Franco Valente

Trovato il dente del figlio dell’Homo Aeserniensis. Aveva ragione Mario Di Nezza

Paleolitico

L’equipe del prof. Carlo Peretto ha comunicato che nei livelli archeologici del sito di Isernia La Pineta, risalenti a circa 600 mila anni fa,  è stato rinvenuto un dente di bambino che, allo stato attuale delle ricerche, rappresenta il più antico resto umano della Penisola Italiana.
Si tratta di un primo incisivo superiore sinistro da latte di un bambino deceduto all’età di circa 5-6 anni. Il dente mostra caratteristiche particolari che non si ritrovano negli altri reperti rinvenuti in Europa, seppur riconducibili ad un ampio contesto cronologico .

Da questi si discosta perché più gracile e meno bombato.

Il reperto rinvenuto viene attribuito a Homo heidelbergensis sulla base delle sue caratteristiche, per le sue dimensioni e per la sua età cronologica  In Europa, infatti,  Homo heidelbergensis  è attestato a partire da circa 600 mila anni e rappresenta l’antenato dell’Uomo di Neanderthal che si diffonde successivamente in tutta Europa e che scompare in seguito alla diffusione dell’Uomo anatomicamente moderno (Homo sapiens) almeno a partire da 40.000 anni fa.

Il dente umano rinvenuto ad Isernia rappresenta una scoperta straordinaria in quanto permette di fare luce sulla variabilità di Homo heidelbergensis, che sembra essere molto pronunciata,  e di sottolineare la peculiarità dei resti umani italiani più recenti che mostrano spesso una persistenza di caratteri arcaici se confrontati al resto dell’Europa.

La vera storia dell’Homo Aeserniensis.

Cari lettori di questo sito,
nel 1982 scrissi la vera storia dell’Homo Aeserniensis come introduzione al mio volume “Isernia, origine e crescita di una città”.

In quell’epoca l’avvocato Mario Di Nezza, appassionato amante della sua terra e grande fumatore, aveva inventato i due termini “Pentria” e “Homo Aeserniensis”.

Per chi ha conosciuto l’avvocato Di Nezza credo non sia difficile capire chi sia il personaggio che alla fine della storia si confonde tra la folla.

Il mondo scientifico si è sempre rifiutato di intitolare all’Homo Aeserniensis la straordinaria scoperta perché giustamente si sosteneva che, non essendo stato scoperto alcun reperto umano, nulla si poteva intitolare all’Uomo di Isernia.

Oggi le cose sono cambiate. E’ venuto alla luce un piccolo dente di un bambino di 5 o 6 anni.

Mario Di Nezza, con il senno di poi, dunque, aveva ragione ed è giusto che gli si riconosca la paternità dell’intuizione.

Famosa la sua battuta quando, man mano che progredivano gli scavi, si retrodatava l’insediamento prima a 70 mila anni, poi a 150 mila, poi a 500 mila.

Quando si ipotizzò che i reperti potessero avere oltre un milione di anni, Mario Di Nezza esclamò: “Adesso devono trovare solo la mela…”, con evidente riferimento al Paradiso biblico.

Da oggi in poi continueranno le contorsioni letterarie per decidere se il padre del bambino di Isernia debba essere considerato del tipo Homo heidelbergensis, Homo neanderthalensis oppure Homo antecessor.

Per gli Isernini nulla di nuovo perché continuerà a chiamarsi Homo Aeserniensis.

Tutt’al più, per rispetto all’età del bambino, qualche scienziato potrebbe chiamarlo Hominis filius Aeserniensis

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Paleolitico

La vera storia dell’Homo Aeserniensis

Allorché la ferraglia cingolata, grattando il terreno, affondò le lame per tracciare lo scavo della superstrada, l’homo aeserniensis già se ne era scappato. Per questo scienziati, curiosi, vecchi, bambini, giornalisti e soprintendenti restarono con un palmo di naso quando dell’illustre personaggio trovarono solo gli avanzi dei suoi pasti e quegli attrezzi che aveva abbandonato durante la sua fuga.

Si meravigliarono tutti nello scoprire che egli aveva gusti speciali. Non si accontentava, infatti, delle volgarissime cosce di gallina o di nostrani insaccati. Pretendeva, invece, freschissimi crani di bisonte, lingue di ippopotamo, mascelle di orso, e, nelle grandi occasioni, coscioni di elefante.

Era un raffinato cultore dell’arte del mangiare preferendo per questo assaporare, anziché ingurgitare, ciò che i cacciatori prendevano nella circostante savana. Ne faceva per questo motivo di elevazione culturale e rifletteva spesso sul come convincere gli altri ad essere meno violenti ed a rendersi conto di quale importanza avesse l’alimentazione nella vita.

A tale proposito il nostro amico aveva da lungo tempo concepito di formare quella che poi sarebbe divenuta la più antica opera d’arte della storia dell’umanità: il monumento alla buona cucina.

Per raggiungere il suo scopo collezionava tutte le ossa dei pezzi più prelibati sistemandoli ordinatamente ed accuratamente al limite del villaggio, sulle sponde del fiumicello che vi passava vicino.

Era ormai arrivato a buon punto tanto che i suoi compagni, insieme alle mogli ed ai figli, si recavano spesso a visitare la sua grande opera d’arte che, a parte i valori estetici, costituiva un vero e proprio, raffinatissimo, catalogo delle carni pregiate.

Purtroppo, però, il capolavoro non fu mai terminato. Gli scienziati sostengono che l’interruzione fu causata circa un milione di anni fa dallo straripamento del fiumicello.

Ma in verità non è stato così.

L’abbandono è accaduto molto più recentemente, circa un secolo fa, quando si cominciò a costruire il viadotto ferroviario e si dovettero gettare le fondazioni del ponte. Infatti, l’homo ai primi rumori appoggiò sulla sua opera due blocchi di travertino e cominciò a peregrinare per tutto il territorio di Isernia, alla ricerca di una più calma residenza.

In un primo tempo si recò nei pressi del Ponte dell’Acqua, sulla via Latina, nella speranza di poter guardare da vicino le pecore che sarebbero passate sul tratturo durante la transumanza.

Vi era in quel posto una statua antica di togato romano che sembrava messo apposta per osservare tutti coloro che passavano di fronte ed egli ebbe la brillantissima idea di incarnarsi in essa.

Così fece e per lungo tempo nessuno lo scocciò.

Intanto a qualcuno non sfuggì che quella statua aveva un che di particolare; c’era addirittura chi sosteneva che il personaggio ogni tanto girava la testa.

Lo chiamavano “Mamozio” e per molti anni rimase a fare la guardia a tutta la zona mentre attorno ad esso cominciavano a sorgere le prime case.

Il traffico delle pecore fu sostituito da quello più rumoroso delle carrozze e poi delle automobili e ciò gli stava provocando un forte esaurimento nervoso. Stava già per uscirsene dalla statua del Mamozio quando arrivò qualcuno che, dopo averlo a lungo osservato in ogni particolare, lo fece imbragare e sollevare da terra.

Il cuore gli batteva da scoppiare, ma ebbe al forza di rimanere immobile attendendo di vedere dove lo avrebbero portato.

Fu caricato su un furgoncino scoperto che, traballante, si diresse verso la Fiera, mentre quattro robusti manovali lo reggevano diritto.

Dopo aver infilato Corso Marcelli dalla parte della Fraterna attraversò la piazza della Cattedrale che superò con molta fatica.

Quel giorno infatti era sabato e c’era mercato e la folla vociante fu costretta ad aprirsi lentamente in due ali.

Il rallentamento permise a molti di osservare che il Mamozio effettivamente aveva una strana e viva espressione negli occhi.

L’homo aeserniensis fu preso dalla paura quando si trovò immerso nella folla che lo acclamava a gran voce chiamandolo con l’ormai familiare appellativo di “Mamozio”

Si accorse che in realtà la gente gli voleva bene ed ebbe la tentazione di scendere dal camioncino, ma i quattro manovali male compresero le sue intenzioni e vedendo vacillare la statua la tennero ben forte.

Superato l’arco di S. Pietro il viaggio prosegui con maggiore tranquillità finché l’automezzo si arrestò su una piazzetta dominata da un bel campanile. Il Mamozio, con l’homo aeserniensis ancora al suo interno, fu scaricato con molta attenzione e sistemato nella penombra di un ambiente dove erano già depositate un gran numero di pietre lavorate.

Comprese che quella sarebbe stata la sua sede definitiva e cercò di capire a chi apparteneva quell’edificio.

Lo intuì di notte quando l’oscurità dello stanzone fu rotta da una serie di piccole fiammelle che si muovevano tutte in fila. Erano le anime delle monache longobarde di S. Maria che, approfittando dell’assenza di scocciatori, si recavano dai sotterranei del convento alla loro antica chiesa. Per fare questo erano costrette ad attraversare quel lungo locale dove il Mamozio era stato collocato.

Le vide passare una ad una e per prime le abbadesse più anziane: Ageltrude, Aufrade, Angelberghe, Aloara. Subito dopo venivano le varie suor Grazia di Sangro, suor Margherita Capuana, madre Anna Gaetana d’Avalos principessa del Vasto, suor Barbara de Raho, suor Fortunata Fedele, madre Matilde Imparato marchesa di Spineto e poi appresso tutte le altre.
Lo spettacolo si ripeteva tutte le notti con rigorosa puntualità ed egli lo attendeva con impazienza per ascoltare i racconti che esse facevano tra loro.

Conobbe così le vicende della nobile Anna, obbligata da suo marito, il principe Godescalco di Benevento, a vivere in quel luogo secondo la regola monastica, ma che, non appena il coniuge passò all’altro mondo, bene pensò di allontanarsi da Isernia per condurre una vita molto più brillante alla corte di Bisanzio.

Seppe la storia della ricostruzione della chiesa di S. Maria quando Isernia divenne capoluogo di contea ed il suo conte Landenolfo, insieme a sua moglie Gemma, volle lasciare una testimonianza visibile del suo potere costruendo dalle fondamenta la torre campanaria.

Queste e tantissime altre storie l’homo aeserniensis ascoltò finché una notte invano attese il passaggio delle fiammelle.

Qualcosa doveva essere accaduto.

Non seppe resistere e, vinto dalla curiosità, uscì dal Mamozio inoltrandosi con fare circospetto nei sotterranei dell’antico monastero alla ricerca delle monache. Si era ormai rassegnato a rimanere solo quando un chiarore lo attrasse verso un cunicolo che, passando sotto il campanile, andava a raccordarsi all’antico acquedotto romano.

Riuscì a malapena ad infilarsi tra le rovine per assistere ad uno spettacolo che per il resto della sua vita gli restò stampato nella mente.

Vide le anime delle monache che una alla volta, con assoluta lievità, si appoggiavano sull’acqua e si lasciavano portare dalla corrente.

Rimase per qualche attimo impietrito per la sorpresa, avvinto da un dolcissimo e struggente canto corale delle fiammelle che, piano piano, dondolando sull’acqua si allontanavano.

A malapena riuscì a capire dai discorsi delle ultime ritardatarie che la moltitudine di monache pensava di raggiungere in quel modo il fiume Cavaliere e che una volta incrociato il fiume Volturno avrebbe tentato la risalita verso la sua sorgente nella speranza di trovare tranquillità tra i ruderi della longobarda abbazia di S. Vincenzo.

L’homo aeserniensis in un primo momento fu tentato di seguirle, ma poi ci ripensò: voleva capire perché fuggivano da S. Maria.

Ne scoprì il motivo la mattina dopo.

Martelli pneumatici, betoniere, molazze, montacarichi, picconate alle pareti, tetti smantellati, scale abbattute, porte sfondate, murature scorticate: sembrava la fine del mondo!

Pensò di rifugiarsi di nuovo nel Mamozio prima di prendere una nuova decisione e così rimase con l’orecchio teso per qualche giorno cercando di capire dai discorsi di chi gli passava davanti cosa stesse accadendo:
” …… Il ministero ha detto che ci sono i fondi …… il ministero ha detto di buttare a terra il tetto ….. il ministero ha ordinato di scorticare le pareti ….. ”

A sentire quelle frasi impaurì pensando: ” … e se il ministero ordina di stritolare il Mamozio? … ”

Furono ore di terrore.

Cominciò a studiare il modo di difendersi in caso di attacco, ma poi si rassegnò considerando che per i monumenti non c’era più niente da fare: il ministero era troppo forte!

Fu allora che gli venne l’idea di incarnarsi in una figura umana.

In un cassetto del museo trovò un paio di occhiali e qualche pacchetto di sigarette. In uno stipo recuperò alcuni abiti moderni nelle cui tasche trovò pure qualche spicciolo. Inforcò gli occhiali, indossò gli abiti, si accese una sigaretta e se ne uscì con tutta calma avviandosi per corso Marcelli.

Aveva fame ed entrò nella Taverna di Maresca dove mangiò sagne e fagioli, un paio di scamorze arrostite e pane abbrustolito con aglio e olio.

Riaccese la sigaretta e dopo aver pagato si recò al bar Centrale dove ordinò un “caffè pentro”, lo bevve assaporandone il profumo ed uscì sulla piazza confondendosi tra i passanti.

Solo allora considerò di essere ancora vivo.

Franco Valente 1982

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4 Commenti

  1. Donatella Capo 11 luglio 2014 at 20:20

    Arguta e divertente descrizione delle peripezie del l’homo aeserniensi dentro il Mamozio.
    Comunque mi hai passato, come al solito, il testimone della tua cultura. Ignoravo completamente sia il nome che la storia del Mamozio e dei Mamozi isernini. Dopo mia breve scorribanda in wikipedia, ho arricchito, grazie a te, le mie conoscenze storico-archeologiciche del nostro Molise. Un graziem un abbraccio, un saluto affettuoso. Donatella

  2. amelia antonelli 11 luglio 2014 at 21:39

    Non posso fare altro che ringraziare per l’amore con cui scrive della nostra terra.

  3. Pietro 28 ottobre 2014 at 11:29

    Grazie, gentile Franco Valente, per questo articolo utile, divertente e bello, come tutto il tuo sito: divulgare scientificamente la cultura, l’archeologia, l’arte e la storia del nostro Paese per cercare di “sensibilizzare” (diciamo così) gli Italiani, penso che sia quanto di più utile si possa fare in questo difficile momento storico… Un caro saluto. Pietro Rossi (Torino)

  4. Franco Valente 28 ottobre 2014 at 18:50

    Grazie a te Pietro per le belle parole!

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