Franco Valente

Oggi è S. Matteo anche nel Molise, ma in particolare con Caravaggio nella chiesa di S. Luigi dei Francesi a Roma

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S. Matteo patrono della Guardia di Finanza in tre quadri di Caravaggio nella chiesa di S. Luigi dei Francesi

Franco Valente

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Scrissi quest’articolo nel 2010 per la pagina dell’arte de “Il Finanziere”, la rivista della Guardia di Finanza

Non so chi sia stato incaricato nel 1934 di individuare nella grande famiglia dei santi cristiani chi avrebbe potuto sostenere il ruolo di santo patrono della Guardia di Finanza.
Certo è che il 10 aprile 1934 il papa Pio XI accolse l’istanza del Comandante Generale dell’epoca, sostenuta da quel cardinale Eugenio Pacelli che dopo qualche anno sarebbe divenuto papa Pio XII, e si decise di affidare a S. Matteo il compito di tutelare dall’alto i finanzieri italiani.

La scelta di un santo patrono in genere è cosa complessa, ma non troppo. L’abbinamento viene fatto sulla scorta di una serie di elementi simbolici che possono in qualche modo legare la vita del santo a a quella del soggetto da proteggere,  in questo caso il corpo militare della Guardia di Finanza.

Sono convinto che, a parte la conoscenza delle singole vite dei santi e dei loro attributi che quasi sempre corrispondono agli attrezzi con cui furono martirizzati, sono le rappresentazioni artistiche, specialmente quelle dei grandi maestri, a condizionare la scelta.

S. Matteo nella storia del Cristianesimo è un personaggio particolare. E’ uno di quei pochi che fu scelto direttamente da Cristo per far parte della sua cerchia più ristretta.
L’episodio è descritto con ogni particolare dall’evangelista Luca (5, 27-32): Dopo ciò egli uscì e vide un pubblicano di nome Levi seduto al banco delle imposte, e gli disse: «Seguimi!». Egli, lasciando tutto, si alzò e lo seguì. Poi Levi gli preparò un grande banchetto nella sua casa. C’era una folla di pubblicani e d’altra gente seduta con loro a tavola. I farisei e i loro scribi mormoravano e dicevano ai suoi discepoli: «Perché mangiate e bevete con i pubblicani e i peccatori?». Gesù rispose: «Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati; io non sono venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori a convertirsi».

Caravaggio fu tra quegli artisti che si ispirò a quell’episodio per farne un quadro che è tra i più famosi della sua straordinaria produzione: La vocazione di S. Matteo, fatta per un committente privato, Mathieu Cointrel, poi italianizzato in Matteo Contarelli, proprietario di una cappella nella chiesa di S. Luigi dei Francesi.

Qui, sulla scorta di indicazioni iconologiche del cardinale del Monte, Michelangelo Merisi nel 1599 realizzò una trilogia dedicata al santo di cui il nobile portava il nome.

La particolarità dei due quadri più grandi è l’aver attualizzato gli avvenimenti. Sia nel momento della chiamata di Matteo da parte di Cristo, sia nel suo martirio, i personaggi sono rappresentati con i costumi e l’ambientazione dell’epoca.

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Caravaggio. Matteo ispirato dal giovane alato e Matteo martirizzato

Sono convinto che questi due quadri abbiano contribuito non poco ad orientare il cardinale Pacelli per la scelta del patronato della Guardia di finanza.

Cosa si nasconda dietro la chiamata di Matteo a far parte dei discepoli di Cristo ci viene svelato dalla tradizione cristiana.

Dalla lettura del Vangelo di Luca sappiamo che la chiamata avviene a Cafarnao, una piccola cittadina sulla sponda nord-occidentale del lago di Tiberiade. Era un posto che oggi definiremmo delicato per essere posto ai confini tra due stati. Uno appartenente ad erode Antipa, l’altro ad Erode Filippo. Come in tutti i posti di confine anche a Cafarnao vi era una Dogana, in parte controllata dai conquistatori romani.

La scena sembra perentoria. Cristo passa davanti al banco delle imposte. Vede Matteo (il cui nome vuol dire “Dono di Dio”) e gli ordina: “Seguimi”. Il giovane gabelliere si alza e lo segue lasciando tutto.

Subito dopo si tiene un banchetto in casa di Matteo al quale partecipa anche un bel numero di pubblicani. Personaggi malvisti dai Giudei che finivano per considerarli peccatori  perché collaborazionisti dei Romani nella gestione della esazione delle imposte.

Dunque, Caravaggio sembra aver saputo cogliere proprio questa particolarità della figura di Matteo rappresentandolo nella prima scena seduto dietro un tavolo mentre, intento a contare le monete, viene distratto da Cristo.

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Dal conteggio del denaro Caravaggio prende spunto per la seconda scena dove un anziano Matteo, appoggiato con il ginocchio al sedile di uno scrittoio, riceve l’ispirazione per il suo Vangelo da un giovane che gli appare dall’alto nell’atteggiamento di contare.

Molti, in maniera direi semplicistica, individuano un angelo nell’essere che viene dall’alto.

Probabilmente non è esattamente così, perché nella iconografia più antica la figura di Matteo viene associata ad un giovane alato, che non necessariamente deve essere identificato in un angelo.

Nella tradizione cristiana, che evidentemente attinge anche alle esperienze precedenti, le numerazioni hanno un valore sostanziale che è tale se è facilmente interpretabile e trovano diretta rispondenza nelle interpretazioni che i padri della chiesa hanno fatto dei testi biblici di Ezechiele e, soprattutto, di Giovanni l’Evangelista nella sua Apocalisse.
Ezechiele (1,5 – 1,10) nel riferire di una sua visione aveva descritto il Tetramorfo. Quattro esseri che presentavano sembianze umane ma ciascuno aveva quattro aspetti e quattro ali.

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Le loro gambe erano diritte ed i piedi, simili agli zoccoli di un bue, lucenti come bronzo fuso. Di sotto le ali, ai quattro lati, apparivano mani di uomo. Muovendosi non si voltavano indietro, ma ciascuno procedeva davanti a sé. Davanti il loro aspetto era di uomo, a destra di leone, a sinistra di bue e di aquila per tutti e quattro.

Ireneo nel II secolo, poi ripreso da Gerolamo, pose particolare attenzione a queste descrizioni ricavando una serie di considerazioni che sono poi diventate il fondamento della simbologia cristiana e punto di forza del complesso e variegato panorama delle figurazioni (dipinte o scolpite) che appaiono nelle strutture architettoniche destinate ad attività religiose.

Esempio significativo è lo straordinario successo che ebbero le sue interpretazioni del tetramorfo che si trasformarono in modelli descrittivi delle rappresentazioni grafiche e scultoree.

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Il Tetramorfo di Larino

Per essi i quattro Viventi del Tetramorfo sono la sintesi dei contenuti peculiari dei singoli vangeli e rivelano, ognuno, un  aspetto del Cristo.

Il vangelo di Matteo, trattando della umanità di Cristo corrisponde all’immagine del giovane e quindi rappresenta l’incarnazione di Dio.

Quello di Marco iniziando con la descrizione di Giovanni come colui che grida nel deserto si associa al leone per esaltare di Cristo la capacità di battere il male.

Il vangelo di Luca richiama il sacrificio di Zaccaria e perciò viene associato alla rappresentazione del bue destinato al sacrificio.

L’ultimo di Giovanni rappresenta la forza che trascina verso l’alto e trova come riferimento l’immagine dell’aquila.

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1 Commento

  1. Donatella Capo 21 settembre 2014 at 15:26

    Di parte del tuo saggio su San Matteo, noi cristiani qualcosa avremmo dovuto sapere, se avessimo letto con attenzione e religiosità tutti e quattro i vangeli. Io, per la verità, ne ho letto solo uno e non ricordo neanche di quale evangelista fosse! Per cui, come da ogni tuo scritto, traggo cultura e conoscenza. Dirti grazie è poco: ormai sono diventata un tua Fan sfegatata! CiaoacB4

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