Franco Valente

Ruzulin e i templari nel Molise in un romanzo di Nicola Gliosca

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Il fascino misterioso dei Templari. Anche nel Molise.

Ad Acquaviva Collecroce si presenta RUZULIN, l’ultimo romanzo storico di Nicola Gliosca.

8 maggio 2015, 0re 17

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Franco Valente
Introduzione

Non so perché, ma quando si va nel territorio di Acquaviva si ha la sensazione di stare dall’altra parte del mare Adriatico. Specialmente se per le circostanze più diverse hai avuto la possibilità di leggere la storia delle comunità che da tempo immemorabile abitano questo territorio.

Qualcuno chiama suggestioni queste sensazioni e le suggestioni producono effetti in chiunque decida in un momento della propria vita di metterle in ordine scrivendo una storia.

La storia, sostengono i fondamentalisti delle cosiddette “Cronache”, si fa seguendo solamente le logiche che hanno la base scientifica della certezza delle fonti. I romanzieri, invece, preferiscono andare, oltre ogni ragionevole criterio scientifico, alla costruzione di vicende più o meno accreditabili lasciando molto spazio alla fantasia.

Esiste, credo, una terza via che si può percorrere combinando insieme i fondamenti scientifici e le suggestioni più o meno accreditabili.
E’ la strada che Nicola Gliosca ha intrapreso quando ha iniziato la costruzione del suo romanzo.

Chi conosce la storia del contesto in cui la vicenda si dipana, capisce che egli sia partito proprio dall’intorno per arrivare al nocciolo.

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Acquaviva ha un territorio difficile. E non solo dal punto di vista geografico. Una terra che per la sua natura geologica è sempre in movimento. Il nome stesso del paese fa immaginare che in un momento particolare della sua storia sia comparsa una sorgente proprio per effetto delle sue modificazioni non solo superficiali.
Alle condizioni geografiche, poi, si sono sommate quelle politiche da una parte e quelle religiose dall’altra.
Le prime hanno determinato la formazione di tutto quell’apparato fisico che risponde ad esigenze ideologiche. Sono apparsi castelli, cinte murarie, strade, agglomerati urbani, fattorie. Dalle origini ai nostri giorni.
Le seconde, quelle religiose, pur se fortemente condizionate dagli apparati ideologici nell’organizzazione della vita quotidiana, hanno fatto prolificare forme architettoniche legate alla certezza teologica che si fonda sulla visione apocalittica dell’attesa della fine del mondo e del momento del giudizio finale.

Sicché, se si vuole fare la storia di un luogo, si deve tenere conto di queste tre componenti: La natura fisica della terra, l’avvicendarsi del potere politico e l’organizzazione religiosa.

Il romanzo tiene conto di questi tre elementi e racconta di un episodio che potrebbe essere accaduto alla fine del XIII secolo.

Il contesto temporale è quello dell’ultima fase di una complessa vicenda che parte da lontano e che coinvolge in maniera spesso dolorosa il mondo mediterraneo quando alle controverse interpretazioni teologiche, che sembrerebbero dovessero essere confinate nelle dispute dottrinarie, fanno eco le attività militari che concretamente portano conseguenze sulla vita terrena delle persone.

Se vogliamo, l’origine della vicenda, anche se non esplicitamente detto, sta nelle decisioni di un Concilio della Chiesa, il secondo fatto a Nicea, al termine del quale, nel 787, papa Adriano pronunciò un anatema:

Chi oserà pen­sare o insegnare diversamente, o, se­guendo gli ere­tici empi, vio­lerà le tradizioni della chiesa o inventerà delle no­vità o ri­fiuterà qualche cosa di ciò che e stato affi­dato alla chiesa, come il Vangelo, la raffigura­zione della croce, immagini dipinte o le sante reli­quie dei martiri; chi immaginerà con astuti rag­giri di sovvertire qual­cuna delle legittime tradizioni della chiesa universale, o chi userà per scopi pro­fani i vasi sacri o i venerandi monasteri, noi decretiamo che, se vescovo o chierico, sia depo­sto, se monaco o laico venga escluso dalla comunione.

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La storia di Ruzulin nasce da una vicenda che si articola intorno al furto di preziose reliquie e a una serie di fatti strani, compreso un omicidio, che avvengono all’interno di un monastero frequentato e amministrato da Cavalieri Templari.

Il racconto, evidentemente romanzato, è verosimile e si regge sulla convinzione che il monastero benedettino di S. Angelo in Palazzo facesse parte di quel sistema articolato di postazioni che dovevano da una parte garantire ospitalità ai pellegrini che da Gerusalemme si recavano a Roma e dall’altra assicurare che anche in quel luogo sarebbe scesa la Gerusalemme Celeste il giorno della fine del mondo.

La reliquia è il perno del sistema. Un perno facilmente asportabile e perciò bisognevole di protezione per evitare che venisse rubata.
La scomparsa di una reliquia avrebbe fatto perdere alla comunità la certezza che, anche in quel preciso luogo dove essa era conservata, dovesse scendere l’anima del santo che ne era titolare.

L’intitolazione a S. Angelo (o S. Michele Arcangelo, che è la stessa cosa) del Monastero dove si articola la storia riconduce inequivocabilmente a una fondazione longobarda, se non addirittura precedente. D’altra parte a Larino è attestata la più antica testimonianza peninsulare del culto per S. Michele Arcangelo. Solo una tradizione orale, poi confluita in testi scritti, fa risalire al 490 la prima apparizione dell’arcangelo Michele nella grotta del Gargano.

Invece una lettera di Gelasio I, che fu papa negli anni 493 e 494, riporta a quei due anni l’esistenza di una devozione per il Principe degli Angeli in Italia e, forse, in Europa. Si tratta di una risposta a Giusto, vescovo di Larino, che si era rivolto al pontefice per conto di due laici larinesi: Priscilliano e Felicissimo. Costoro chiedevano di essere autorizzati a costruire su terreno proprio una chiesa in onore dell’arcangelo Michele in una località detta Mariana (in re propria quae Mariana vocatur …. quam in honore sancti archangeli Michaelis et nomine desiderant consecrari” ….. si ad tuam pertinet parochiam) (Gelasii epistula 2, in S. Löwenfeld, Epistolae Pontificum Romanorum Ineditae, Leipzig 1885).

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Proprio a una chiesa di Larino, S. Primiano, sembra collegarsi l’organizzazione templare di Acquaviva. Una chiesa molto particolare che oggi è ridotta a rudere ma che una volta era uno dei punti fondamentali in quella via Francigena che in epoca carolingia, partendo da Roma e passando per le terre di Montecassino, si collegava a Termoli, una delle porte verso l’Oriente. Come sostenne Pietro Diacono nel raccontare la fuga finita male dell’abate cassinese Atenolfo inseguito dalle truppe di Enrico II di Sassonia che era venuto da queste parti nel 1022 per ristabilire i confini con l’Impero di Bisanzio che pericolosamente si stavano spostando per inglobare la Longobardia Minore.

In effetti l’abbazia di Montecassino a Larino aveva un proprio monastero, S(anctus) Benedic/tus   Pectinali   // o(mn)ibus pertinentiis / suis, il cui titolo è richiamato nelle porte di bronzo che Desiderio aveva fatto realizzare a Costantinopoli.

Di questo monastero dipendente da Montecassino ha scritto ampiamente il vescovo Giovanni Andrea Tria nelle sue sempre utilissime “Memorie storiche, civili, ecclesiastiche della Città e Diocesi di Larino”, (Roma 1744), ripreso ultimamente da Giuseppe Mammarella in “Larino Sacra II” (San Severo 2000) quando ha trattato del culto dei martiri larinesi.

L’antico monastero benedettino, però nel tempo, ha cambiato titolo in quello di S. Primiano forse perché alla presenza benedettina originaria si sovrapposero o si sostituirono interessi di altro genere e che genericamente possiamo collegare alla costituzione di un organismo religioso-militare gerosolimitano.

Dall’opera del Tria sappiamo che per lungo periodo la chiesa di S. Primiano sia appartenuta alla Commenda dei Cavalieri Gerosolimitani almeno dalla fine del XIII secolo.

La questione è interessante e merita di essere approfondita soprattutto per verificare la circostanza, che io ritengo ragionevolmente plausibile, che il Monastero di S. Benedetto in Pectinali inizialmente abbia svolto la funzione di xenodochio nel complesso ed articolato sistema di luoghi deputati ad ospitare monaci e pellegrini che nell’alto e basso medioevo si recavano da Roma (o Montecassino) a S. Michele sul Gargano o ai porti della Puglia per raggiungere Gerusalemme e l’Oriente in generale e che successivamente sia diventata una stazione templare.

Nel Molise l’organizzazione templare è attestata un po’ dappertutto. Ma poiché le fonti storiche sono piuttosto avare, ogni volta che si tocca questo argomento, c’è chi, con molta sufficienza, taglia corto dicendo che si tratta di cose tutte da dimostrare.

Probabilmente non è proprio così e perciò credo sia opportuno continuare nella ricerca perché ogni tanto nuovi elementi arricchiscono il quadro entro cui collocare anche singoli episodi che forse in un tempo prossimo ci permetteranno di avere una maggiore consapevolezza di cosa abbiano significato in un’epoca che ragionevolmente possiamo porre tra l’XI e il XIV secolo.

Un piccolo squarcio, per esempio, è venuto da Giuseppe Zio che ha recentemente pubblicato una serie di considerazioni sulla presenza dei templari nel territorio di S. Martino in Pensilis in un casale detto Royarium.

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Oggi partendo dai regesti nell’archivio diocesano che Fulgenzio Gallucci,  vescovo di Boiano, fece raccogliere nella prima metà del XVII secolo, ne possiamo aggiungere un altro del 1208, già studiato da P.F. Keher, E. Jamison, D’Andrea e G. De Benedictis, dove si attesta l’esistenza di un nucleo templare in contrada Tappino, dalle parti di Campobasso, dedicato a S. Salvatore: 1208, agosto 10. Nell’anno 1208 Alli 10 di Agosto Mons(igno)re Ray(naldo) vescovo di Boiano si aggiusta della decima che gli spetta della cultura di San Salvatore di Tappino, che havevano comprata li Templari dal sig(no)re Ray(naldo) del Monte Vairano, con fra Nicola di Coll’alto Maestro delle Case del Tempio di Puglia, e Terra di Lavoro, e riceve quattro onze d’oro dal d(ett)o fra Maestro Nicola per commodo del Vescovado presenti e consentienti molti Canonici, e se ne fa instrum(en)to per mano di Giodice Guglielmo di Boiano ut supra.

Null’altro si dice del perché i Templari, che allora erano guidati da Nicola di Coll’alto (che il Gallucci dice essere Maestro delle Case templari di Puglia e di Terra di Lavoro) abbiano deciso di posizionarsi in un luogo che sembra essere fuori della rete viaria rispetto ai moderni assi di collegamento stradale.

Si tenga presente che, secondo il documento, il nostro Nicola sarebbe stato abitante di Coll’Alto che si trova a un centinaio di metri dal nucleo abitato di contrada Tappino, a ridosso dell’antico braccio-tratturello che lo collega al tratturo maggiore Pescasseroli-Candela.

Egualmente era una chiesa templare quella dedicata a S. Bartolomeo, nel territorio di Ferrazzano, su tutt’altra direttrice stradale verso la Puglia, come sappiamo da un documento angioino del 1275.

E’ noto che dei Templari si cercò di fare una cancellazione sistematica e che i loro beni in buona parte transitarono nel patrimonio degli ordini di Gerusalemme oppure direttamente in quello della Chiesa.

Un documento degli scomparsi Registri Angioini attesta che già nel 1309, a poca distanza da Acquaviva, Bartolomeo vescovo di Termoli era proprietario dei beni che sotto il titolo di S. Giacomo erano appartenuti ai Templari: Scriptum est statutis et statuendis super procurandis bonis domus olim militie Templi in civitate Termularum et locis adiacentibus suis etc. …. quod homines casalium Sancti Iacobi ad sanctam ecclesiam Termularum pleno iure, et Sancti Marci dicte domus olim militie Templum spectantium... (Reg. Ang. 184, fol. 258 t.).

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A Isernia, nel 1373, vediamo appartenere ai Cavalieri di S. Giovanni i beni di S. Giacomo che, come sostiene il vescovo dell’epoca, erano appartenuti ai Cavalieri del Tempio. Questi beni, ancora nel 1745, come attesta il cabreo sottoscritto dal notaio Carlucci di Isernia, appartenevano all’ordine dei Cavalieri di Malta.

Ho detto delle suggestioni della storia. Certamente lascia pensare la circostanza che gran parte del territorio di Acquaviva sia appartenuto proprio alla commenda di S. Primiano di Larino a cui furono aggregati con decreto di Bonifacio VIII il 22 settembre 1297.

Gli elementi del documento sono troppo generici per capire se si trattasse di consolidare il potere dei monaci benedettini che erano gli originari proprietari dei beni o di cancellare una condizione di dipendenza di quei luoghi dall’organizzazione dei cavalieri del Tempio.

Nicola Gliosca è convinto di questa seconda ipotesi, perché l’atto di Bonifacio sembra anticipare quello che sarebbe successo qualche tempo dopo.

Il 14 settembre 1307 Filippo il Bello avrebbe scatenato contro i Templari una persecuzione inviando in contemporanea messaggi in ogni parte del regno ordinando che si arrestassero e che i loro beni venissero confiscati. Costretti a confessare anche con la tortura colpe non commesse vennero cancellati dalla storia.

La loro esistenza rivive oggi nei racconti come questo di Nicola Gliosca.

Perciò il romanzo si chiude significativamente nel 1310.

 

RUZULIN di Nicola Gliosca
Copertina di Rino Gliosca
Editrice DI GIROLAMO

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6 Commenti

  1. pino miscione 8 maggio 2015 at 17:44

    Molto interessante l’argomento. Conto di leggere quanto prima il romanzo di Gliosca.

    La centralità del monastero benedettino di San Primiano di Larino, rispetto al pellegrinaggio verso i “loca santa”, ed in primis, il Santuario arcangelico del Gargano, è senz’altro da approfondire. Faccio rilevare che l’intera storia cristiana di Larino deve tantissimo al pellegrinaggio micaelico, culto invero assai contrastato da queste parti. Le stesse modalità della “traslazione” delle spoglie mortali di S. Pardo da Lucera, se rilette alla luce dei documenti agiografici più antichi – le due Vite – e tenuto conto della antica lauda conosciuta come “Carrese di S. Pardo” (“Mi voglio fa na vesta pellegrina | Mi voglio ire addò spunta lu sole | A là ce nà bella conca marina | Dove si battezzava nostro Signore …” , edita da Stelluti, Carri & Carrieri), fanno chiaramente intendere che essa dev’essere avvenuta a conclusione di un pellegrinaggio alla Grotta arcangelica. A mio modo di vedere, la storia dei buoi sarebbe una “leggenda agiografica” delle più classsiche.

    Leggo inoltre di questa identificazione del monastero in questione con quello che il Tria chiama “in pettinari” on “in pectinari”. Credo sia utile riportare che altri studiosi locali (ad es. Pietrantonio, I Benedettini nella diocesi di Larino) propendono per l’esistenza di due monasteri distinti, l’uno, detto di San Primiano o di San Benedetto, eretto “infra murum et muricinum”, accanto ad una basilica paleocristiana che conservava le reliquie del martire; l’altro, detto appunto “in pettinari”, che sorgeva ai confini del territorio dell’attuale Ururi (“in finibus Larinensium”).

    Infine, essendomi interessato del culto micaelico nell’antica diocesi di Larino, per motivi non solamente storici, non posso non ricordare che nella Penisola italiana esisteva con sicurezza un edificio di culto micaelico più antico di quello oggetto dell’epistola di Gelasio I, e precisamente a 7 km dall’Urbe, lungo la Via Salaria, nei pressi dell’od. Castel Giubileo, dove il Martirologio Geronimiano menziona una basilica intitolata all’Arcangelo, eretta tra il 425 e il 450 sui resti di una villa romana (Mart. Hier., III kal. Oct.). Il 29 settembre vi si celebrava una Messa stazionale presieduta dal Papa (Otranto, “Note sulla tipologia degli insediamenti micaelici nell’Europa medievale”, 387; Saxer, “Santi e culto dei santi nei martirologi”, 34; Bianchini, Vitti, “La basilica di San Michele Arcangelo al VII miglio della Via Salaria alla luce delle scoperte archeologiche”).

  2. Franco Valente 8 maggio 2015 at 22:43

    Gentile dott. Miscione,
    grazie per l’interessante contributo.
    Aggiungo che la Sua precisazione è opportuna e chiarificatrice.
    Della questione si trattò nel Congresso Internazionale di studi sul culto per S. Michele a Bari nel 2006 in un bel saggio di Mario Sensi.
    Franco Valente

  3. pino miscione 9 maggio 2015 at 19:00

    Ecco, mi conceda di puntualizzare una questione. L’importanza della basilica micaelica di Larino è in ogni caso fuori di dubbio, non solamente da un punto di vista storico, ma soprattutto teologico. Per la prima volta nella Cristianità il Vicario di Cristo dava disposizioni di consacrare un luogo di culto al Principe delle milizie celesti. Si tratta di un fatto di valore immenso: il culto cristiano di un’intera diocesi, fecondata dal sangue dei martiri, veniva messo sotto la celeste protezione del Debellatore del maligno. In ultimo, possiamo dire che è il Santo Sacrificio stesso a godere tuttora di una simile protezione. Leggendo il cap. 12° dell’Apocalisse si ha piena comprensione di quale valore abbia questa singolare difesa, malgrado tutto.

    Leggo di questa reliquia presente ad Acquaviva, che presumo sia quella di San Primiano di cui si ha memoria, del quale ho parlato con Gliosca in un paio di occasioni. Una basilica micaelica denominata Sant’Angelo a Palazzo sorgeva a Larino, nel sito dell’antica città romana. Se possa essere identificata con quella gelasiana non ci è dato di sapere con certezza. Sconsacrata da secoli, essa rimane nei piani inferiori della chiesa parrocchiale cittadina.

    Questa è la città che ha per emblema un’ala d’argento in campo azzurro, ma del culto micaelico non rimane nulla e dei beni appartenuti alla Commenda poco sappiamo. Se c’entrino i Templari o altre entità di più fresca fondazione, sarebbe questione da affrontare – credo – in altro ambito. La ringrazio dello spazio concessomi.

  4. Franco Valente 10 maggio 2015 at 06:51

    Concordo.
    E’ una questione di cui mi sono interessato in maniera superficiale. Anche l’individuazione di S. Angelo in Palazzo, come sinteticamente dice Lei, è cosa complessa.
    Sull’uso dell’ala nello stemma civico si sono dette molte inesattezze o, comunque, esagerazioni.
    Grazie!

  5. Chiara Trengia (Montréal- Québec) 2 febbraio 2016 at 18:47

    Je suis très intéressé par ce livre mais je devrai garder mon Robert- Signorelli près de moi !
    Mon grand-père est né à Larino et je fais des recherches recherches généalogiques sur ma famille. J’ai pu remonter jusqu’en 1720… Je suis très fière de mes gouttes de sang italien.

    J’ai été touchée par votre site, les vestiges du passé ont beaucoup à nous dire car, effectivement, les pierres parlent.

    Mille grazie !

  6. Franco Valente 6 febbraio 2016 at 19:10

    Chiara! …. merci beaucoup! Passerò il tuo messaggio a Nicola Gliosca con la tua mail!

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