Franco Valente

S. Antonio. Anzi S. Francesco. Anzi S. Stefano…. a Isernia

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La Chiesa di S. Francesco a Isernia.
da “Franco Valente, Isernia Origine e crescita di una citt
à”, 1982.
(con preghiera di citare la fonte in caso di utilizzazione dell’articolo)

Luca Wading nella sua opera “Annales Minorum” raccolse, alla prima metà del XVII secolo, tutte le notizie riguardanti l’Ordine Francescano. Riporto nella traduzione dal latino quanto egli riferisce a proposito della chiesa e del convento di S. Francesco di Isernia:

I frati di Isernia, della quale poco prima abbiamo parlato, completarono una nuova chiesa sotto il titolo del loro fondatore, sulla abbandonata precedente chiesa di S. Stefano la quale, secondo la tradizione di quel popolo, fu iniziata insieme al monastero quando S. Francesco attraversò il Regno di Napoli. Sulla facciata della chiesa, egregiamente lavorata, si vede questa iscrizione: “Nell’anno 1267 del Signore, al tempo del frate Benedetto dei Minori, quest’opera fu completata”. Principalmente queste lettere illustrano la campana fusa: “Maestro Giuseppe mi fece nell’anno 1259“.
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La prima chiesa, la cui porta principale era sistemata nello stesso muro della città, è conservata per la venerazione a S. Francesco, senza tuttavia essere usata, compresa la cella nella quale per vari giorni dimorò il Santo Uomo. Attualmente la chiesa è la più grande e la migliore di tutte di quella città; la sua facciata è sulla piazza principale e qui vi è frequentissimo concorso di gente. Ad essa chiesa nell’anno 1450 fu aggiunto il Cappellone di S. Antonio, tanto grande che eguaglia le dimensioni dell’intera chiesa ed è utile a molte confraternite isernine.

Questo luogo fa parte della provincia di S. Angelo ed è affidato alla custodia dei Padri conventuali della Contea di Molise“. (Annales Minorum, 3a ed. Quaracchi (1931-35) Tomo IV (1256-75) pag. 314).

Il Ciarlanti, riprendendo dal Wading, così riassume le vicende della chiesa: “indi giunto in Isernia (S. Francesco) anche vi fondò il Convento  sotto l’invocatione di S. Stefano, secondo lo stesso autore, ove etiandio al presente si vede una stanza, in cui dimorò per quel poco tempo, che si trattenne. Ma per istare questa Chiesa in luogo incommodo, i Padri, pochi anni dopo la morte del Santo chiusero quella, e con l’aiuto di persone pie pigliarono molte case, e buttandole a terra edificarono sopra il Convento, una buona Chiesa, e la nominarono di S. Francesco, la qual risponde alla maggior piazza della città, e fu finita l’anno 1267. Come si vede nel frontespizio con queste parole. Anno Domini 1267. Sub tempore fratris Benedicti Min. actum est hoc opus. Vi è anche la campana, che fu fatta nel 1259“.
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Particolare del portale: Anno Domini 1267. Sub tempore fratris Benedicti Min. actum est hoc opus.

Quale sia stata la motivazione concreta che abbia portato alla fondazione di questo convento, lo abbiamo visto nel trattare delle vicende della città nel XIII secolo, ma anche la tradizione che attribuisce a S. Francesco l’avvio della costruzione, sebbene priva di certezza storica, ha una sua fondamentale importanza simbolica.

Secondo il Ricci, che scriveva nel XVIII secolo, addirittura le pietre che compongono l’attuale facciata sarebbero state portate proprio da Assisi confermando un legame altamente significativo con la città del Santo.

Dal punto di vista architettonico il complesso di S. Francesco che vediamo oggi è il risultato di una serie di sovrapposizioni e di modificazioni, tutte sostanziali, che hanno caratterizzato la sua vita e che possono tutte essere ricollegate direttamente alle più importanti modifiche urbanistico-politiche vissute dalla città.

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Il Wading dice che la porta principale della prima chiesa, quella di S. Stefano, “erat in ipso urbis muro”, cioè era aperta direttamente verso l’esterno della città.

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S. Stefano. La prima chiesa con accesso da via Orientale

Ancora oggi, nonostante le modificazioni planimetriche subite dalla linea muraria orientale della città, una porta ogivale conferma tale descrizione, facendo ricollegare la localizzazione del primo convento alla consuetudine francescana di sistemarsi fuori della cinta muraria, in analogia con quanto è avvenuto in tutte le città italiane che vantano insediamenti francescani della prima metà del XIII secolo.

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S. Gennaro (XVIII sec.)

Soltanto le mutate condizioni politiche comportarono per la prima chiesa di S. Stefano, a meno di 50 anni dalla sua fondazione, un diverso rapporto con la struttura urbana, per cui la coincidenza che essa si trovasse a ridosso della cinta urbana, nonché la particolare topografia, determinò un ribaltamento dell’orientamento della chiesa ed una sopraelevazione capace di far guadagnare l’accesso direttamente dal piano stradale della via interna.

Tanto si deve soprattutto al vescovo Enrico da S. Germano, che proveniva proprio dall’ordine dei Minori e che fu il primo ad essere nominato direttamente dal Capitolo della Cattedrale.

Il rapporto urbanistico della chiesa con la città si concretizzò con la realizzazione della piazza antistante la facciata in maniera che essa assolvesse non solo alla funzione di ospitare gente sul sagrato, ma anche a quella di interrompere l’antica assialità della via principale della città.

Lo spazio urbano così definito costituì fino alla metà del XVII secolo l’area pubblica più ampia nell’ambito della cinta urbana, tanto che il Ciarlanti nel 1644 ancora la definiva come la “maggior piazza della città“.

 La facciata della chiesa, così come ci si presenta oggi, assomma gli elementi del prospetto duecentesco e le trasformazioni settecentesche.

Le tracce di un taglio circolare al di sopra del portale principale ci rivelano che nel XVIII secolo, quando si effettuarono le maggiori modifiche alla chiesa, la originaria facciata del XIII secolo, già rettangolare, fu sopraelevata per adeguarla alla nuova dimensione spaziale dell’interno. In tale occasione la realizzazione del cornicione interno condizionò lo spostamento del rosone verso l’alto e ciò fu effettuato riutilizzando le cornici preesistenti.

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Il portale invece è rimasto nella medesima originaria posizione, anche se dall’esame del basamento degli stipiti è possibile ritenere che sia stato eliminato un gradino· in conseguenza di un ribassamento dell’intero piano di calpestio interno.

Due esili semicolonne per parte caratterizzano la strombatura verticale e, sebbene apparentemente interrotte dai capitelli fitomorfici, si raccordano con le modanature di simile forma, che costituiscono la cornice della lunetta.

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La parte superiore si conclude con una cornice, tipologicamente simile a quella del rosone, ad andamento semicircolare e poggiante su due pseudo-mensole a forma di capo umano. Attaccata ad una di queste ultime, sulla destra, è sistemata l’epigrafe che attesta l’edificazione della chiesa nel 1267.

 Di ben altro disegno è il portale laterale che costituisce l’accesso al chiostro.

 La data scolpita nel concio centrale a forma di voluta attesta che esso fu eseguito nel 1765.

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L’interno che vediamo oggi corrisponde integralmente alle trasformazioni architettoniche operate nella seconda metà del XVIII secolo sull’originario impianto medioevale, come è attestato dalla lunga epigrafe apposta sulla parete interna della facciata, al di sopra del portale: D. O. M. / TEMPLUM HOC OMNIP. DEO IN HONOREM S. STEPHANI ANNO MCCXXII / PRIUS ERECTUM DEIN VERO IN MEMORIAM S. P. FRANCISCI ANNO / MCCLXII DENUO A FUNDAMENTIS EXTRUCTUM TANTEM PIA FRATRUM INDUSTRIA IN MIGLIOREM FORMAM REDACTUM ET INSTAURATUM ILL.MUS ET REV.MUS DOMINUSD. LUDOVICUS SABBATINI DE ANFORA CONGREGATIONIS PIORUM OPERATIONUM DEI ET APOSTOLICAE SEDIS GRATIA EPISCOPUS AQUILANUS  EIDEM S. SEDI IMMEDIATE SUBIECTUS REGIUSQUE CONSILIARIUS DIE VIII MENSIS DECEMBRIS MDCCL VI SOLEMNI TITU CONSECRAVIT UNA CUM QUATOR ALTARIBUS MAIORI VIDELICET S.S. CRUCIFIXI S. ANTONI AC S.B. IOSEPHI A CUPERTINO ET DEDICATIONIS FESTUM QUOTANNIS DOM.CA IV IULII CELEBRARI MANDAVIT

L’epigrafe riferisce che questa chiesa fu edificata la prima volta nel 1222 in onore di S. Stefano e fu trasformata nel 1262 (in realtà 1267) in onore di S. Francesco. Poi fu sostanzialmente modificata in una forma migliore per iniziativa dei confratelli. L’illustrissimo e reverendissimo don Ludovico Sabbatini d’Anfora , della congregazione delle opere pie e della sede apostolica, vescovo aquilano, il giorno 8 dicembre 1756 consacrò solennemente e contemporaneamente gli altari del nuovo cappellone dedicato a S. Antonio con gli altari del crocifisso, di S. Antonio, di S. Giuseppe da Copertino disponendo che ogni anno, nella quarta domenica di luglio, si celebrasse la festa della dedicazione.

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Appare evidente che l’intervento settecentesco, dal punto di vista architettonico, abbia mirato a riunificare spazialmente i vari adattamenti succedutisi nel tempo e che confermano la vitalità del monumento in ogni epoca.

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S. Francesco. Interno.

La soluzione finale, pur nei condizionamenti imposti dalla posizione urbanistica del complesso, è di buon livello e ci permette di avere un monumento che nel sostanziale rispetto dei canoni architettonici molto in uso nell’area campana, si presenta sostanzialmente anomalo per l’insolito dilatarsi, e non solo nella planimetria ma anche nella illuminazione naturale, del cappellone di S. Antonio, che è una vera e propria chiesa nella chiesa.  Anzi appare predeterminata la scelta di due modelli architettonici quasi contrapposti per cui mentre la chiesa antica presenta una assialità scandita nella navata dai-tre arconi a tutto sesto che anticipano la pseudo-cupola di un inesistente transetto, al contrario la cappella di S. Antonio, con il suo bifrontismo e la sua diffusa luminosità, si presenta spazialmente autonoma e conclusa in se stessa.

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S. Francesco. Cappellone di S. Antonio

Anche nella chiesa di S. Francesco e nella cappella di S. Antonio si riconoscono gli elementi stilistici di una architettura che caratterizzò tutto il settecento molisano non solo per i costanti ed evidenti riferimenti alle decorazioni che dal nord Europa, soprattutto attraverso le maestranze lombarde, erano rimbalzate nel meridione di Italia, ma anche per una impostazione spaziale che rispondeva alle necessità ideologiche delle classi dominanti.

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Il Diavolo che regge l’Acquasanta.

La chiesa di S. Francesco, anche se ancora conserva reminiscenze medioevali, frutto di una radicata tradizione popolare, come le figure diaboliche condannate a reggere le acquasantiere all’ingresso, mira attraverso una rielaborazione del suo impianto medioevale, a sostituire alla concezione mistica e simbolica della religione, una visione concreta e razionale della organizzazione del regno di Dio sulla terra.

Delle opere della chiesa certamente quella di maggior pregio è la statua lignea della Madonna della Provvidenza, databile tra il XIV e il XV secolo, ora nel Palazzo Vescovile.

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L’altare di S. Antonio (XVIII sec.)

La figura di Maria, che è seduta, regge il Bambino benedicente tenendolo in equilibrio sulla gamba sinistra. Il panneggio delle tuniche, la dinamica posizione della gamba sinistra del Bambino e la serena, non fissa, espressione dei volti rendono l’opera di un elevato valore formale, accresciuto ancor più dalla venerazione popolare che nell’immagine viene riposta.

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Crocifisso nel cappellone di S. Antonio

Espressivo è il Cristo sistemato nell’altare di sinistra, nella cappella di S. Antonio, che per l’accentuata sproporzione delle mani e del capo, nonché per l’inconsueta posizione del busto affacciato verso il basso, è tra le opere più originali esistenti nel territorio isernino.

Secondo Ermanno D’Apollonio, ripreso da Antonio Mattei (Storia di Isernia, VoI. II pag, 317), questo sarebbe il Crocifisso che Ottavio Iannotta (nel 1556) sottrasse con le armi ad un gruppo di soldati tedeschi i quali se ne erano impossessati profanandolo in una chiesa di Anagni e che a guerrà finita donò al Convento di S. Francesco. L’episodio è narrato con dovizia di particolare dal Ciarlanti nelle Memorie Historiche del Sannio.

L’altro crocifisso posto nella cappella di S. Antonio, dalle dimensioni maggiori del primo, anch’esso di legno, può essere collocato tra le consimili opere quattrocentesche di cui si hanno molti esempi nella nostra regione. Confermano tale legame la particolare rigidità delle braccia sottoposte alla trazione del corpo, verticalmente allungato ed il perizoma scivolato verso il basso.

Interessante è pure la campana, cui accennano il Wading ed il Ciarlanti, per essere del 1259. Da una comunicazione del 1923 di Salvatore Aurigenna alla rivista “Napoli Nobilissima” abbiamo notizia che essa nella primavera del 1922 fu condannata ad essere fusa per riutilizzare il suo metallo per una nuova campana. Dice Aurigenna che in quella occasione: “Si potè così esaminare in condizioni favorevoli il bronzo, e si constatò che la campana (la quale misura m. 0,77 di diametro alla bocca, ed ha una altezza di m. 1,09 compresi gli anelli di presa alti m. 0,17) reca rilevata presso l’orlo, entro una doppia leggiera filettatura, su una sola linea, un’iscrizione che si legge come segue: MENTEM. SCAM. SPONTANEA HONORE DEI. ET PATRIE LIBERATIONEM.
Sulla stessa linea ma in caratteri pi
ù piccoli: MAGISTER IOH ME FECIT. M. CC .. LIX …
Nel campo, al di sopra dell’iscrizione, null’altro che quattro piccole croci in rilievo, una per ciascun lato e al sommo, un’altra doppia leggiera filettatura, senza per
ò iscrizione.

Per merito dell’ispettore onorario dei monumenti di Venafro comm. Giuseppe Cimorelli fu richiamata l’attenzione della Regia Soprintendenza di Bari sull’importanza della campana, e fu disposto che questa fosse conservata sul luogo fino a nuove disposizioni: “Noi facciamo voti – poiché l’alta antichità dell’iscrizione e il ricordo dell’antico fonditore, Maestro Giovanni, assegnano alla campana un luogo d’onore tra le antiche campane – che sia assicurato al bronzo di Isernia la considerazione di cui è meritevole“.

Ma c’è un altro venafrano che, molto prima, è intervenuto in questa chiesa.

Nella parte posteriore dell’altare maggiore, nell’area riservata al coro, campeggia una tela che è sopravvissuta alle trasformazioni settecentesche.

Si tratta di un grande quadro dei primi del Seicento con la Madonna che regge il Bambino tra San Bonaventura, San Francesco d’Assisi, San Francesco di Paola e San Ludovico, tutti santi francescani.

In basso vi è anche l’immagine del donatore. Anzi, più che del donatore, si tratta del confratello che commissionò la tela a spese della comunità.

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Il ritratto di Giovanni Battista Giusto di Venafro

Al centro rimangono alcune parole di una epigrafe: … COENOBI AERE FRATER IOANNES BAPTISTA JUSTUS VENAFRANUS PICTURAM etc…

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Madonna con Bambino tra i santi Bonaventura, Francesco d’Assisi, Francesco di Paola e Ludovico (Inizio XVII sec.)

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