Franco Valente

Spigolature araldiche. I Carafa a Forli del Sannio

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Oggi la cinta muraria di Forli del Sannio è totalmente scomparsa. Qualche anno fa è crollato anche il muro di sostegno di ciò che rimaneva del castello antico.

Non rimane nulla anche di quella murazione che presumibilmente fu riorganizzata successivamente, in periodo angioino, quando feudatario fu Ugone Brancia, che l’ebbe in possesso dal 1269, o qualcuno dei de Cornay che furono signori di Forli dal 1307.

L’ultima dei de Corney in questo feudo fu Maria che, andata sposa ad Andrea Carafa, trasmise il possesso alla famiglia del marito. Dei rapporti tra i Carafa e i de Cornay si ha una bella testimonianza in una apparato araldico che fortunosamente è sopravvissuto ai tanti stravolgimenti urbanistici a cui è stata sottoposta Forli.

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Oggi si trova collocato su un fabbricato che per tradizione sarebbe stato il granaio dei Carafa prima che venisse sostanzialmente trasformato dopo il terremoto del 1805.

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I tre scudi potrebbero essere stati fatti fare da Andrea Carafa che, sposando nel 1352 Maria de Cornay, divenne feudatario di Forli.

Oppure, più verosimilmente, dal figlio Carlo, terzogenito, che fu ciambellano agli inizi del Quattrocento di re Ladislao d’Angiò, a cui potrebbe appartenere il terzo degli stemmi.
La lettura dei tre scudi è relativamente complessa e accompagnandoci con le notizie storiche che ci vengono dal Ciarlanti (G. V. CIARLANTI, Memorie historiche del Sannio) possiamo capirne il significato.
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Il primo dei tre scudi partendo da sinistra è dei Carafa della Spina: Tre fasce di argento in campo rosso avente la stessa una spina di verde in banda.

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Il secondo è dei Cornay con qualche piccola variazione che ne caratterizza la peculiarità. In genere lo scudo dei Cornay è inquartato di nero e di oro. Quelli di oro caricati di una losanga di nero. Un lambello di rosso a cinque pendenti traversante sui quarti di sopra. In questo caso i pendenti sono quattro e la losanga è una sola nel primo quarto,  caricato di un giglio angioino.

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Il particolare del giglio dovrebbe avere il significato ideologico di appartenenza politica ai d’Angiò.

Siamo nel 1352 in un momento di particolare complessità nel dominio del regno di Napoli.

Tra anni prima, nel 1349, i paesi della Valle del Volturno erano stati praticamente distrutti da un terremoto si cui si conservò memoria negli annali di Montecassino e nell’archivio della Cattedrale di Isernia.

Da un documento che il Ciarlanti dice esistere presso l’archivio della Cattedrale di Isernia, risulta che un disastroso terremoto abbia distrutto, insieme alla chiesa di Isernia, pure quella di S. Vincenzo al Volturno, con il monastero e gli abitati da esso dipendenti, facendo vittime tra i monaci, nonché la città di Venafro:
Anno Domini 1349, de Mense Ianuarii in nocte S. Vincentii post cenam fuit unus terremotus multum magnus, et ab illa fere continue fuerunt quasi omni mense terremotus parvi usque ad festu Nativitatis gloriosae Virginis Mariae, die vero 9 mensis Septembris anni predicti sequenti post festum gloriosae Nativ. S. Mariae in hora media tertiae fuit terremotus tam magnus, tam ingentissimae potentiae, quod nemo recordatur simile terremotum a tempore Creationis. Diruit et subvertit Ecclesiam Iserniensem, domus Domini Andreae, D.ni Alferii, et generaliter omnia aedificia Civitatis Isernia a minori usque ad maius; itaque nullum omnino remansit, vel quod non esset totaliter destructus , vel pro maiori parte dirutum. Destruxit nihilominos totam Provinciam cominus, Fortilia Cardeti, Cerasoli, Ecclesiam S. Vincentii de Vulturno, Monasterium et omnia Castra Ecclesiae supradictae, in quibus mortui fuerunt venerabiles Monachi fratres carnales Abbatis Monasterii praelibati. Destruxit praeterea, et subvertit Monasterium Cassinense cum tota Terra S. Germani, in qua mortui fuerunt homines fere mille, destruxit alias Terras Mon. supradicti. Insuper destruxit Civitatem Venafri totaliter, et per totum, in qua mortui fuerunt septingenti, et multa alia, quae difficile per totum narrare. Fuit tam mira magnitudinis, et potentiae, quod Montes Alfae et plures alio montes scidit, et quodammodo conquassavit. Et quod maioris admirationis est omnes aquae totius patriae, quae tunc clarissime scaturibant, statim post terremotum factae fuerunt turbida sicut lutum ad colorem sanguineum.

Verso la fine dell’anno 1350 Maria di Durazzo era ritornata a Napoli e, dopo una serie di complesse vicende nelle quali intervennero energicamente anche papa Clemente VI prima e papa Innocenzo IV dopo, si pervenne a una composizione pacifica tra la corte napoletana e quella ungherese, mettendo fine a una serie di prepotenze che gli ufficiali ungheresi avevano fatto nel regno scorrendo tutto il paese fino alle porte di Napoli (A. DI COSTANZO, Historia del Regno di Napoli).

Nel terzo degli stemmi di Forli il campo (che immaginiamo di azzurro) è seminato di gigli d’oro con lambello di quattro pendenti d’argento in capo.  A parte il numero dei pendenti (quattro invece di tre) il riferimento alla casa dominante dei d’Angiò appare evidente.

G.B. Masciotta riprendendo dall’Aldimari e (B. ALDIMARI, Historia genealogica della famiglia Carafa. Napoli 1691) e dal Ciarlanti riferisce che Andrea Carafa, deceduto vecchissimo nel 1418 (e quindi prima della conquista aragonese), ebbe da Maria de Cornay dieci figli, e cioè Iacopo, Galeotto, Carlo, Bartolomeo, Pietro, Niccolò, Lorenzo, Andriella, Veritella, e Catterina.

Carlo Carafa, terzogenito, fu ciambellano di Re Ladislao e morì celibe dopo il 1418.

Gli successe il fratello Bartolomeo ancora in vita nel 1449.

Per qualche periodo Forli passò ai Pandone ed ai Muscettola, ma nel XVII secolo sono ancora una volta i Carafa titolari del feudo. Ai Carafa della Spina apparteneva quel Muzio che volle far ricordare il suo nome nel bel blasone lapideo che, portando la data 1613, attesta che il palazzo baronale in quell’epoca fu costruito o profondamente trasformato utilizzando un antico impianto murario a lato della porta urbica di accesso al nucleo originario di Forli, di cui rimane solo un pezzo del piedritto.
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Oggi il palazzo baronale è nel disastro totale per essere stato utilizzato come caserma dei carabinieri e per aver subito pesanti manomissioni architettoniche. Oltre il portale, solo qualche semplice cornice dei davanzali ricorda il suo primitivo carattere.
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In qualche parte dell’edificio doveva essere sistemata la grande lapide che oggi appare, dopo essere stata prelevata da altro luogo, su una casa che si affaccia sulla piazza della chiesa di S. Biagio: ANTONIO CARAFA DI MARCANTONIO PRIMO / G. DELLA FAMIGLIA CAVALIERE DEL TOSONE / GENTILUOMO DELLA CAMERA DI / S. M. CESAREA . MARESCIALLO DI CAMPO / COMMISSARIO GENERALE DELL’ESERCITO . PLENIPOTENZIARIO / IN ITALIA . AMBAS. CESAREO IN ROMA / CONTE DEL S. R. IMPERIO . UNDECIMO / SIG. DI FORLI E SIG. DELLO STATO DI TRAETTO / DI CERRO E MONTENEGRO 1693.

Antonio Carafa dei duchi di Forli nel 1655 era entrato al servizio dell’Austria e morì in Vienna proprio in quell’anno 1693 con la carica di Maresciallo dell’Impero. Riferisce il Masciotta che “fu famoso non solo nella guerra contro il Turco per audacia personale e valore di comando, ma pure per inflessibile severità quale Presidente della Corte marziale in Ungheria”.

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