Franco Valente

Anatomia di un quadro di cui nessuno parla: La tavola di S. Venera nella chiesa di S. Francesco di Agnone.

Santa Venera Agnone

Anatomia di un quadro di cui non parla nessuno: La tavola di S. Venera nella chiesa di S. Francesco di Agnone.

A volte la storia si fa seguendo logiche che hanno un fondamento scientifico, altre volte facendosi prendere da suggestioni più o meno accreditabili.

Altre volte ancora si può fare combinando i fondamenti scientifici e le suggestioni più o meno accreditabili.

Penso di collocare quello che sto per scrivere nella seconda categoria con una certa prevalenza delle suggestioni.

Tutto parte dalla difficoltà a capire un misterioso quadro che si trova nel primo altare “in cornu epistolae”, cioé sul lato destro, della chiesa di S. Francesco di Agnone.
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Santa Venera Agnone

Si tratta della rappresentazione molto particolare di una santa martire che, se non contenesse l’esplicito riferimento a S. Venera nel cartiglio che appare sulla fornace, sarebbe difficile da identificare.

Ma il cartiglio c’è e tutto diventa più facile.

Al centro della scena vi è una donna che veste gli abiti monastici con un soggòlo bianco e una mantella nera con un cingolo annodato alla vita dal quale pende un rosario.

L’abito monastico è molto particolare e si ispira all’abito agostiniano. Le sue rappresentazioni, per quanto io ne sappia, sono piuttosto rare, ma sicuramente significativa è quella del 1470 realizzata da Francesco Botticini dove le monache agostiniane intorno a S. Monica già sono vestite in un modo che poi diventerà canonico per la gran parte degli ordini monastici femminili.
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Francesco Botticini 1470

Ha le mani giunte e un volto serenamente rivolto verso l’alto da dove due cherubini, uscendo dalle nuvole che si aprono mostrando una luce di fuoco, stanno porgendo una palma e una corona, simboli canonici di un martirio.

Sta in un caldaio di forma oblunga, fornito di anelli per l’asporto, infilato in una fornace dalla sezione vagamente semisferica con l’antefurnum nel quale un carnefice sta infilando dei ceppi accesi mentre un altro con un mantice ravviva la fiamma.
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Alle spalle dei due vi è un personaggio dalla lunga barba che ha il capo coperto da un elmo metallico e il busto protetto da una  corazza di cuoio. Sta sfoderando una grande spada come se si preparasse a decapitare la martire.

Più dietro un armigero che regge una grande alabarda.

Su tutti si staglia l’immagine di colui, presumibilmente un re, che, seduto, sta ordinando con la mano destra di precedere nella esecuzione della condanna mentre con la sinistra regge uno scettro.
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Ha un vistoso copricapo all’orientale, con un grande diadema appuntato, su cui si appoggia una corona d’oro.

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Sulla sinistra si riconoscono le picche di alcuni armigeri. Un soldato in primo piano, con una tonacella militare con pendenti di cuoio e metallo, spallette e grande elmo al capo, sembra ascoltare con attenzione quanto sta dicendo un anziano signore dalla lunga tunica, la folta barba e un copricapo anch’esso all’orientale.

I caratteri delle armi e i caratteri stilistici, sebbene si tratti di una rappresentazione sostanzialmente popolaresca, possono ragionevolmente farci collocare nel XVI secolo il tempo dell’esecuzione.

Potrei quasi azzardare e collocare il quadro nella prima metà del XVI secolo tenendo conto del forte contenuto ideologico in chiave antiturca che correva nel regno di Napoli in conseguenza delle ripetute incursioni sulla costa adriatica cui si mise in qualche modo fine solo con la battaglia di Lepanto del 1571. In effetti la scena non ha nulla a che vedere con i Turchi, ma spesso i cosiddetti persecutori pagani venivano raffigurati con le vesti degli islamici.

Ma chi è Santa Venera?

Della sua vita, sicuramente leggendaria, si disinteressa completamente la Bibliotheca Sanctorum che in genere documenta obiettivamente la veridicità delle tradizioni agiografiche, sicché bisogna trovare altre fonti per capire per quale motivo il culto verso di lei sia arrivato in Agnone.

La cosa non è semplice e forse non è neppure importante sapere particolari che certamente non cambiano la storia del mondo, ma che sono interessanti per mettere un tassello della nostra storia regionale.

La Chiesa spesso non si preoccupa di contestare le storie leggendarie dei santi, specialmente se raccontano avvenimenti credibili anche se non dimostrabili come realmente accaduti. Così anche sulla storia leggendaria di Santa Venera non esistono posizioni ufficiali e la tradizione agiografica, comunque pervenuta, non viene contestata. Anzi di storie di Santa Venere esiste più di una.

La più consolidata la vede martirizzata in Sicilia dove il culto per lei si è diffuso fin dall’alto medioevo e dove si è costruita una storia comunque credibile anche se indimostrabile.

A cominciare dal suo nome che sarebbe derivato dalla circostanza di essere nata il giorno di Venerdì Santo del centesimo anno dopo la nascita di Cristo. Quindi sarebbe nata una settantina di anni dopo la morte di Cristo dalle parti di Acireale, presso l’antica Xiphonia, in un’area termale ricca di cisterne che oggi si chiama Terme di S. Venera al Pozzo. I suoi genitori sarebbero stati Agatone e Ippolita che, di origine gallica, si erano trasferiti in Sicilia prima della sua nascita. Per paura di essere riconosciuti come cristiani e volendo comunque ricordare che il giorno della nascita era legato alla morte di Cristo fu chiamata Venera (o Veneranda secondo altri) anche se in effetti sarebbe stata chiamata Parasceve (che è la vigilia della pasqua ebraica) per confondere i romani.

A 20 anni si fece monaca e cominciò una intensa attività di predicazione per tutta la Sicilia per trasferirsi poi nella Penisola. Nella Locride sarebbe stata arrestata, ma il prefetto Antonio si sarebbe convertito al cristianesimo rimettendola in liberta.

La tradizione diventa confusa e le versioni del martirio sono diverse. Quella più diffusa la vede martirizzata per decapitazione dopo essere stata sottoposta alle più crudeli torture, compresa quella di calarla nell’olio bollente.

Le sue reliquie, o presunte tali, si ritrovano nella cattedrale di Acireale, nelle chiese di Avola, Grotte, Santa Venerina, Santa Venera di Mascali, Salemi, Gerace, Tusa, Barcellona Pozzo di Gotto, ma la dedicazione di un gran numero di località al suo nome sono la certificazione della diffusione del culto in tutta l’isola.

Tra esse anche il fiume di Santa Venera nei pressi di Milazzo, dove è documentata anche una “spelunca” dedicata a lei.

E fin qui nulla di particolare. Tutte cose ben note.

Di questi luoghi intitolati a Santa Venera presso Milazzo si riferisce in alcuni documenti. Uno di essi si trova a Montecassino.
Esiste una testimonianza riportata nel Registrum di Pietro Diacono che racconta di un certo Roggerius Scannacaballu, figlio del conte Lando di Calvi, che nel gennaio dell’anno 1118 dona le sue proprietà nel casale di S. Andrea (terras iuxta fluvium Platiplatamon) al Monastero di Montecassino “in loco qui dicitur Melazze”. Cioè Milazzo.
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Pietro Diacono. La donazione di Roggerus Scannacaballu

Fornisce poi anche alcuni nomi di luoghi per meglio individuare i terreni della donazione che si trovano nei pressi del “mons qui dicitur de Marge” e del “flumen quod dicitur de Sancta Venera”.
La citazione era stata già esaminata da H. Hoffman e successivamente da Herbert Bloch che avevano localizzato la donazione proprio nei pressi di Milazzo.

Questo territorio intorno al 1105 era stato donato dalla contessa Adelasia al Monastero di Gala e nell’elencare i confini  dice che passano davanti alla grotta di S. Venera (…vadit ante speluncam Sancte Venere...) (R. PIRRI, Sicilia sacra, Palermo 1733, p. 1043).

Ma a noi interessa un altro documento che riguarda sempre questi luoghi e che vede protagonista Goffredo Borrello. Si tratta anche in questo caso di una donazione che il Borrello fa a Roberto vescovo di Messina e Troina nell’anno 1086.
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Castello di Milazzo

A questo punto dobbiamo tornare indietro di qualche anno. All’epoca in cui i Normanni conquistano la Sicilia dopo una serie di scontri con i Musulmani che fino ad allora erano i dominatori quasi incontrastati dell’isola. Una delle battaglie più famose fu quella di Cerami del 1063 che si concluse con esito favorevole per Ruggero che da allora si vide spianata la via per conquistare Palermo e tutta la Sicilia.

E’ da questo periodo che vediamo apparire nella scena politica alcuni personaggi i cui nomi tradiscono un collegamento con i territori che oggi costituiscono la regione molisana. Tra essi certamente un ruolo importante ha Goffredo Borrello che da Ruggero riceve in concessione il territorio di Milazzo dove, qualche anno dopo, tra il 1085 e il 1086, fa una donazione a favore  del vescovo di Messina e Troina (F. BIVIANO, Alla ricerca di Nàuloco, 1997).

Ma altri Borrello appaiono nella scena politica e religiosa della Sicilia.

Tra i cavalieri che fanno parte della cerchia normanna di Ruggero appare pure un Roberto Borrello.
Ai Borrello appartengono anche illustri personaggi (.. egregi homines…) che sono presenti nella cattedrale di Palermo per assistere a una donazione che il vescovo Gualterio fa nel 1113:  Herbertus Burellus, Mattheus Burellus, Robertus Borello. (C. A. GARUFI, Documenti inediti dell’epoca normanna in Sicilia, 1899).

Non so dimostrare alcun rapporto tra i Borrello di Sicilia a servizio di Ruggero e i Borrello di Pietrabbondante e di Agnone, ma il quadro di S.Francesco con la rappresentazione del tentato martirio di Santa Venera, è una suggestiva traccia per tentare un collegamento.

Certamente è singolare che nel quadro di S. Francesco i pagani siano vestiti di abiti islamici mentre la tradizione agiografica li dovrebbe far identificare in soldati e funzionari romani.

E’ proprio il loro particolare modo di vestire fa immaginare che la storia di Santa Venera nel quadro di Agnone sia stata collocata temporalmente all’epoca delle vicende militari di Goffredo Borrello. Così, facendo una di quelle confusioni abbastanza consuete nelle storie popolari dei santi, i persecutori pagani di Santa Venera sono stati identificati nei nemici dei normanni in Sicilia.

Non so se tutto questo potrà essere mai dimostrato, ma comunque il quadro di Santa Venera di Agnone è una occasione per avviare una ricerca. E non sempre le ricerche portano agli obiettivi che ci proponiamo.

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6 Commenti

  1. Carmen Lucci 22 ottobre 2014 at 11:43

    Interessantissime le ricerche per trovare un collegamento tra Agnone e la Sicilia.
    Il quadro lo conosco e non può non rimanere impresso.
    Il nome Venera ,in Agnone , è andato in disuso . Credo , invece ,che un tempo il culto per questa santa doveva essere più diffuso ,infatti un’ antenata di mia madre ( fine ‘800) si chiamava Venera.

  2. ermatea 22 ottobre 2014 at 19:36

    Ci siamo commosse leggento questo tuo scritto.
    Mamma, scomparsa da poco, era nata a Mascali, vicino Acireale e venerava molto santa Venera (scusando il bisticcio di parole) e diversi parenti si chiamavano / chiamano Venera o meglio con il diminutivo Enna. II destino ha voluto che dalla Sicilia venisse per lavoro proprio in Agnone
    Tea ed Adelaide

  3. Franco Valente 22 ottobre 2014 at 19:47

    Carissime Tea e Adelaide, grazie!

  4. Antonio 18 novembre 2015 at 14:44

    Molto interessante. Grazie. Un’altra Santa Venera la trovi a Porto Santa Venere (attuale Vibo Marina), in Calabria: il culto si è completamente dissolto ma il toponimo rimane consolidato.

    http://comuneportosantavenere.blogspot.it/search/label/SANTAVENERA

  5. Alberto d'Onofrio 13 settembre 2016 at 14:49

    Che piacere leggere i suoi dottissimi articoli, si ede subito che sono scritti da una persona che sa cosa sia “il piacere della ricerca” !
    Con i miei migliori saluti,
    Alberto d’Onofrio

  6. Franco Valente 13 settembre 2016 at 20:42

    Questi apprezzamenti sono la migliore ricompensa per un lavoro che non sempre viene apprezzato….
    Grazie Alberto!

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