Franco Valente

A proposito di “La Fraterna. Isernia, la fontana dei Misteri” ricevo da “Heritier d’Hetrurie” un commento che pubblico volentieri

RAMPINIStemma

A proposito di “La Fraterna. Isernia, la fontana dei Misteri” ricevo da “Heritier d’Hetrurie” un commento che pubblico volentieri perché serve a rianimare un dibattito su questo importante monumento, simbolo della città, ora ridotto a feticcio urbano mortificato nel ruolo di banale fondale fotografico.

http://www.francovalente.it/2008/01/31/la-fraterna-di-isernia-la-fontana-dei-misteri/

“Heritier d’Hetrurie”

Sono formidabili questi approfondimenti; strumenti indispensabili per coloro che ricercano.

In particolare, per ulteriori sviluppi del presente studio, proverò ad affiancare al contributo dello studioso il metodo dell’indagatore o, per meglio dire, dell’investigatore. Sperando che, in questo modo, il mistero della fontana venga chiarito.
Quasi mai ciò che sembra coincide con quello che è per cui, anche in questo campo, occorre una punta di sana malizia e dubitare di quanto si vede o sembra vedersi: nello specifico dell’iscrizione “FONS ISTE… etc.” si potrà notare come la stessa sia stata manomessa (e mi recherò, ancora una volta, di persona per controllare meglio sul posto di come la targa sia stata alterata), magari proprio dalla famiglia Rampini, o da altri.

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In effetti, nel seguito dell’iscrizione latina riferita alla fontana non sembra tanto potersi leggere con certezza: “…CVIVS POSIT (riferita ai Rampini)”, in quanto nel secondo termine, si scorge un malriuscito tentativo di trasformazione della lettera “N” in “S”. In questo modo, le parole prendono un senso diverso, vale a dire: “Cuius PONT”, e la falsificazione consisterebbe nell’aver tentato di eliminare il rafforzativo dell’altra più celebre e tanto discussa iscrizione: “…AE PONT…”.

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Se ne deve dedurre, quindi, che la localizzazione molisana della lapide funebre, rinvenuta nella fontana, non debba essere affatto presunta e, di conseguenza, lo stesso concetto vale anche per la famiglia PONTIUS.
Inoltre, il cuius che precede ricorda un qualcosa di simile alla nota locuzione giuridica testamentaria del:” de cuius”, alla quale avvocati e notai fanno sempre seguire un nome ed un cognome. Noi che siamo maliziosi potremmo dare anche un volto a tale de cuius: ad esempio, PILATE (o Pilatus), similmente all’altro celebre frammento di pietra rinvenuto in Cesarea (TIBERIEUM – PONTIUS PILATUS praefECTUS IUDAEAE…).

Detto in questo modo, deve arguirsi che non tanto la famiglia dei Rampini abbia compiuto una mistificazione attribuendosi fontana e targa, quanto altri nel conferirgliele affinché la questione dei natali del noto procuratore – o prefetto – romano non risultassero PENTRI.

Dunque le ultime due righe della targa sarebbero un’aggiunta alla già citata trasformazione della lettera enne in esse e, pertanto, da reputarsi quantomeno non veritiere in sé: vale a dire non implicanti la falsità o meno dell’aver voluto la fontana: in quanto create per lo più per confondere. Tuttavia la forma dubitativa del termine parabis che segue, ricorda una sorta di ripensamento (come quello dell’altra nota forma giuridica del… delinquente per senso di colpa, che lascia tracce evidenti del proprio pessimo operato – come esemplificazione: la figura del delinquente maldestro -).

Detto solo di passo, ma l’intera targa pare essere stata “lavorata”, ossia scavata affinché vi fosse incastrato un insolito scudo araldico, asportandosi in questo modo il vero seguito e senso della frase compiuta: “- Fons iste – ….cuius Pontius… – … -, etc.”. Laddove il blasone di una data famiglia venuta secoli dopo, poco o nulla c’entra.

In fine, un ulteriore indizio di conferma relativo al tema del Pilato Molisano è rinvenibile nel modo in cui vengono – o venivano – apostrofati gli abitanti del comune di Macchiagodena da quelli dei villaggi vicini, in particolare di Frosolone, ossia: “Quelli del paese di Pilato (con connotazione quasi dispregiativa)!”. Nonché dalla presenza-reminiscenza del cognome del magistrato romano nello stesso paese.

Spero che questi elementi siano sufficienti per ulteriori ricerche. Il tema è ben più vasto. Se qualcuno ne comprende l’importanza auspico voglia darmi una mano; l’ausilio è il benvenuto da parte di chiunque. In ogni modo, chi scrive ringrazia l’autore del sito per l’apporto fornito, anche se finora in modo inconsapevole, da questo come da moltissimi altri suoi lavori, dai quali ha appreso nozioni e situazioni dal valore incalcolabile. E lo si vedrà dai commenti su altri approfondimenti; in particolare su quello dell’abbazia benedettina di San Vincenzo al Volturno, che mi ripropongo di commentare e, possibilmente, sviluppare, se mi sarà concesso.

Al di là di tutto, ancora un sentito grazie, Franco Valente.

“Heritier d’Hetrurie”
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1 Commento

  1. heritier d'Hetrurie 5 maggio 2015 at 13:23

    Adesso, a memoria, non mi vengono in mente altre accezioni da associare al termine latino: RAMMNIANI – ma un buon conoscitore di quella lingua forse potrà suggerire dell’altro – se non quello di una delle tre tribù federate all’origine della fondazione di Roma con i Tities, i Luceres, e i RAMNES – o RAMMNES – appunto; né quale connessione possa esservi o farsi, fra tale tribù e la Fraterna, o lo stesso PILATO…

    Ebbene sì, anche le due righe susseguenti a: FONS ISTE CUIUS PONT, ovvero: RAMPINIANI ME PARABIS, sembrano essere state manomesse, questa volta attraverso la trasformazione della lettera “M” in una “P”!
    In effetti, nella terza riga, prima doveva leggervisi RAMMNIANI e non Rampiniani. Sempre che quelle due righe fossero da considerare autentiche – anche se a questo punto parrebbe proprio di si, giacché una falsificazione di un falso non avrebbe senso (benché non è del tutto detta l’ultima parola). Insomma è chiaro che come quella Fonte venne costruita alla maniera di un puzzle, pezzo su pezzo, così occorra smontarla nello stesso modo per svelarne il mistero, specialmente da un punto di vista linguistico e filologico.
    Noi ora sappiamo che essa si presenta come un tutto che parla attraverso parti e con un qualcuno che ha tentato di farne perdere il filo agli interpreti. E’ evidente allora come essa possa contenere un messaggio (a cominciare dal nome, che indica la Fratellanza ma che è solo il primo dei suoi significati): un messaggio, dunque, di grande importanza che tuttavia non doveva passare.
    E perché mai?
    Non è lecito a questo punto, visto i tanti dubbi che essa suscita, ritenere che fossero proprio le genti Sannite, in sé, a racchiudere un qualche indicibile mistero, od un segreto?
    Certo… il popolo che compì, alle Forche Caudine, il primo autentico gesto di non violenza della Storia – composizione civile e pacifica dei conflitti armati – qualche secolo prima della venuta di Cristo; o della Terra che diede i natali ad un Papa che scappava da Roma a qualche mese dalla sua elezione – come se il suolo ed i simboli della città del vizio gli scottassero sotto i piedi -, o al prefetto romano – nato nel Sannio Pentro – che tentò in vari modi di salvare Gesù (e in effetti nonostante le calunnie ventilate a Tiberio – per via delle quali venne rimosso dalla Galilea per presunti maltrattamenti ai suoi sottoposti – da molte parti egli è venerato quasi come un Santo); dovevano pur significare qualcosa!
    E che dire di quegli uomini Provenzali, spesso mistici – ma anche d’armi o di lettere e comunque di grande ingegno -, che venivano a stabilirsi o si ispiravano a quel territorio come per rispondere alla chiamata del popolo degli ultimi?
    Ultimi ma sempre con uno spirito fiero e indomito i Sanniti, talmente singolare da farlo confluire spesso nello stesso concetto di fedeltà: dalle Forche Caudine al Brigantaggio pro-borbonico; dall’opposizione a qualsiasi tirannide all’amore per la semplicità di costumi ed usanze della propria Terra. “…preferivano il rischio della sconfitta pur di non rinunciare alla vittoria (o alla propria libertà?)”.
    Bel contrasto, in fin dei conti, quello che connota i Sanniti quali un popolo di guerrieri, però… pacifici. Non è vero?

    Insomma, a proposito dei viandanti illustri, a certa gente, chi glielo faceva fare di recarsi tra i dimenticati. Se erano in cerca soltanto di una ascetica pace di una Terra solitaria e santa perché ad essi non bastava la più famosa, confortevole, verde e mistica, Umbria? Non è forse il caso, allora, di iniziare a ragionare in termini di quale possa essere stata la missione di quegli insoliti ospiti? E forse non erano proprio i Sanniti ad avere una missione che occorreva risvegliare o, di tanto in tanto, solo ricordare?
    Ecco, a questi interrogativi, forse, era ora che qualcuno desse una qualche risposta certa; e adesso, grazie a più d’una prodigiosa intuizione dell’architetto Franco Valente – il cui sito costituisce autentica miniera, di veritiera cultura, a cielo aperto e da cui attingere a piene mani (al punto da non sapersi quasi da dove iniziare) – che a molte di quelle domande sarà possibile fornire buone spiegazioni.
    Per cui è tempo di spostarsi, per adesso, proprio su di un altro grande lavoro di Valente dedicato all’abbazia benedettina di San Vincenzo al Volturno. Là dove l’autore con uno straordinaria lavoro di sintesi ha evidenziato alcuni particolari di un’importanza che nessun altri avrebbe saputo, o potuto, cogliere. Si tratta di dettagli come di un campo arato alla perfezione su cui altri, con l’aggiunta di ulteriori conoscenze, avrebbero potuto bene seminare.
    Ecco, spero di essere uno di questi… se non quello giusto.

    PS
    solo per F.V. (e possibilmente da non pubblicare)

    Vorrei suggerire, quando e come lo si volesse, un tema interessante per un nuovo articolo inerente la fabbricazione di coltelli della zona di Frosolone. In particolare sull’episodio delle persecuzioni subite, mi pare durante il Regno d’Italia, da quell’abile e rinomato artigiano che, incurante del clima politico dell’epoca, volle incidere su uno delle sue più note lame, la frase: “Viva Lenin!”. Oggetto che molti in Toscana conoscono – ha un nome proprio di un paese della regione ed è diffuso in tutta Italia – ritenendolo proprio, non ricordando la vera origine di colui che lo inventò e produsse. Credo che quell’uomo d’ingegno e soprattutto coraggioso meriti un tributo.

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