di prossima pubblicazione: F. VALENTE, La Cattedrale, l’Annunziata e altre chiese di Venafro).
Non sappiamo se le decorazioni dell’altare maggiore dell’Annunziata di Venafro furono tutte opera degli stuccatori milanesi che lavorarono alla chiesa, ma certamente la parte marmorea dell’altare fu realizzata a Napoli, come appare con assoluta chiarezza dai caratteri stilistici e dalle modalità esecutive.

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Così ne parla Vittorio Casale (Cosimo Fanzago e il marmo commesso fra Abruzzo e Campania nell’età barocca, L’Aquila 1995): Venafro presenta una concentrazione di manufatti marmorei notevole per quantità e qualità, che meriterebbe certo una ricerca approfondita. Ancora anonimi sono infatti l’altar maggiore di Santa Chiara, datato 1730, molto elegante nella controllata policromia dell’intarsio, e l’altar maggiore dell’Annunziata, arricchito da un bassorilievo e da due raffinati putti capoaltare (metà del secolo, se non oltre). Sempre nella chiesa dell’Annunziata sembrano dello stesso marmoraro i due angeli dei  pilastri d’ingresso, scampati ad un furto che ha strappato i loro due compagni e le acquasantiere che fiancheggiavano. Si tratta certamente di un dotato scultore, da rintracciare nella costellazione dei sammartiniani.

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Per la cronaca i due putti rubati sono stati recentemente recuperati e ricollocati al loro posto anche se delle due acquasantiere non si è trovata traccia.

La questione stilistica sollecitata da Casale è stata ripresa da Dora Catalano che, nell’ambito di uno studio su Francesco Varriale, (Per Francesco Varriale “marmoraro della citta di napoli” Schede Molisane, in Rivista Storica del Sannio, 6, 3.a serie, Anno III, 1997, pp. 142-163) ha rinvenuto nell’archivio di Stato di Campobasso un atto notarile, rogato a Venafro il 17 gennaio 1780, che certifica senza dubbi la paternità delle due acquasantiere che, nonostante le traslazioni furtive, ancora sopravvivono.

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Nel contratto sottoscritto davanti al notaio Giuseppe Melucci di Venafro, il Priore e il Procuratore generale di allora della confraternita (Giovanni Civitanova e Francesco Di Pilla), dichiarano di ricevere da Francesco Varreale marmoraro della città di Napoli al presente di transito per questa Città  … tutto il marmo per due fonti d’acquasanta tale quale sta descritto nell’Istromento rogato per mano mia sotto il dì12 maggio 1779.

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A collaudare la bontà dell’opera furono chiamati Fra Francesco Carmosino laico del Convento di S. Francesco Maestro stuccatore, e Mastro Sanino Sammarone capo Mastro fabricatore i quali presero anche atto che, oltre le opere concordate, Francesco Varriale aveva realizzato anche due mensole di marmo del valore di 10 ducati.
Nell’atto si riassume anche la situazione dei pagamenti e alla fine Francesco Varriale dichiara di ricevere complessivamente 340 ducati e 8 carlini dei 470 ducati e 8 carlini concordati, sicché gli amministratori dell’Ave Gratia Plena si impegnano a pagare la somma rimanente entro il settembre di quell’anno 1780.

Le acquasantiere di Francesco Varriale costituiscono sicuramente due capolavori sui quali si dovrà necessariamente ritornare per chiarire definitivamente se furono tutta opera della bottega del marmoraro napoletano oppure se alla sua esecuzione intervennero anche altri artisti.

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