Franco Valente

Due stemmi sconosciuti su una pietra di Larino. Molti la guardano, ma in pochi la vedono…

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Due stemmi sconosciuti su una pietra di Larino. Molti la guardano, ma in pochi la vedono…

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“La Grande Torre” del Palazzo Baronale di Larino

Sulla facciata del Palazzo Baronale di Larino, in quella parte che una volta si chiamava “la Grande Torre”, si confondono nella muratura tre belle pietre di cui conoscevo, senza saperne il contenuto, solo quella che è praticamente impossibile decifrare sul grande terrazzo dell’ala nord-occidentale perché incastrata in una nicchia di ridottissime dimensioni.

Certamente riguarda la costruzione del Castello su iniziativa di Ugone , padre di Giovanni de Soliaco,  che, come il figlio, era detto il Rosso, perché tra le righe si legge il suo nome: …  HVGONE DICTO RVSSO DE SVLIACO…

La particolare difficoltà di accesso all’epigrafe e la sua non perfetta conservazione non permettono al momento di ricostruire interamente l’epigrafe anche se se ne comprende il senso:
+ANNO : MILLENO : DOMINI: TRECENTENO : QVAD…. : HEC : FVNDATE : FVIT : A : VIRO
POTENTI :: HUGONE : DICTO : RVSSO : DE : SVLIACO : …… MATRE : QVOQSVPER : QVOE :
P.ERTVA : ATQVE : DATVR : OMNIPOTENTI : SVPMSERVNT : TAM : PAVPERES : MVLTI : TVRO
AB : VTROQVE :: ERAT : QVIT : ………. MIE : MATREIMA : KARI ……. ES : QVE : PROMENTIS + …….

PROVIDIT : FIERI : TALIS ………….. ATVR :…..TESOR …….. TALIS :                 PRO

RussoDeSuliaco
RUSSO DE SULIACO su una lapide del 1340
Rinviando a un’altra occasione una lettura più attenta di quest’ultima, mi sembrano particolarmente interessanti le altre due che, pur essendo collocate in luoghi della facciata ben distinti tra loro, probabilmente provengono da un medesimo contesto, per cui l’una è utile per capire l’altra.

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La prima, a lato di una finestra del terzo piano, è di facilissima lettura:
ANNO : D.mNI : MILLESIMO : CCC° : XXXX° : FACTUm

Ovvero “FU FATTO NELL’ANNO DEL SIGNORE 1340”
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L’altra, più in basso, a lato di una finestra del secondo, porta due scudi affiancati.

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Non vi sono problemi a capire che si tratta delle insegne dei di Sangro e dei Pignatelli.

Lo scudo di sinistra, infatti, riporta sulla pietra le tre bande di azzurro in campo di oro.

Quello di destra, egualmente, è costituito da un campo di oro e tre pignatte di nero, due ed una; il campo caricato nel capo di un lambello di rosso a tre pendenti.

Ovviamente dei colori nessuna traccia é sulla pietra.

Sangro (di) copia         Pignatelli copia
Lo stemma dei di Sangro                Lo stemma dei Pignatelli

Non è semplice, in assenza di documenti, capire la ragione dell’accoppiamento di questi due blasoni.
In genere quando uno stemma deve descrivere l’unione di due casate per rapporto matrimoniale, lo scudo di destra (sinistra guardando) appartiene al maschio. L’altro alla femmina.

LarinoPignatelliDeSoliac

L’accoppiamento viene sintetizzato all’interno dello scudo con una partitura verticale. In questo caso i due blasoni, ammesso che si riferiscano a un contratto matrimoniale, sono accoppiati ma autonomi.

La semplicità dello scudo e l’essenzialità della figurazione fa ragionevolmente ritenere che si possano definire di epoca angioina. E la cosa bene si combina con la data 1340 che ho prima richiamata perché impressa sull’altra pietra.

Noi sappiamo che i di Sangro divennero titolari del feudo di Larino a opera di Fabrizio di Sangro, duca di Casacalenda, che l’ottenne nel 1683.

Sappiamo pure che furono proprio i di Sangro, per opera di Scipione figlio di Fabrizio, i finanziatori della nuova e, sotto certi aspetti, straordinaria ricucitura di tutto il complesso di torri che erano la parte sopravvissuta dell’antica fortificazione castellana di Larino. Agli inizi del Settecento l’originario castello era diventato un grandioso palazzo che, molto probabilmente, era stato ricostruito utilizzando una buona quantità di pietre dell’originaria costruzione angioina. E tra esse le pietre di cui stiamo parlando.
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Però, lo stemma dei di Sangro che appare sulla facciata al primo piano non ha nulla a che vedere con Fabrizio e Scipione perché, sebbene appartenga a un esponente di quella famiglia, la sua esistenza deve necessariamente essere ricondotta a un periodo compatibile con la data 1340 più antica.

A questo punto, ancora una volta Giambattista Masciotta ci aiuta a capire qualcosa, anche se egli evita di citare la fonte (che io ritengo siano i documenti di archivio raccolti da Giandomenico Magliano) da cui attinge la notizia:

Dopo tanti trapassi, Larino passò in dominio di Enrico di Valdemonte, Conte di Ariano, Conte di Montefusco, il quale morì nell’anno 1297.
Guido di Valdemonte, primogenito, ne fu il successore: ed ebbe in moglie Filippa di Miliaco (de Méliac) contessa di Guardialfiera, qual vedova di Ugone di Soliaco. Il matrimonio fu sterile, e Guido morì nel 1300. Larino rimase intestata per vincolo dotale alla vedova.
La Contessa FiIippa  (la quale doveva essere o ricchissima o aver pregi singolari di venustà per venir tosto strappata dalla vedovanza) passò in prosieguo di tempo a terze nozze con Filippo di Fiandra Conte di Chieti, quale erede della consorte Matilde, unica figlia di Rodolfo di Cortiniaco, stato investito della Contea nel 1269.
La Contessa Filippa, nel 1309, donò Larino al proprio figlio Giovanni di Soliaco, Conte di Guardialfiera.
Giovanni di Soliaco fu successivamente marito di Margherita della Leonessa, di Elisa del Balzo, e di Tommasina di Sangro del ramo di Frisa, dalla quale ebbe un figlio: Ugolino.
Ugolino di Soliaco, erede del padre, ebbe probabilmente la confisca dei feudi tra il 1348 e il 1350, a causa degli eventi politici che narriamo con larghezza di particolari nella monografia di Pescopennataro nel III volume.

Siamo dunque a un’epoca a cavallo del 1340 e l’unico esponente della famiglia di Sangro che viene citato è quella Tommasina di Sangro che, terza moglie di Giovanni di Soliaco, fu madre di Ugolino di Soliaco.

Di questa donna non sappiamo null’altro se non quello che si ricava da un documento pubblicato per la prima volta da Giandomenico Magliano nel 1895 nel suo volume su Larino completato dal nipote Alberto.

Si tratta di un assenso reale alla concessione fatta da Ugolino di Soliaco del passaggio di un acquedotto in località Casa Franza ricavato dal distrutto Archivio Angioino di Napoli, datato 1333.

In esso viene citato … Hugolinus dominus missus de Suliaco dominus civitatis Alareni, cum autorictate Thomasie de Sangro eius matris et balie et ipsa Thomasia habens dotarium seu tertiariam in dicta civitate pro se ac baliato nomine predicti Hugolini sponte concesserunt

Dunque nel 1333 Tommasa agiva per conto di suo figlio che era ancora minorenne, facendo capire che il marito Giovanni di Soliaco era già morto.

Non escluderei che nel 1340, cioè 7 anni dopo l’assenso, Ugolino fosse ancora minorenne e che quindi titolare del feudo fosse ancora la madre Tommasa al cui casato deve necessariamente essere ricondotto lo stemma che sopravvive sulla facciata del palazzo che 400 anni dopo sarà restaurato da un altro esponente della famiglia di Sangro.

A questo punto rimane da capire che ruolo abbia l’altro scudo con le insegne dei Pignatelli. Perché certamente ad essi appartiene essendo formato dai tre pignatelli e dal sovrastante lambello a tre pendenti.

Dei Pignatelli, nella documentazione di archivio di cui disponiamo, non si ha traccia nella storia di Larino. Perciò rimane misterioso un blasone che, comunque, ricorda la loro presenza nelle vicende di questa città.

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5 Commenti

  1. lucia lopriore 30 maggio 2014 at 20:46

    per avere notizie certe sui passaggi del feudo basta richiedere all’archivio di Stato di Napoli copia delle significatiorie dei relevii e dei Cedolari nuovi del feudo.
    Un altro fondo da consultare è la genealogia delle famiglie feudatarie nelle tavole dell’archivio Serra di Gerace.
    Questa strada darà la possibilità di sciogliere tutti i nodi e di risalire alla Storia.

  2. Franco Valente 30 maggio 2014 at 21:01

    probabilmente non è così semplice.

  3. lucia Lopriore 30 maggio 2014 at 21:56

    La ricerca richiede sacrificio e pazienza.
    Basta la volontà e si riesce.
    In bocca al lupo.

  4. napoleone Stelluti 1 giugno 2014 at 19:07

    Caro Franco ho letto l’articolo di Ennio Di Loreto sul giornale ,nel 1994 ho scritto già un articolo sull’argomento per il Ponte nn.32-33,se vuoi te lo posso mandare, così potrai sciogliere qualche dubbio. Poi sapevi che sto preparando un libro sul Palazzo Ducale e mi potevi chiamare, tanti saluti Napoleone

  5. Franco Valente 1 giugno 2014 at 19:18

    Carissimo Napoleone,
    purtroppo non ho letto il tuo articolo del 94. Se me lo spedisci lo inserisco nell’articolo. Come vedi il Molise riserva sempre sorprese anche a chi, come me, è abituato a citare la fonte dell’informazione.
    Fortunatamente Internet è molto utile per far sapere cose che altrimenti resterebbero solo patrimonio di chi le studia.
    Aspetto con ansia in tuo volume sul palazzo baronale che leggerò con la stessa attenzione con la quale ho letto le tue altre preziosissime pubblicazioni.
    Un abbraccio!

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