Franco Valente

Nella Massoneria napoletana del secolo XVIII vi è un filo che la congiunge ai Borrello di Pietrabbondante e di Agnone.

F.MariaRUSSO1749

Nella Massoneria napoletana del secolo XVIII vi è un filo che la congiunge ai Borrello di Pietrabbondante e di Agnone.

Se vi capita di andare a Napoli dal Molise non rinunciate alla visita di uno dei monumenti più belli e misteriosi della storia dell’arte e dell’architettura mondiale: la Cappella Sansevero di Raimondo di Sangro, popolarmente conosciuta come la Chiesa del Cristo velato.
Visitatela quando non c’è molta gente perché al suo interno non dovete avere fretta.
Se vi è possibile sedetevi e osservate con attenzione anche la volta della cappella. Vi scoprirete una parte della storia del nostro Molise.
Franco Valente

F.MariaRUSSO1749
Napoli. Cappella Sansevero. Francesco Maria Russo. Il Paradiso. 1749

La prima e più completa ricostruzione della complessa vicenda dei Borrello è stata curata da Cesare Rivera nel 1919. Uno studio che nella sostanza ancora oggi rimane insuperato e al quale possiamo aggiungere solamente alcune puntualizzazioni che aiutino a capire meglio i contesti territoriali in cui gli avvenimenti ricostruiti si sono svolti.
Certamente l’epopea dei Borrello, che sembra chiudersi con l’avvento degli Svevi e degli Angioini, in realtà è temporalmente molto più lunga e probabilmente confluisce nelle vicende attribuite alla famiglia di Sangro che, unendosi ai Sansevero, determineranno a Napoli una delle più straordinarie avventure esoteriche legate alla storia personale di Raimondo di Sangro.

Ma andiamo per gradi partendo proprio dalla fine per dare un senso logico a quanto Raimondo fece rappresentare all’interno della ben nota Cappella Sansevero-di Sangro a Napoli che, a prescindere dai significati simbolico-massonici ampiamente studiati, contiene elementi iconografici che riconducono proprio alla vicenda dei nostri Borrello.
Un richiamo alle origini che Raimondo ritenne di sostenere ragionevolmente senza rendersi conto che le sue conoscenze, benché corrette in via di principio, contenevano grossolani errori che la moderna storiografia ha evidenziato e rettificato.
In realtà solo con il saggio di Cesare Rivera del 1919 si possono correttamente comprendere le origini della famiglia che Raimondo di Sangro aveva rinviato ai conti dei Marsi, nella piena convinzione che tali conti avessero la propria sede nella Marsica.
La Cappella Sansevero fu completata nella forma che oggi conosciamo nel quarto decennio del secolo XVIII e nel 1749  la Gloria del Paradiso fu affrescata da Francesco Maria Russo.

RandisioBLOG
Cappella Sansevero. S. Randisio

Si tratta di una sorta di paradiso pittorico in cui si distribuiscono le immagini dei personaggi di famiglia che, santificati dalla Chiesa, sono saliti agli onori degli altari.
Nessun cenno si fa ai Borrello perché in maniera sbrigativa i suoi antenati negli scudi in cui sono rappresentati vengono semplicemente definiti “conti de Marsi e Sangro”:
S. RANDISIO DE CONTI DE MARSI E SANGRO,
S. BERARDO CARDINALE DE CONTI DE MARSI E SANGRO,
S. FILIPPA DE CONTI DE MARSI E SANGRO,
S. ROSALIA DE CONTI DE MARSI E SANGRO,
S. ODORISIO CARDINALE DE CONTI DE MARSI E SANGRO,
S. BERARDO DE CONTI DE MARSI E SANGRO,

OdorisioBLOG
Cappella Sansevero. S. Odorisio

Eppure certamente in quell’epoca, ovvero quando furono commissionate e realizzate quelle pitture, era stata già stampata la Storia dell’Abbazia di Montecassino e le Accessiones con le quali Erasmo Gattola, archivista di quel monastero, aveva trascritto le fonti originali nelle quali le vicende de Borrello, e in particolare di S. Randisio e di S. Odorisio, erano documentate.

Probabilmente Raimondo non conobbe quelle edizioni o comunque non sembra ne abbia tenuto conto.

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Raimondo di Sangro

Oggi possiamo ragionevolmente dare una sistemazione più precisa a questi personaggi che nella realtà vissero tra Pietrabbondante, Agnone e Montecassino, come più avanti si vedrà, per dimostrare che inconsapevolmente Raimondo di Sangro, con quelle pitture, poneva nel cuore del Molise le origini della propria famiglia.
Cesare Rivera in maniera puntuale con il suo saggio chiarì definitivamente gli equivoci e rimise nella giusta sequenza quei fatti che oggi ci permettono di capire chi siano stati, cosa abbiano fatto, dove siano vissuti e perché si siano chiamati “conti dei Marsi e di Sangro” gli antenati fatti rappresentare da Raimondo nella volta della sua cappella. Ora sappiamo che più precisamente si sarebbero dovuti chiamare “figli dei Borrello” piuttosto che “conti dei Marsi”.
Nel Catalogus Baronum, alla metà del secolo XII, l’ampio territorio che comprende l’alta valle del Sangro e l’alta valle del Trigno e l’alta valle del Volturno, e che coincide nella sostanza con tutta la diocesi di Trivento oltre una parte di quella di Sulmona e di Isernia, viene variamente definito Terra Burrellensi, Terra Burrelli, Terra Burrellesca, Terra Burrellensium.
Già di per sé questa definizione fa intendere che in tale area i Borrelli siano stati a capo di un vero e proprio piccolo stato che fu al centro della storia della penisola non solo perché costituiva una sorta di cuscinetto tra la Longobardia Minore, di cui faceva parte, e il ducato di Spoleto, ma anche perché la famiglia che lo dominò ebbe parte significativa negli avvenimenti politici e militari dal X al XII secolo.

PIETRABBONDANTE
Pietrabbondante
Dei Borrello si ha notizia nella marca spagnola di Barcellona dove, nell’864, esiste un Borrel figlio di Vilfredo che fu zio dell’omonimo che era conte di Barcellona nel 967 e a cui successe Raimondo Borrello nel 993.

Un Eudo Borrello appare nel 1103 tra i duchi di Borgogna di stirpe Capetingia. Rivera ritiene che né gli uni, né gli altri abbiano a che vedere con i nostri Borrello.
In Italia un Aldemaro Borrello, invece, è conte di Alife nel 1033.

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La via di accesso al castello longobardo di Pietrabbondante

Il Chronicon Vulturnense riferisce delle donazioni di Oderisio Borrello che nel 1071 si firma come conte di Pietrabbondante insieme a un altro Borrello e a Rainaldo.

Per ricostruire in concreto la storia dei Borrello, dunque, si deve far riferimento a quei familiari che ebbero Pietrabbondante come sede dei rappresentanti più prestigiosi, anche se discendenti e collaterali ebbero sedi particolari in vari centri del territorio circostante. Costoro, comunque, non devono essere confusi con i Conti dei Marsi la cui ascendenza non è dimostrata e che avevano il proprio dominio in un’area che rientrava tra i confini meridionali del Ducato di Spoleto.

L’epopea dei filii Borrelli di Pietrabbondante parte dal primo dei Borrello di cui si abbiano elementi sufficienti per ricostruire una parte della sua storia.

SarcofagoBorrello Il sarcofago di Borrello nella chiesa di S. Maria Assunta di Pietrabbondante

Era figlio di un Oderisio che era conte di Valva.

Di questo Oderisio e dei suoi congiunti abbiamo molte notizie perché è ripetutamente citato in documenti del Chronicon Vulturnense.
Sappiamo che nel 972 nella qualità di conte di Valva partecipò in Sulmona a un placito al quale intervenne un Andrea messo dell’imperatore Ottone per decidere in merito alla rivendicazione da parte di Aligerno, abate di Montecassino, delle corti di S. Stefano e S. Eleuterio nel territorio di Pettorano.

Nel 981 fu presente insieme ai conti Rainaldo e Teodino nel palazzo imperiale di Campo Cedici al giudizio con il quale l’abate di Casauria ottiene la restituzione di beni a Forcona, Amiterno, Marsi e Valva. Oderisio, nelle stesso luogo, in quell’anno veniva giudicato perché restituisse all’abate Giovanni di S. Vincenzo al Volturno S. Maria in Apiniaci. In questo caso Oderisio veniva riconosciuto come fratello di Rainaldo. La restituzione fu confermata un paio di anni dopo dallo stesso imperatore Ottone.
Rivera, sebbene ritenga che le notizie su Borrello siano più scarse, si dilunga su una questione relativa alla datazione di un atto che egli sottoscrisse insieme a sua moglie Ruta (figlia del defunto Pietro) e ai figli Giovanni, Borrello e Oderisio per donare all’abbazia di Montecassino la chiesa di S. Eustachio ad Arco in territorio di Pietrabbondante.

Il documento, nonostante le contraddizioni sugli anni di dominio dei principi Landolfo e Pandolfo, porta la data 977, ma secondo Rivera dovrebbe essere correttamente quella del 1014.

La rettifica dell’anno ha determinato una sostanziale ricostruzione della storia dei Borrello.

Borrello da P.Diac copia
Pietro Diacono. Registrum: “Burrelli…”

Della complessa questione relativa alla datazione di questo documento si è occupato H. Bloch che sembra aver riordinato definitivamente tutte le indagini e al momento non sembra si possa aggiungere altro se non quella relativa all’origine della contea di Molise, nonché della sua estensione, e della quale ci occupiamo in altro luogo.
L’esatta collocazione temporale di questo documento consente a Rivera di sostenere che il nostro Borrello sia discendente proprio dall’Odorisio conte di Valva e che da lui in poi i Borrello abbiano posto la propria sede principale, se così si può dire, nel castello di Pietrabbondante, ma che insieme abbiano costituito la famiglia dominatrice di un vasto territorio che comprende anche la contea di Trivento di cui furono titolari per una decina di anni.

Di questa contea, che fu concessa nel 992 al conte Randoisio, si è occupato brevemente De Francesco. Rivera ritiene che costui sia uno dei figli di Berardo, ritenuto il capostipite del ramo comitale da cui derivarono i Borrello.
Dunque da Berardo detto il Francico, dei conti dei Marsi (926-954) vennero i figli
1) Rinaldo (conte nella Marsica).
2) Teodino (conte reatino, amiternino e forconese).
3) Oderisio (conte valvense di cui si hanno notizie in documenti del 972, 981, 983, 995, 1002).
4) Randuisio (conte triventino nel 981-992).
5) Altri figli.

Da Oderisio conte di Valva sarebbero discesi
1) Beraldo, Teodino Randuisio (tutti conti di Valva con i loro discendenti
2) Oderisio detto Borrello (che sposa Ruta, figlia di Pietro, e di cui si ha notizia in due documenti del 1014 e 1026).

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Agnone

 

Da Oderisio detto Borrello (signore di Pietrabbondante) sarebbero discesi:
1) Giovanni (signore di Pietrabbondante).
2) Borrello II (signore di Agnone, marito di Gervisa figlia di Oderisio conte marsicano, e di cui si ha notizia in documenti del 1065, 1069, 1070, 1077, 1083).
3) Oderisio I (conte di Sangro di cui si ha notizia in documenti del 1050, 1053, 1069, 1070).
4) Randisio (di Rocca Sicona, Roccasicura, di cui si ha notizia in documenti del 1035 e 1064).

Da Oderisio I, conte di Sangro, si dirama la discendenza dei conti di Sangro richiamata a Napoli da Raimondo nella Cappella Sansevero.
Infatti, primo figlio di Oderisio I fu Oderisio II, morto nel 1094, che fu padre di quell’Oderisio, che fu cardinale e abate di Montecassino, divenuto poi santo.
Dal secondo figlio di Oderisio I, Berardo, continuò la stirpe dei Borrello-di Sangro delle cui gesta ci occuperemo più avanti.

(Continua)

CristoVelato
Cappella Sansevero. Cristo velato. G. Sammartino

 La Cappella Sansevero è un monumento privato che appartiene ai discendenti della famiglia Sansevero-di Sangro. Ringrazio il dott. Fabrizio Masucci per la gentile disponibilità a consentirmi di fotografarla.

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5 Commenti

  1. capo donatella 3 maggio 2014 at 09:08

    Conosco il monumento, ma avevo collocato l’autore “di Sangro” piuttosto abbruzzese e non molisano. Se tornerò a Napoli, mi porterò questo studio per visitare la cappella con “cognizione di causa”. Le tue ricerche e le tue recensioni suscitano in me sempre curiosità ed interesse. Un cordiale saluto. Donatella Capo

  2. Franco Valente 3 maggio 2014 at 09:12

    Carissima Donatella,
    è sempre un piacere sapere che segui tutto ciò che parte da questo blog…
    Un abbraccio!

  3. Capo Donatella 3 maggio 2014 at 13:18

    Caro Franco, sarebbe impossibile per me non nutrirmi della tua cultura! Il 1° di Maggio, un circolo sociale di Jesi ci ha portati a visitare la cittadina di SASSOFFERATO, patria di quel Bartolo – giurusta. Abbiamo visitato la Basilica di Santa Croce e quì ho scoperto che come in molte cittadine delle Marche, i Templari hanno lasciato loro tracce. L’antica basilica e stata “foderata” con le mura di un più grande fabbricato, per non toccare le vecchie mura, per rispettare la leggenda che in quelle potrebbe essere nascosto un tesoro (plichi, non oro) lasciati dai Templari nella loro fuga verso… Malta, turchia la stessa Gerusalemme??? Bho!! Li ho trovato una piccola pubblicazione “SULLE ORME DEI TEMPLARI” – 6° Itinerario nell’Italia del Sud, ove viene citato anche il molise. Ancora non l’ho letto e non conosco l’effettivo valore culturale, ma ho pensato ti fartene dono di una copia. Sappi che qui a Jesi è rinato il mito dei Tamplari con la costituzione di una specie di confraternita (civile e non ecclesiatica) che si propone per la guardia all’esposizione del Santissimo nella Chiesa dell’Adorazione o “Chiesa della Morte” nella Piazza della Repubblica. Se mi mandi un indirizzo ti invio il libricino.
    La nostra gita a Sepino si farà alla fine di ottobre. Spero tu sia sempre disponibile!! Ti farò sapere e grazie sin d’ora.
    Sempre con simpatia
    Donatella

  4. SERGIO SAMMARTINO 3 maggio 2014 at 16:59

    Che bomba, Franco! Questa va fatta conoscere soprattutto a Napoli, affinché i testi in vendita nella cappella De Sangro siano rettificati. E in seguito ne vengano informati gli assessorati ala cultura dell’Alto Molise e del basso Abruzzo.

  5. Franco Valente 3 maggio 2014 at 17:35

    Carissimo Sergio,
    sono entusiasta del tuo commento…

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