Franco Valente

Heritier d’Hetrurie commenta le tre Annunciazioni molisane

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Commento su di uno studio dell’arch. Franco Valente
“Tre delle Annunciazioni più importanti della
storia della Cristianità si trovano nel Molise”
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Una delle sorprendenti intuizioni dell’autore di questo articolo sta nell’aver osservato un insolito metodo espositivo rinvenibile in tre opere artistiche molisane con il medesimo soggetto. Queste, come sezionate attraverso un’ideale lente di ingrandimento, mostrano, tra le altre cose, la presenza per la prima volta, in composizioni a carattere religioso, dei fiori di giglio sul tema specifico dell’annunciazione a Maria da parte dell’Arcangelo Gabriele. Si tratta, nel complesso: di una serie di affreschi in una cripta; di un gruppo scultoreo in pietra; e di un quadro dipinto ad olio. Negli ultimi due si scopre quel particolare inedito dei gigli che da un punto di vista del segno strettamente artistico sembrerebbe fare della regione molisana una sorta di caposcuola del genere. Tuttavia, come si vedrà, l’importanza della scoperta non è da individuare nell’innovazione tecnica quanto proprio nell’ambito strettamente religioso; e un’importanza addirittura decisiva. Inoltre, nella serie di affreschi della cripta, quasi allo stesso modo, emerge un procedimento compositivo pressoché unico che coinvolge per la prima volta, in un rapporto simbiotico, la pittura murale e la struttura architettonica che la ospita, in relazione al fatto stesso della narrazione del soggetto dipinto, al punto da potersi dire che le mura della cripta, più che un semplice supporto, sono le vere detentrici del messaggio, forse più dell’affresco medesimo. Tutte e tre le opere, benché di epoche distinte, sono in stretta correlazione logica e si spiegano l’una con l’altra. In particolare e in ordine decrescente, le più moderne accennano quello che nell’affresco trova definitivo compimento.
La capacità e l’abilità del ricercatore sta nell’associazione di idee, nell’aver saputo cogliere e raggruppare quei preziosi dettagli che i veri artisti lasciano nei propri lavori e che costituiscono un messaggio o, per dirla meglio, il vero messaggio di un’opera. Sembrerà strano a molti tuttavia il vero senso del trascendente spesso viene compreso più dagli artisti che dalla stragrande maggioranza degli uomini di Chiesa. Laddove la sensibilità traboccante, il talento e l’immaginazione di certi autori è capace di cogliere ed esaltare concetti che travalicano le intenzioni dei committenti o degli ideatori di un lavoro (come, ad esempio, in uno dei tre casi, potrebbe essere stato quello di Ambrogio Autperto noto come l’autore di commenti sull’Apocalisse). La fantasia e soprattutto l’intuito del compositore corre all’essenza del concetto suggeritogli, sino a poter vaticinare su di esso, anche attraverso soluzioni tecniche impensabili prima. In tema di Arte religiosa poi è impossibile, per chi si accinge a lasciare ai posteri segni imperituri, di fingere qualcosa e di non legare il frutto della propria mano all’essenza dell’Idea. In questo campo non si può mentire, è un concetto intuitivo per chiunque.
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Quindi il Valente nell’approfondimento di questo studio coglie le somiglianze di un certo pensiero nel più profondo della sua sostanza, mediante associazione di idee. Capisce però che sotto la scorza dell’oggettività debba nascondersi qualcosa che non si lascia leggere con facilità; che cioè il quadro generale della situazione non è completo ed il messaggio retrostante delle tre opere esaminate non trova ancora spiegazione. Si vede che c’è ma non si capisce quale sia. In definitiva si ha così, senza che possa essere altrimenti, la situazione dei classici squilli di un telefono lontano, che pur se vediamo si è nell’impossibilità di raggiungerlo ed individuare chi chiama e cosa voglia dirci.
Da punto di vista strettamente tecnico, però, la scelta dei mezzi da parte del Valente, per segnalare la cosa e rendere palpabili certi concetti, è davvero mirabile (specialmente con la rappresentazione grafica utilizzata per riprodurre l’effetto spazio-tempo voluto dall’autore della Cripta di Epifanio a San Vincenzo), dimostrando che quando si sa di cosa si parla non serve il movimento – ad esempio della televisione – per far capire le cose. Allora qualsiasi strumento anche il più semplice diviene, come per magia, un dispositivo formidabile nelle mani di colui che commenta. E la sapienza dell’esporre funge meglio dello zoom di qualsiasi telecamera; ed il poco fa ragionare più del moltissimo.

 

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Io sono un uomo libero che nella propria vita ha studiato e vissuto personalmente sulla propria pelle, in maniera affatto indolore, certi argomenti per cui adesso, nell’accingermi – come promesso in altro post – a sviluppare ed a trarre conclusioni logiche sul merito dall’argomento qui trattato dal Valente, anche con l’apporto di specifiche conoscenze acquisite in circostanze particolari lungo decenni (e difficili da sintetizzare in questa sede), premetto che sulle questioni di carattere religioso-escatologico i miei giudizi non potranno evitare di proporre concetti in disaccordo non solo con chi, ora, ospita i miei scritti ma persino con quanto si reputa assodato in campo dogmatico: come ad esempio sulla questione se la Madonna sia potuta ascendere direttamente al cielo senza morire o il suo contrario; tema affrontato, in altre pagine, anche da questo stesso sito. Per cui, pur a costo di apparire aspro, la mia non andrà presa quale una critica, bensì come una correzione di pensiero non solo frutto di convincimenti personali, quanto dettata da una logica che solo alla fine chi legge potrà valutare se erronea oppure veritiera, e sino a che punto oggettivamente riscontrabile.
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La presenza innovativa dei gigli nei lavori molisani in interesse non è un caso né rappresentano una eccezione. Essi non hanno alcuna relazione con la purezza della Vergine Maria, altrimenti l’iconografia classica della Chiesa li avrebbe segnalati e suggeriti prima e ovunque (ad esempio sin dal concilio lateranense del 649). La peculiarità di quel fatto sta che essi compaiono nel Sannio prima che altrove, per cui si vede che lì trovano una propria collocazione funzionale specifica. Su questo c’è da notare come in realtà il Molise sia tutto gigli. Essi sono rappresentati ovunque nella regione, e la purezza che il fiore implicitamente suggerisce si ricollega in tutt’altro modo alla Divina Madre. Il loro significato dista anni-luce da certi pur consolidati dogmi (non per questo non erronei). Essi fanno riferimento alla Francia come nazione: sia storicamente che da un punto di vista araldico; e l’origine meno risalente del Molise è per intero francese. Diciamo pure che: la sua Storia, almeno dal secolo VII in poi, è tutta Francia. Ad iniziare dai Carolingi, passando ai Normanni che gli diedero il nome (da Moulins-la-Marche, paese da cui prima la contea di Bojano e poi l’intera regione si chiamarono – dal casato dell’avventuriero Rodolfo de Molisio, o des Moulins, poco dopo l’anno Mille, al tempo di Roberto d’Altavilla detto il Guiscardo – rimanendo sempre come contea o contado quasi sino ai giorni nostri), alla famiglia dei Montfort a Campobasso e agli Angioini, per finire al noto e già citato Ambrogio Autperto Provenzale che si fece benedettino, lasciando alle spalle una brillante carriera politica e di potere, preferendo venire a vivere una vita mistica a San Vincenzo al Volturno. E da ultimo il casato dei Borboni verso i quali i Molisani mostrarono sempre una affezione particolare. Ma altri infiniti esempi potrebbero farsi, il più eclatante dei quali ancora non è il momento di menzionarlo qui.
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Premesso che il valore di “Stato senza capitale” – fu la connotazione saliente delle popolazioni stanziate nella regione Molise in epoche arcaiche, con uno stile di vita sobrio e del tutto peculiare (che nonostante tutto, persino oggi, ancora resiste), segnalo un’ulteriore intuizione, quasi contemporanea, di Franco Valente nell’aver deciso di scrivere un romanzo in tema, dal titolo certamente allusivo: “Incipit Apocalypsis”.
Così, come si capirà in seguito: la mistica di Autperto ed altri; l’insolita concezione della Cripta di Epifanio ed altri simboli; le due altre Annunciazioni; e persino il titolo di quel romanzo; sono in strettissima correlazione con la tradizione regionale, sembrando che per la fedeltà ai valori di semplicità e di non-violenza delle antiche genti, pur indomite come sono stati gli abitanti del Sannio storico, la regione abbia un qualche compito in ambito spirituale. Insomma, che da quelle parti ci si aspetti che avvenga qualcosa, o che venga qualcuno.

A questo punto, a proposito di antiche etnie, se chiedessi ai lettori quale potrebbe essere quel popolo che, con la sua lunghissima permanenza (millenaria) ai vertici del potere del mondo e che, quindi, con la sua Storia, abbia marcato la vita prima dell’Occidente e poi dell’intero Pianeta, sono certo che, con minima possibilità di errore, la mente correrebbe direttamente ad individuare quel popolo e, per di più, senza associare alla relativa civiltà alcunché di negativo.

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Ma se ora io aggiungessi che quel popolo promanava da una città dove si andava allo stadio per vedere gente data in pasto alle fiere, godendone; o ad assistere a spettacoli dove degli uomini erano costretti ad sopprimersi vicendevolmente per il piacere altrui; allora le cose cambiano e s’intenderebbe perfettamente di chi sto parlando. Cosicché alcune questioni scolastiche irrisolte, ritenute marginalità trascurabili di una grande Storia, orgoglio nazionale, si tradurrebbero in immagini di grida bestiali e sorrisi idioti, membra sudate e mani plaudenti che grondano sangue, di fronte all’ultimo straziante respiro di innocenti sacrificati.
Se, inoltre, aggiungessi che in quella città, in spregio della povertà e della fame di milioni di persone, si mangiavano cibi raffinati per poi piantarsi due dita in gola e rigurgitare quei cibi, per tornare a provare di nuovo il piacere vizioso di mangiare, la cosa si aggrava. E forse solo su queste riflessioni qualcuno comincerebbe a dissociarsi da certe aberrazioni, riflettendo meglio su quella città che sulla guerra, la sopraffazione e la rapina, fondò il suo mito, marchiando le coscienze di generazioni, contemporanee e future, di miliardi di esseri con una sorta di feticismo per tutto ciò che sa di armi, e di potere militaresco. Feticismo che sottintende il mito della violenza.

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E la dissociazione aumenterebbe, allora, ricordando come l’attenzione maniacale per l’organizzazione dello Stato di quella città, condotta con fredda metodicità, divenne burocrazia fatta scienza, fiscalità abnorme, con l’ossessione dei censimenti e di ogni altro utile pretesto per giungere ad un controllo capillare, massivo, ed ossessivo di tutti in ogni aspetto della vita. Con questo e per via di una religiosità quasi inesistente ed una propensione a voler vincere le guerre con qualsiasi mezzo, da lì a poco, nacque la segretezza fatta dogma, i cui esiti disastrosi sono giunti intatti sino a noi oggi.

Potrei continuare con la descrizione di ogni difetto della capitale del vizio e della corruzione, là dove la spoliazione feroce delle province insieme alla la passione per le crocifissioni, singole e di massa, costituiva un altro degli sport nazionali. Potendo anche porre l’accento sulla pochezza di quello che viene considerato vanto e merito propri della città cosiddetta “Patria del Diritto”, per dire che quel popolo investì il massimo del proprio ingegno solo nella ricerca dei più raffinati strumenti in difesa della proprietà privata (persino del corpo fisico altrui) e del denaro, traducendo in norme null’altro che il diritto del più forte. Bastando l’aver studiato un po’ tale materia per accorgersene.

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Se qualcuno nutrisse dubbi su quali strascichi sinistri abbia potuto proiettare ovunque una simile concezione del mondo, si potrà osservare come l’attuale società sia rimasta profondamente impregnata di quella “cultura”, sia nelle forme che nella sostanza. Nel primo caso, solo per fare un esempio, quando ci si parla con i gesti delle mani, e si alza o si abbassa il dito pollice di un pugno chiuso noi intendiamo approvare o disapprovare qualcuno o qualcosa; e lì non stiamo imitando semplicemente gli Americani, bensì i Romani di qualche millennio prima che decretavano la morte, o la salvezza, di un uomo in base a simpatie o capricci con il pollice (verso, o meno). Oppure, parlando di sostanza: nella semplice constatazione di come le moderne nazioni abbiano accolto il segreto di Stato ed il connesso ombrello dei così detti servizi “di sicurezza” – sotto il pretesto dei quali si nascondono i peggiori delitti contro l’Umanità, impossibilitati ad emergere per sempre – senza colpo ferire o, meglio detto, senza nulla obiettare; come se fosse una cosa normale (dimenticando il presupposto cardine di quei sistemi che, fondati proprio sulla trasparenza, non dovrebbero tollerare alcunché di oscuro e segreto, a costo della propria sussistenza). E questo persino in tempi di pace; posto che detti inutili segreti possano essere appena tollerati per fatti di guerra. E l’origine di tali incomprensibili istituti è più che nota.
Superfluo ricordare qui come certe situazioni e certi metodi siano alla base dei fascismi che, attraverso il sistema della violenza occulta o manifesta (soprattutto la prima, nonostante le apparenze), eternamente tentano di riappropriarsi del potere, spesso riuscendoci. Regimi che, in quanto ad iconografia e a parafernali, sempre ai Romani si sono ispirati. E sempre si ispireranno.

Ora però, spostandoci su di un altro piano, con tutto questo si capisce che, qualora esistesse un Dio d’Amore, quella città – che per auto-definizione è nota come la città degli uomini-lupo, perché discendenti da due gemelli allattati da una lupa – come minimo la disapproverebbe. Qualora, poi, quel Dio fosse esasperato per tanta feroce crudeltà, contraria a qualsiasi divina pietà – anche solo per quella sterile pretesa di proclamarsi eterna – quella città d’abominio senz’altro avrebbe dovuto distruggerla.
Nella religione più prossima al mondo Occidentale è proprio così: un simile Dio è conosciuto ma avendo quella certa “civiltà” fatto sì che, con il proprio esecrabile comportamento, quello non solo fosse escluso dalla centralità delle cose bensì che fosse addirittura deriso ed umiliato, è certo per chi ci crede che Egli certamente lo avrebbe fatto. Era solo una questione di tempo e la pazienza divina non poteva essere illimitata. Del resto ogni cosa che sarebbe dovuta accadere era stata annunciata da un tempo immemorabile, e ritardata solo in previsione di una inversione di tendenza vicino al pentimento. Che mai vi è stato.
È scritto dappertutto che l’attuale concezione del mondo, sorta dalla nuova Babele, sarebbe dovuta sparire dalla faccia della Terra.

Ora poiché colui che viene definito come la causa non causata, cioè Dio, ha sottoposto la propria creazione alle leggi matematiche, della fisica e della altre scienze – intuitivamente comprese dall’Uomo -, è evidente che per per manifestare la propria esistenza ed il proprio volere Egli non abbia inteso derogare a tali regole con effetti speciali. L’unica via logica, in considerazione dell’autonomia lasciata ad ogni uomo, sul credere o non credere (attraverso il libero arbitrio), non avrebbe potuto manifestarsi che attraverso fenomeni naturalissimi. Si pensi, in caso contrario, agli uomini preistorici e a che effetto avrebbero potuto trarne essi da angeli svolazzanti, o da un Dio che si manifestava su carri dorati di fuoco ed altri effetti definibili palesemente straordinari. Tutti sin da allora avrebbero creduto senza alcuna prova o dimostrazione di sincera fedeltà. L’esistenza divina, invece, si sarebbe dovuta dichiarare a piccoli passi, attraverso uno sviluppo per gradi, seguendo l’evoluzione umana. Dapprima solo tramite il timore dei semplici elementi naturali quali il fuoco, i tuoni, i fulmini e simili, poi con l’osservazione degli effetti prodotti, sugli esseri viventi, dagli Astri – da parte di pastori per primi – e la conseguente scoperta dell’Astrologia, associata alle regole dell’Astronomia (fattore divino e scientifico che procedevano affiancati: religione embrionale e scienza). Poi il politeismo, che ancora mostrava residuali vincoli con gli Astri; poi ancora l’illuminazione delle coscienze dei profeti e l’avvento del Dio unico. A quel punto l’Uomo, giunto ad una maturazione e ad una sensibilitàda tali da poter comprendere certi concetti, ecco che il vero Dio invia suo figlio a predicare cose nuove come l’Amore universale. Sotto questo aspetto non vi è alcun contrasto tra teorie Darviniste e religione, oppure tra questa e le tesi astronomiche Galileane. In realtà i veri uomini di Chiesa (la parte buona di essa) lo sapevano perfettamente, purtroppo l’altra parte era, ed ancora è pervasa dalle Forze del Male di infiniti massoni che spesso ne determinano le scelte.
Infatti, fingendo di preservare Vangelo, fedeli dall’Inferno, e il buon Gesù, con l’Inquisizione gli eredi della grande città, di cui sopra, davano sfogo ad ogni sanguinaria violenza (e poi tutta l’organizzazione della Chiesa cattolica, quasi incredibile a credersi, è strutturata alla stessa maniera dell’organizzazione statuale di Roma).

Anche in quel caso però non avrebbe potuto o voluto, l’Essere supremo, servirsi degli effetti speciali di cui ho detto, per cui quel suo figlio lo fece nascere semplicemente come uomo. Sbagliò anche lì la religione cattolica ad insistere troppo sui dogmi da accettare a scatola chiusa, giacché quei dogmi non venivano compresi neppure da chi volle imporli o avrebbe dovuto spiegarli. Di contro, per ogni cosa Dio si serve della Natura parlando attraverso di essa (di cui la deroga, pur possibile, resta sempre l’eccezione. Non vi è alcun bisogno di “mirocaleggiare” tanto: la prova dell’esistenza di un Creatore assoluto è in sé: basta, dandosi un’occhiata tutt’intorno, rispondersi alla domanda: “Da dove viene tutto ciò?”); Egli conosce la logica e sa che gli uomini la comprendono per cui si manifesta, pressoché sempre, attraverso di essa. Quando certi fatti sono compiuti, e solo allora, è dato afferrare il suo disegno, tal ché chi non saprà, o non vorrà, vedere dietro certi fatti ed avvenimenti storici la sua mano divina, vorrà dire che sarà votato al Male.

Ora, si dà il caso che detto Male sia una cosa concreta con potere di agire sulla Terra attraverso strumenti fisici: come se avesse compreso, con la scienza, gli elementi tecnici dei fenomeni naturali, e dei quali se ne servisse materialmente (ma che, tuttavia, rimangono sempre trucchi), per sviare gli uomini ed indurli all’odio contro Dio, per la distruzione di quanto da Egli creato (includendoci l’Uomo, e lo stesso Pianeta). E in questo gioco Dio non entra mai direttamente: avverte – rivela – di quei possibili trucchi, con annunci enigmatici interpretabili solo da alcuni, con funzione di messaggeri per altri soggetti determinati. Ad esempio l’Angelo Gabriele, che preannuncia la nascita di Gesù a Maria, era un uomo, ed anche Gesù era un uomo. Tuttavia costoro sono nel contempo emanazione del divino. Il secondo addirittura il Dio Vivente sulla Terra. Essi sono simboli concreti – con una propria storia umana alle spalle, spesso vivendo nascosti e a volte estinguendo ogni traccia del proprio terreno passaggio – ed allo stesso tempo entità soprannaturali rappresentanti del Bene e perciò manifestazioni dell’Amore infinito dell’Entità Assoluta.
Se proprio vogliamo ragionare sensatamente dobbiamo convenire che, potenzialmente, ogni uomo è formato di quella stessa doppia essenza (Gesù stesso insegnò a tutti di pregare il Signore chiamandolo Padre… nostro, per cui ognuno di noi ne è figlio, a patto di non rinnegarlo), i primi si differenziano solo per aver un compito, una missione esemplificativa, rivolta a tutti gli altri e, nello specifico, combattere il Male. Del resto a chiunque del gran numero dei restanti, fornito del libero arbitrio, è dato manifestare la propria adesione alla missione trascendente di cui sto parlando, dimostrandosi apertamente come partecipe di quella doppia natura. E da qui i Santi.
Ora il simbolo di bontà del Dio vivente fu inviato fra gli ultimi (i poveri, gli oppressi, gli umiliati, gli “svantaggiati, etc.): cosa che rappresenta semplicemente ciò che propriamente Dio è, e cosa egli pretenda dagli umani: la pietà, la comprensione e l’amore fraterno. E questo, al di là di tanti astratti proclami, è l’unico dogma rivolto a chiunque. Ogni verità e semplice; e del resto essa viene sempre negata ai potenti ma rivelata agli umili e, più propriamente… ai semplici.

Il Signore non pretende altro.

Da ciò ne consegue che, contrariamente a quanto si crede, la salvezza non è solo nella Chiesa. Qualcuno, ad esempio, può scientemente pensare che quella comunità – mettiamo: una popolazione rimasta al di fuori del mondo conosciuto – che pur per ragioni oggettive non potrebbe essere raggiunta dalla predicazione evangelica, non possa presentare al proprio interno anche manifestazioni del corretto operato voluto dal Signore, con comportamenti consoni? Il popolo di Dio comprende chiunque lo ami rispettando le creature che egli predilige (in fondo è una questione di giustizia riequilibrativa verso gli svantaggiati). La cosa grave sarebbe un rifiuto per chi, pur a conoscenza dei principi religiosi in argomento, si rifiutasse di aderirvi. Comunità cristiana non è altro che un aderire alla fratellanza umana: fare il bene, senza calcoli, ovunque ci si trovi. E Chiesa non significa altro che Dio; non associazione mediante tessere.

Teoricamente non sarebbe necessario alcun battesimo per entrarci, vi si fa parte per meriti acquisiti sul campo, implicitamente attraverso il comportamento, e basta. Resta chiaro che richiedere spontaneamente il battesimo e farlo pubblicamente rientra, anche se in forma minore, in quella dimostrazione della doppia natura umana e divina, per cui si accetta, spontaneamente e di cuore, di rappresentare un esempio per altri, come simbologia invogliante (e poi diviene bello riunirsi fra fratelli); per cui quel semplice gesto diviene missione. Il bambino non battezzato e che muore non va all’inferno. Non potrebbe mai andarci. Il Dio oltre ad essere buono è soprattutto giusto. I genitori che se lo sono visti togliere prematuramente, se veramente credenti, se lo rivedranno restituire nell’altra vita; altrimenti nei verdi pascoli del cielo ci andrà solo lui. E il Male contro quello – battezzato o non battezzato – non potrebbe, né può, propriamente nulla. Ecco, in questo consiste la logica divina di cui ho parlato, capace di rendere inutili i dogmi. È ferrea eppure così umana.
Se agli inviati, ai profeti, ed ai santi, è dato di combattere il Male, accade che mentre tanto se ne parla in effetti non si capisce in che modo possa avvenire che qualcuno comprenda di avere una specifica missione soprannaturale, e cosa fare in concreto in quel caso. In effetti, paradossalmente, nessuno afferra cosa sia lo Spirito Santo (e alcuni, scioccamente interpretando un passo dell’evangelista Giovanni, crede persino che possa essere una persona fisica). Esso non è altri che un benevolo pensiero umano che avvolge chi lo sceglie, suggerendogli il da farsi. Ecco semplicemente spiegata, insieme al Figlio, la santa Trinità. In questo mondo alla causa primigenia – il Padre – si aggiunge un pensiero umano che, poiché corretto, è anche Spirito divino. Una parte che seppure separata di Dio procede in simbiosi con esso. In sintesi, null’altro che una ispirazione insindacabile basata sulla buona fede del soggetto. In mancanza di ciò egli si esclude da solo. L’esempio che semplifica il concetto è dato dalla corda di una chitarra che, entrando in risonanza con un diapason, si mette a suonare da sola anche senza essere pizzicata; a patto che sia ben accordata. Ecco, lo Spirito Santo fa procedere su di un’onda certa ma in modo inconsapevole.

Questo nella rappresentazione del mondo: cioè nell’Universo da noi percepibile, giacché al di sopra ed al di fuori di esso, prima e dopo di esso, è chiaro che il Dio è unico, mentre solamente per farsi intendere agli umani si mostra Trino. Altrimenti si dovrebbe servire di quegli “effetti mirabolanti” che annullerebbero la libertà nella scelta (di una parte precisa con cui stare e con cui lottare).

Adesso che nessuno si scandalizzi per aver detto che il Cristo era propriamente un uomo. La cosa grave consta nel non credere che egli fosse Dio (in quanto di lui figlio) e che, nella rappresentazione voluta dal Padre, tutti gli uomini indicati da Gesù sono concretamente Dio, per cui fare del male a quegli esseri indicati – gli ultimi – equivale a farlo allo stesso Padreterno.
Se vogliamo, la raccomandazione lasciata da Gesù e del suo costante ritorno, sotto forma di povero od oppresso che bussa alla nostra porta, non significa che quello è una rappresentazione del figlio di Dio, bensì che sia proprio Lui; in persona. E da qui la riflessione che Egli, letteralmente, risorga ogni ora lasciando intendere con una simile assiduità quanto debbano contare, nella scala dei valori del Cielo, quei soggetti e… quale gelo nel non aprire quella porta!

In ogni cosa indicata dal divino è sottintesa la chiarezza, la bontà, la mitezza ma, soprattutto, la semplicità. È per questo che egli volle essere rappresentato come un Agnello.

Ora, se ci si fa caso, nella rappresentazione del Bene che lega la trascendenza all’ambito umano emerge sempre un mondo agreste legato alla pastorizia. Infatti, furono pastori i primi Caldei che intuirono la correlazione tra gli Astri ed il mondo sensibile: ovvero la scoperta dell’Astrologia che costituì la prima vera rivelazione della divinità sulla Terra. E questo proprio dall’osservazione dell’influsso esercitato dalle Stelle sui propri animali che, per l’appunto, erano ovini. Il Giudaismo ed il Cristianesimo hanno attinto a piene mani da quella simbologia che tuttora, dopo millenni, rimane invariata: il Dio è sempre rappresentato risiedere nell’alto dei cieli. Detto solo di passaggio ma gli Ellenici, maestri nell’edificazione di luoghi simmetrici, alle origini, dedicati alle rappresentazioni sacre, definirono tali edifici Teatri, nome nella cui radice è presente il significato implicito di Dio – che in quasi tutte le lingue del mondo suona sempre uguale come: Teo, Deo, Titi, Tdius e simili -.

Ebbene, quei luoghi simmetrici e all’aperto presentavano sempre la forma di una volta celeste rigirata, come l’interno di una cupola vista allo specchio. Insomma, tutti capiscono che Egli risieda e promani da lì, in alto (ma, intanto, i primi ad accorgersene furono guardiani di greggi).
Le varie apparizioni Mariane – quelle vere – furono riservate quasi esclusivamente a pastorelli, mentre ciò che connota specificamente il messaggio cristiano si concretizza nell’immagine del Buon pastore e, principalmente, nel simbolo dell’Agnello.

In questo modo, con certezza, è da ritenere che il divino, sin dagli albori della vicenda umana, abbia voluto indicare come le Forze del Bene non potessero che identificarsi con la semplicità agreste della vita dei pastori. Come dire che la salvezza non sarebbe potuta scaturire che da quel mondo.

Il rafforzativo del concetto è tutto nella spiegazione, nel contempo allegorica e reale, del contrasto tra pastori e belve. Così avviene che, nello scenario concreto della Storia, l’identificazione della verità voluta dal Divino possa far comprendere, con ovvia naturalezza, chi costituisca il pericolo maggiore per i pastori e per il loro simbolo: cioè l’Agnello, il figlio i Dio. E quelli non possono essere rintracciati che fra i LUPI, i figli della lupa e ogni altro loro erede. È una narrazione che procede per contrasto e per opposti.
Con ciò si comprende la missione storica dei popoli dell’antico Sannio che, con tutte le loro forze, si opposero e sempre si opporranno ad ogni costrutto falso ed innaturale di genti voraci.
Nella Storia di Roma risiede gran parte del nocciolo della questione. Il resto proviene dalla Francia la cui vicenda viene ad intersecarsi e confluire in quella dei Sanniti. C’è davvero un eterno ritorno negli eventi della Storia e questioni irrisolte, di carattere generale, Dio vuole che siano chiarite. Anche dopo secoli, se non addirittura dopo millenni.

In effetti, all’origine della fondazione dell’urbe fatale pare che, sul Campidoglio, mentre si scavavano le fondamenta per la costruzione del tempio di Giove, venne rinvenuta una testa umana mozzata ma intatta, che presentava sulla fronte la scritta del nome del decapitato: “Tolo, o Tholus” (fonti: Arnobio Africano – Tito Livio – Dione – Dionigi di Alicarnasso). Si trattava di un membro della famiglia dei Tulli, di Vulci in Etruria, quindi con sangue di Re. Subito i Romani chiamarono gli aruspici per decifrare il significato del prodigio, e costoro affermarono che la città sarebbe divenuta caput-mundi, ovvero alla testa dei destini e dell’identità del mondo. Quando poi gli si chiese dove andava collocato quel capo, quei sacerdoti vollero che la testa di Tolo andasse posta là dove diceva la situazione stessa. Vale a dire in caput-toli: cioè “Il capo di Tolo va messa in capite toli”, precisamente nella tegola centrale del tempio che funge da raccordo fra i due piani inclinati nella sommità del tetto. Tempio e Colle portano ancora oggi lo stesso nome di quel ritrovamento, del quale molto e senza ragione si rallegrarono i Romani di allora, ritenendolo un felice presagio. Non sapevano essi, però, quanto peso avrebbe avuto quella testa incombente sul capo di tutta la città, né valutarono la circostanza della predisposizione degli aruspici Etruschi al gioco dei doppi significati e dei doppi sensi insite nelle parole di quell’arte divinatoria. Sottovalutando anche il fatto che la più tipica e considerata divinità della città “eterna” in realtà era proprio il dio Termine. Cosa che, con l’aggravante della vicenda del Campidoglio non sembrava alludere ad alcunché di positivo: un grande “decollo” con termine fragoroso in un tempo stabilito.
Nella Cripta di Epifanio, alle sorgenti del fiume Volturno, e nelle due altre opere menzionate dal Valente vi sono molti indizi della risoluzione di quelle questioni che, del resto, sono ripetute in decine e decine di libri e di testi, non solo sacri, ma le raffigurazioni del Molise – compresi i gigli della formella dell’Annunziata di Venafro – stanno ad indicare molto di più: ovvero che quello era il popolo, e che quello era proprio il luogo.

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Come detto, i gigli, che sono propriamente simboli della monarchia francese, poco hanno a che vedere con la purezza della Vergine. E neppure Autperto voleva dire che il Cristo sarebbe tornato per concludere il Giudizio universale; per quello c’era e c’è ancora molto tempo, l’Apocalisse precede di molto il Giudizio. Al contrario, i gigli stanno ad indicare a Maria l’avvento di un giustiziere agghiacciante per le forze del Male. Un personaggio che avrebbe vendicato il Cristo, così come inteso in tutto il mio racconto (compresa la spiegazione su come Dio agisca attraverso persone umane reali, le quali, contemporaneamente, sono anche veri e propri angeli). Quindi un riscatto non solo dell’uomo di Nazareth, bensì di tutti coloro che Egli rappresenta, e che tale vendicatore, quindi, benché guidato dal Cielo, non discenderà affatto da lì.

La lunga mano di Dio è come se lo avesse preparato da tempo a tale compito: si tratta di una rivalsa attraverso avvenimenti epici, di Epopee di interi popoli. Una questione per il ritorno di un re da regolarsi tra umani.
Dio, scardinato da ogni centralità, per i sanguinari lupi e i discendenti di quelli – che con il proprio insano agire hanno corrotto il mondo, facendone quel che meglio gli è parso, gettando le basi attraverso la propria stolta filosofia per inondarlo di ogni illusoria falsità – gli ha preparato una graticola spaventosa, partendo proprio dalla vendetta degli eredi dei loro più agguerriti nemici di un tempo. Maria, all’annunciazione di Gabriele della Cripta di Epifanio, si spaventa per tutto quello dovrà avvenire e quel che dovrà fare quell’uomo castigo di Dio. Ella è ancora donna, altrimenti non si spaventerebbe affatto, così pure nessuno si spaventerebbe per l’annuncio di un Giudizio universale di cui non si conosce la data, né è dato ad alcuno conoscere. La data dell’avvento del vendicatore è meno incerta e, per una volta soltanto, con egli, la giustizia sarà palese sulla Terra e questa volta gli uomini saranno costretti ad obbedire, dopo una tale manifestazione del Dio vivente.

I Francesi, che da oltre un paio di secoli si attendono giustizia per il ritorno di un loro re ingiustamente decapitato – per eventi che sconvolsero l’ordine naturale delle cose attraverso promesse irrealizzabili – la se lo aspettavano dalle loro parti ma il Padreterno, pur accogliendo il loro auspicio, ha voluto un’altra cosa. Così ha fatto in modo di incrociare due Storie.

Ogni qual cosa di terrificante che dovrà avvenire, in conseguenza di certi fatti, non sarà tanto per mano di Dio, quanto per quella della reazione del suo avversario (che opererà materialmente attraverso mezzi scientifici spaventosi condotti da adepti umani altrettanto spaventosi) una volta che quello si vedrà scoperto, e per la controreazione che quell’uomo atteso dovrà operare per chiudere definitivamente una lunghissima partita. Grande sarà, allora, la sorpresa di molti nel vedere che, prima della grande lotta, ciò che credevano morto e sepolto da settanta anni, tornerà a rivivere di colpo, e cosa farà questa volta per sopravvivere – anche se però senza speranza – dopo aver ordito una lunga e paziente congiura (che neppure un convinto sostenitore delle teorie del complotto più ardito avrebbe mai osato immaginare) passata sotto gli occhi di tutti senza che alcuno se ne accorgesse.

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pietro-cavallini-VasoGigli

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Il Gabriele del gruppo scultoreo del duomo di Termoli, di cui parla nel suo articolo Valente, avvisa la Divina Madre solo dell’avvento di un Giglio, all’Angelo interessa comunicare un fatto greve, non potendosi perdere in omaggi e complimenti alla Madonna; mentre quello del dipinto ad olio di Teodoro D’Errico del 1581, sempre dello stesso articolo, assicura: nascita, incubazione e fioritura, di un personaggio sconosciuto, che si palesa terribile nella Cripta di Epifanio, dove è raffigurato come un imperatore che giudica e condanna. Egli non è Gesù ma uno che verrà a rimettere Cristo al centro del mondo proclamandolo Re; e farà quelle cose con il buon esempio e attraverso una guerra come non se n’è mai vista di uguali.

Le ali stanno ad indicare la sua origine divina come un tempo erano intesi i Re francesi, ma egli è un uomo con i segni del potere materiale. Tutti questi concetti e nozioni erano già noti sin dal III – IV secolo dalla morte di Cristo (es.; Sant’Agostino nel secolo IV; o il Vescovo di Saint Rémi, a Reims, nell’anno 496, alla vigilia del battesimo di Re Clodoveo; etc.) ma sottovalutati, e ci pensò l’Alighieri, nel medioevo, a mettere bene in chiaro la vicenda. Quando, ad esempio, nel Canto XVIII del Paradiso della sua opera maggiore, definita DIVINA, egli vede impressi nel cielo i simboli di un’Aquila, di un Giglio, e della lettera M, la quale ultima ha due significati, uno dei quali sta per monarchia: ritorno della monarchia.

In effetti nella Cripta molisana di Epifanio si rende palese tutto ciò attraverso il particolare delle due AQUILE presenti nell’affresco, che definiscono il ruolo della regione designata per ciò che avverrà.
Due aquile: una abusiva l’altra autoctona e delle due ne rimarrà solo una.
Ovvero il discrimine temporale dell’inizio e della fine di tutta questa storiografia per chi vorrà crederci. E sulla vicenda, non solo Tito Livio – del suo libro X, di “Ab urbe condita” – dovrebbe saperne qualcosa. Anche un altro uomo-Angelo, proveniente dalla Provenza di nome Michele, ha avuto modo di parlarne abbondantemente; e nello specificare il concetto, tra le tante cose, ha avuto modo anche di aggiungere…
C.X-Q.65

O vaste Rome ta ruyne s’approche,
Non de tes murs, de ton sang & substance.
L’aspre par lettres fera si horrible coche,
Fer pointu mis à tous iusques au manche.

Detto questo, che stiano allegri i Molisani e gli altri Sanniti che, pur se tra stenti e fatti epocali orrendi che dovranno ancora avvenire, Dio li ha prescelti riservando ad essi un radioso futuro. Sarà l’Era della Luce.

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3 Commenti

  1. heritier dHetrurie 21 maggio 2015 at 01:06

    Un breve accenno ad una vecchia questione che ho colto su questo sito relativa alla validità o meno, da un punto di vista artistico, del quadro dell’Annunciazione di Teodoro d’Errico, oggetto della ricerca originaria da cui ha preso spunto il mio intervento. In particolare, in un post di qualche anno fa, un lettore sminuiva l’Opera adducendo la perfezione e la maestria tecnica di altri autori venuti dopo, citando per l’occasione ed in particolare il Caravaggio. Oltre alle considerazioni che il Valente seppe enucleare esplicitamente all’epoca per convincerlo dell’errore (ad esempio la dinamica innovativa che questo quadro esprime con un angelo che vola, a differenza di tutti i pittori precedenti e molti di quelli venuti dopo), mi è parso di coglierne anche un altro, implicitamente accennato dallo stesso nel testo ma affatto recepito da quel lettore. Credo però che proprio egli, involontariamente, senza saperlo, avesse attestato la grandezza del dipinto di Montorio. Vale a dire: semplicemente confermando che Caravaggio venne dopo per cui, essendo notoriamente lo stile di quello una ricerca della luce attraverso l’ombra (la maggior parte dei suoi quadri mostrano squarci di luce rubati all’ombra), bastava soffermarsi sull’Annunciazione del d’Errico per capire che non solo egli, appunto, precedette Caravaggio come intuizione – in effetti quando vidi per la prima volta il “nostro” dipinto pensai si trattasse di un suo lavoro giovanile – ma è probabile che, per qualche ragione, il Caravaggio, fosse venuto a conoscenza di quel quadro e che forse ebbe modo persino di studiarlo, rimanendone impressionato al punto da carpirgliene il segreto. Base del suo futuro stile che nonostante appaia inconfondibile e grandioso rimane, tuttavia, sempre debitore al Fiammingo. C’è da aggiungere in conclusione che il dipinto di Montorio, oggettivamente bello, si colloca di diritto in quella tradizione discreta del Molise che rifugge l’altisonante, e procede nascondendo i suoi tesori agli occhi dei clamori della superficialità, per regalarli solo a pazienti intenditori. In questo il D’Errico pare aver messo in atto una immedesimazione, un adeguamento al contesto regionale: un po’ come fanno i grandi attori che non solo studiano a memoria la parte da recitare ma giungono a ricreare, anche nella propria vita privata, le particolari condizioni del soggetto da interpretare.
    Detto questo, approfitto del presente post per scusarmi di alcune imprecisioni presenti nel testo ed apporvi alcune correzioni (cosa che mi fornisce anche il pretesto per specificare meglio alcuni punti, proprio là dove compaiono le imperfezioni). Di una di queste inesattezze, prettamente concettuale, me ne addosso “la colpa”; altre – ma sono delle minuzie – credo siano dipese dal linguaggio Hot-mail che a volte trasforma da sé quanto messo in rete. Cominciando da queste ultime: laddove si dice: “I Francesi, che da oltre un paio di secoli si attendono giustizia per il ritorno di un loro re ingiustamente decapitato – per eventi che sconvolsero l’ordine naturale delle cose attraverso promesse irrealizzabili – la…” L’ULTIMO “la” VA TOLTO, SI TRATTA DI UN MERO REFUSO.
    Inoltre, le prime due righe della quartina rimata in francese quasi in fondo allo scritto dicono: “O vaste Rome ta ruyne s’approche, – Non de tes murs, de ton sang & substance.”, PER CUI LE SPURIE GRAFICHE HOT-MAIL, DOPO “&” NON VANNO CONSIDERATE.
    Per quel che riguarda l’imprecisione di sostanza, laddove si dice: “Stato senza capitale” intendevo dire: “STATO SENZA CITTÀ”, che era la vera peculiarità del popolo sannita, il quale nonostante tutto una capitale certa l’aveva (anzi due: prima Bovianom e poi Aquilonia), concepita in controtendenza della regola, predominante un tempo, dei grossi agglomerati urbani costituiti in Città-Stato. Di contro le capitali sannite erano piccole. Bovianom, in pratica, doveva rappresentare solo un punto di raccordo dove, periodicamente, avvenivano gli scambi fra allevatori. Una sorta di mercato-fiera.
    Con una burocrazia quasi insistente la funzione di una capitale si riduce all’osso. I Sanniti erano stanziati in ordine sparso in piccoli villaggi ed è probabile che, oltre agli scambi dei prodotti lavorati e di bestiame, quella città fungesse quale centro di ritrovo per esibire il meglio del proprio folklore, in feste e ricorrenze: ad esempio per quei giochi gladiatori che, secondo la loro tradizione e a differenza di quella dei Romani, non si concludevano mai con la morte dei partecipanti. Inoltre, che fosse anche il sito per la conclusione di quei matrimoni tradizionali e così tipici, di cui mi sembra parlasse Tito Livio. Tuttavia, a ben riflettere, è plausibile che i Sanniti di capitali ne possedessero addirittura tre, ma da intendersi semplicemente come luoghi per raduni specifici, cioè con funzioni determinate. Quelle genti, ancora oggi note per la capacità di essere sempre in movimento (leggasi transumanza), non si spaventavano certo di raggiungere località relativamente remote, anche per compiere operazioni ordinarie. Una di queste capitali specifiche era appunto Bovianom, nel senso appena descritto, con la prerogativa di centro rappresentativo, di blanda burocrazia e di commerci; un’altra poteva essere stata Pietrabbondante, con allocazione di città Sacra, se non addirittura sacerdotale (un indizio potrebbe essere il fatto che Ovio Paccio – noto sacerdote Sannita – è sepolto in Belmonte, non distante dalla zona in interesse). Cosa ben diversa era la situazione di Aquilonia, che fu scelta per ragioni militari prettamente logistico-difensive; ed è lecito ritenere che essa non solo venisse spostata in occasione della nota battaglia contro i Romani (293 a.C.), ma concepita proprio stabilmente per quella funzione. Ecco, in questo senso, allora, potrebbero anche avere un significato le parole da me utilizzate nel testo di: “Stato senza capitale”, in quanto il Sannio arcaico si presentava alla Storia quale comunità decentrata, che doveva tenere distinte ed equilibrate le funzioni principali. Per essere più chiaro e con una piccola forzatura provo a tradurre il tutto con una suggestiva immagine: dare a Dio quel che è di Dio; dare a Cesare quel che è di Cesare; e dare al Popolo ciò che è del Popolo. Dove Cesare andava inteso semplicemente come “la Legge”, valevole in caso di pericolo (difesa) ed in altri rari casi davvero eccezionali.
    Come si vede questa suddivisione tripartita, implicitamente, elimina la possibilità, quasi secolarizzata, delle due Bovianum (Novus, e Vetus presso Pietrabbondante) sulle quali molto hanno dibattuto gli storici. Del resto credo che sia davvero difficile sostenere con convinzione che l’attuale Bojano non sia mai stata, dal principio, nel luogo in cui si trova adesso. In via generale, da tempi storici, quando si cambia capitale (o luogo rappresentativo), la regola vuole che le si cambi anche il nome; mentre vecchia o nuova è sempre connotazione di due parti della stessa città, quando vengono edificati nuovi quartieri in altre zone immediatamente viciniore. Che non era il caso in esame viste le distanze tra i due centri.
    Dalle considerazioni sopra esposte si evince anche che, se di 2 dei 3 centri funzionali sannitici la posizione originaria è nota, mancherebbe poi l’individuazione proprio del terzo: ossia quello su cui, certamente ed in modo paradossale, gli studiosi classici più di ogni altro hanno parlato. Giusto quello strategico-difensivo che maggiormente connotava lo spirito del territorio.
    Sull’individuazione del sito attuale di Aquilonia, se l’autore di questo sito mi darà la possibilità di continuare, mi piacerebbe sviscerare quel paradosso ampliando il tema, anche con un paio di illustrazioni in mio possesso per arrivare alla chiusura di un terzetto di argomenti collegati o se, si vuole, per la chiusura del cerchio che dovrebbe portare a dire qualcosa di più concreto sulla capitale misteriosa.
    In questi due lavori pubblicati ho potuto usufruire di ampi spazi di commento, per cui ringrazio infinitamente e senza remore l’ospitante per la pazienza e, soprattutto, lealtà nel non tagliare alcuna parte di quanto inviatogli (si vede che è una questione di trasparenza… ancestrale), anche se non potessi più continuare, benché gradirei molto farlo.
    Se ciò sarà possibile, premetto sin da ora che la ricerca di Aquilonia (AKUDUNNIAD) nel mio studio esclude, a priori, che l’animale da cui i Romani vennero tanto impressionati potesse essere altra cosa, per cui non me ne vogliano gli amici di Lacedonia, o degli altri centri sanniti al sud della catena del Matese, che si suppongono probabili eredi storici di quella città. L’accollo di una simile identità andava ponderata meglio e le velleità di Campanile andavano tenute a freno. Nella lotta tra civiltà antitetiche – nello scontro all’ultimo sangue tra due concezioni diametralmente opposte della vita e del mondo – quell’individuazione era determinante, una questione decisiva che non poteva essere presa con leggerezza. Occorreva assegnare finalmente ad un agitato nome senza un volto un nido certo. E un’Aquila è un’Aquila e tale deve rimanere, non potendosi mai tramutare in un altro volatile qualsiasi; in nessun caso. Errore di sottovalutazione che, invece, molti commisero, dimenticando che individuato il luogo quello avrebbe costituito pesante simbolo; per cui né una cicogna né altri uccelli, presenti nella radice del nome del proprio abitato, avrebbero potuto a ragione sostenerlo.
    Nonostante questo però, devo dire che seppure queste ultime parole possono suonare come un monito, in realtà chi scrive sa che la vicenda ha preso quella piega semplicemente perché non poteva prenderne un’altra. Ogni ricercatore non avrebbe potuto che brancolare nel buio visto che… qualcuno, da un’altra parte, falsificava i dati e cancellava tracce. Senza sapere di questo, dunque, si potevano compiere i più grandi sforzi per ottenere solo i minimi risultati. Nessun è colpevole, se di colpa è lecito mai parlare in queste situazioni. Faccio un esempio per capirci: se si è letto il mio commento all’articolo del Valente sulla Fontana Fraterna, si sarà compreso che qualcuno, in certo modo, ne ha modificato alcuni dati: mi riferisco alla manomissione dell’iscrizione della lapide in pietra ad essa connessa, – che è consistita, tra l’altro, anche dell’asportazione di una parte della scritta riempita con uno stemma araldico molto sospetto – così che quella realtà stravolta, che avrebbe potuto dare grandi informazioni sul nostro problema se integra, per anni ha detto tutt’altre cose e qualsiasi ricercatore ha soltanto perso del tempo, non potendo servirsi in alcun modo di quella traccia. Oppure, per fare un altro esempio più spicciolo, con un caso che mi ha riguardato direttamente, un giorno trovai sulla Rete la riproduzione di uno straordinario documento relativo al mistero di Aquilonia. Perciò mi recai sul posto e scattai alcune foto, ovviamente spiegandone preventivamente la ragione dell’interesse ai titolari che erano religiosi. Bene, quel documento che è rimasto pubblico per anni, da allora è scomparso dalla Rete. Chi vuole intendere intenda.
    Aggiungo, per ritornare in tema, che con quello studio che ho in mente, anche se marginalmente, mi piacerebbe coinvolgere il cosiddetto “Homo Aeserniensis”, o come altrimenti lo si volesse definire, insieme all’analisi dei punti di vista di quegli autori che su quell’argomento variamente si sono espressi (quali Momsen, Solmon, etc.). Ritengo, quindi che il terzo ed ultimo passaggio, di questo viaggio nel Tempo e nello Spazio, debba essere proprio l’articolo del sito su Pietrabbondante, che certamente rappresenta un buon punto di partenza per qualsiasi ragionamento sul tema, considerando anche quanto più sopra aggiunto su chi giocava sporco.
    Ciò detto, spero che nelle conclusioni del mio lavoro delle Annunciazioni si sia colta anche la chiarificazione di uno dei dubbi storico-teologici che, qua e là, affioravano nel sito di Valente. Per la precisione, la questione se la presentazione dell’Angelo a Maria fosse stata superflua o meno, cioè se avesse avuto un qualche significato peculiare, al di là della nascita di Cristo che, comunque, sarebbe rimasta ugualmente importante, con o senza un tale preavviso. E qui approfondisco meglio il concetto.
    Posto che quella nascita ebbe anche un secondo annuncio: a vero dire, più che altro, un annuncio-riconoscimento – questa volta proveniente propriamente da astrologi (cosiddetti magi d’Oriente che individuarono e raggiunsero il Salvatore attraverso oroscopi: una Stella Cometa per la tradizione) che sta a testimoniare come, anche al di fuori del cosiddetto mondo ortodosso, esiste un popolo di Dio che rispetta e crede in un solo Signore (più dei Re e dei grandi sacerdoti canonici della Gerusalemme, a quei fatti contemporanea) – la presenza di Gabriele Arcangelo si spiega giacché dietro all’avviso ufficiale alla Madonna – sorta di imprimatur – soggiaceva un ulteriore ed importante fine, quantomai strategico. Quello di fornire un pretesto per un discorso retrostante. Nel nostro excursus abbiamo visto come il Gabriele, presente nell’Arte della regione Molise, che sembra annunciare solo Cristo, in realtà, allude anche ad un altro soggetto. Ora senza la narrazione di quella presenza che precede Gesù, ciò non sarebbe stato possibile, proprio da un punto di vista strettamente comunicativo. Con quello stratagemma, invece, l’Altissimo, intese dire due cose (ecco un’altra manifestazione dell’intelligenza e dell’utilizzo della logica divina). Senza Gabriele niente Annunciazione, e senza Annunciazione niente messaggi orali o grafici per i posteri. Gabriele allora, messaggero Divino, compie due missioni nello stesso tempo.
    Si era nella necessità di far capire, a quelli che sarebbero venuti dopo, che né i Cristiani né gli Ebrei commisero un errore nell’attendersi qualcuno (secondo le interpretazioni che entrambi trassero dal Libro dei Salmi e di Isaia): i primi un Salvatore delle anime, i secondi un guerresco RE che avrebbe fatto riflettere la Terra sulla grandezza propria e del loro Dio, il quale avrebbe mantenuto la su promessa di eterna fedeltà a Israele; con la particolarità che quello della religione più vecchia sarebbe venuto dopo. In questo modo si capisce come il Figlio di Dio venne a salvare l’Uomo dal peccato e ad indicare la nuova via della comprensione voluta dal Signore; mentre successivamente, a causa di una grave crisi e di pericolo per la Chiesa cattolica e per il mondo, sarebbe sopraggiunto qualcuno per assestare un colpo mortale alle Forze del Male. Forze che, avendo abbindolato l’Umanità, pressavano affinché quella si rivoltasse contro il Creatore ampliando, con stratagemmi, ogni giorno le proprie fila. Allora, se Gesù mostrò al mondo la bontà infinita del Padre, il secondo ne mostrerà la grandezza e la potenza.
    Detto meglio: nei Libri sacri di Isaia e dei Salmi, vi erano scritte due cose, una conseguenza dell’altra, ma ognuna delle due religioni monoteiste ne evinse solo una, credendo che tale punto fosse determinante. Per tale apparente disaccordo – ognuna ritenendo l’altra parte in errore – si separarono. L’ermetico linguaggio di quei Testi ne fu la causa, ma l’ermetismo non fu per capriccio, bensì – come si capirà – per evitare che chi non doveva captasse, anzitempo, quel che non doveva captare. Stiamo parlando di questioni del Bene e del Male e dei loro rapporti di forza.
    La sintesi è un dono solo divino, per cui il Signore invia un Angelo che dissimula complimenti a Maria ma, in realtà, gli dice: « Avrai un figlio che con l’Amore salverà l’Umanità ma patirà infinitamente ed ingiustamente proprio a causa di coloro che quel tuo figlio avrà salvato ed amato.
    Sarà vendicato» Punto.
    Il secondo personaggio dunque – nonostante singolari coincidenze – non va scambiato per un altro Figlio di Dio, se non nell’accezione di esserlo come chiunque altro dei credenti, ma solo il di Lui (esecutore) Consolatore: ovvero quello descritto nel Vangelo di Giovanni direttamente dal Cristo. Nonostante qualcuno nutra dei dubbi su questo punto, in base proprio alle parole utilizzate da Gesù nella prima parte del discorso su quel nuovo soggetto – credendo che Egli si stesse riferendo allo Spirito Santo – in una seconda parte, invece, si capisce definitivamente che, quello di cui si parla è un essere umano vero e proprio. Letteralmente il Redentore, rivolgendosi direttamente agli apostoli, in quella seconda parte dice: «16:7 Eppure, io vi dico la verità: è utile per voi che io me ne vada; perché, se non me ne vado, non verrà a voi il Consolatore; ma se me ne vado, io ve lo manderò. 8 Quando sarà venuto, convincerà il mondo quanto al peccato, alla giustizia e al giudizio.9 Quanto al peccato, perché non credono in me; 10 quanto alla giustizia, perché vado al Padre e non mi vedrete più; 11 quanto al giudizio, perché il principe di questo mondo è stato giudicato. 12 Ho ancora molte cose da dirvi; ma non sono per ora alla vostra portata; 13 quando però sarà venuto lui, lo Spirito della verità, egli vi guiderà in tutta la verità, perché non parlerà di suo, ma dirà tutto quello che avrà udito, e vi annuncerà le cose a venire. 14 Egli mi glorificherà perché prenderà del mio e ve lo annuncerà. 15 Tutte le cose che ha il Padre, sono mie; per questo ho detto che prenderà del mio e ve lo annuncerà.».
    Ogni dubbio su quella questione viene eliminata, definitamente, dal fatto che lo Spirito Santo è parte originaria della Trinità e dunque non è possibile che venga inviato da Gesù solo dopo la Sua morte. Quello Spirito, in qualsiasi modo lo si voglia intendere, è sempre presente, nasce con lo stesso genere umano per cui – quantomeno – è contemporaneo al Cristo, se non anteriore. Inoltre lo Spirito Santo non “Ode” cose da riferire, è più probabile che già le sappia ab origine. Né ci sarebbe da specificare che prenderà da Gesù e non dirà nulla di suo. Queste cose sono salvaguardie, premure rivolte al futuro, che il Salvatore adotta verso un uomo che si potrebbe vedere accusato di eresia. Chiude la questione quel “Convincerà il mondo quanto al peccato, etc.”: che se fosse così si tornerebbe al concetto degli effetti speciali per cui l’intera venuta del Cristo risulterebbe assolutamente superflua. E qualora si riferisse al Giudizio universale, agli apostoli verrebbe quasi da auspicarsi che il Redentore non li abbandonasse proprio, perché vorrebbe dire che si passerebbe dalla sua Passione al Giudizio direttamente, senza nemmeno il tempo di glorificarlo.
    La confusione proviene dal linguaggio criptico cui anche Giovanni era obbligato ad utilizzare. Dunque, talmente è un uomo il Consolatore che nel descriverlo San Francesco da Paola, in una lettera, dice di lui: “Tale uomo sarà nella sua puerizia ed adolescenza quasi santo, nella gioventù gran peccatore; poi si convertirà del tutto a Dio e farà gran penitenza; gli sarà perdonato ogni suo peccato e tornerà santo. Sarà gran Capitano e Principe di gente santa… (Lettera XXX del 25 marzo 1455)”. Dunque costui, benché avrà fatto penitenza, è stato GRAN peccatore per cui, a differenza di Cristo, ha sperimentato l’errore, ragione per la quale mostrerà il lato inflessibile di Dio. Prendendo ogni cosa dal Cristo, senza nulla aggiungerci di suo, lo ricorderà ovunque, svelando arcani segreti di una terribile falsificazione ordita dal Male sin dagli albori della Storia umana. E l’invenzione della figura dell’Anticristo, di cui l’Apocalisse in realtà non parla affatto, spiega quella contraffazione che venne operata addirittura attraverso l’interpretazione in malafede di alcuni Testi religiosi dell’antichità. Come quelli di San Girolamo ad esempio, oppure introducendo in altri, quale il Testamento Siriaco di nostro Signore, la risibile descrizione fisica di quell’Anticristo: “zoppicante da una gamba, dalla testa come ardente fiamma, l’occhio destro iniettato di sangue e quello sinistro d’un verde felino…”; ritoccando, in epoche meno risalenti, persino le parole di santi e veggenti come, in particolare, in una visione della Venerabile Caterina Hemmerich che, nel descrivere il vero atteso, in un punto, accenna ad una gamba claudicante di quello; fino ai cosiddetti messaggi segreti di Fatima a noi giunti completamente stravolti (si pensi solo all’orrore e al paradosso della Madonna – Signora di Luce – che rivolgerebbe al MONDO messaggi poi da tenere SEGRETI). Ciò al fine di neutralizzare l’effetto del vendicatore-consolatore. Cosicché, mentre il popolo dell’Agnello si attendeva speranzoso una sorta di liberatore, il ribelle di Dio si precostituiva condizioni atte a far credere che sarebbe giunto l’Anticristo apocalittico (e di fatti la chiesa, inconsapevole, qualcosa del genere si aspetta. Ma come si vedrà le cose stanno in tutt’altro modo). Nome, però, che come detto la Rivelazione di Giovanni non pronuncia proprio mai.
    Un altro degli artifici compiuti dal Male è, poi, consistito nel convincere che da una precisa data in qua, sembrerebbe che la gola dei Profeti si fosse prosciugata irrimediabilmente, cosicché la Chiesa ufficiale da tempo non riconosce più, dalla morte del nostro Salvatore, alcun vaticinio determinante: creandosi in questo modo l’artificiosa categoria delle cosiddette Rivelazioni Private (le apparizione Mariane e simili), contrapposte a quelle Pubbliche del passato, non avendo le prime alcuna valenza teologica. Come se poi il Dio si fosse di colpo azzittito godendo nel lasciare il suo popolo nelle mani di Satanasso senza alcun intervento. Per chi avrà seguito le mie dissertazioni avrà compreso che Dio è Bene e Bontà assoluti e che i castighi e i dolori per l’Uomo verranno tutti dall’altra parte, per cui sarebbe stato impossibile quell’abbandono. E di messaggi profetici ce ne sono stati infiniti sino ai giorni nostri. A differenza del figlio dell’Altissimo, quell’altro personaggio, non arrivando per la salvezza delle anime (e quindi dell’Uomo), verrà per salvare il Mondo da una distruzione concreta. Non voglio qui spaventare i lettori ma quello che sta accadendo sotto il naso di ognuno, senza che quasi alcuno se ne renda, conto è veramente immane; solo per dare un’idea si pensi al fatto che tutto quello che appare il giusto, il corretto, il buono, il legale, è da leggersi perfettamente all’incontrario. Ci sarà un momento che si capirà che chi sembrava salvare uccideva, chi sembrava difendere attaccava, chi sembrava guarire infettava, chi sembra tirare a riva annegava, e così via. Un qualcosa di mostruoso; e mi fermo qui.
    Come detto, e come è noto, il San Giovanni che prima attraverso il suo Vangelo, parlò del Consolatore, successivamente, a Patmos, ebbe dal Cielo la famosa Rivelazione che, purtroppo, quasi nessuno della parte buona della Chiesa intese realmente. In effetti essa è definita Apocalisse ma ne viene sottovalutato il suo vero titolo, che è: “La Rivelazione”. Vale a dire che, significato e portata di tale nome, è stato erroneamente creduto, o letto, come: la rivelazione che ebbe Giovanni. Cioè ad egli riferita, non cogliendone la sua accezione principale: Rivelazione rivolta astrattamente a tutti, anche se diretta nei fatti ad un soggetto determinato che in essa avrebbe dovuto riconoscersi e dunque agire. Insomma, nello specifico quel “rivelare” andava inteso nel senso di svelare i piani altrui (chiedendo venia ma per il concetto occorre un’immagine forte: pensando ad una sorta di Intelligence divina, ad un controspionaggio che svela le intenzioni del Male. Come dire per tempo: “State attenti, qualcuno sta facendo questo e quest’altro; avverrà questa e quell’altra cosa…”). Inoltre quella Chiesa – per via della lunghezza del tempo trascorso senza che essa notasse tangibili segni divini – non avendo compreso il senso del testo della Rivelazione (ignara di tutto quello che gli si stava congiurando sotto il naso), ha finito, oltre a voltare le spalle alle Rivelazioni Private, per dubitare persino di quelle del passato, quasi quasi iniziando anch’essa a sospettare che la religione fosse solo e tutta una leggenda. E lo schema di ragionamento era il seguente: un tempo accadevano miracoli eclatanti – Rivelazioni Pubbliche – ma oggi e dopo Cristo non è avvenuto nulla di notevole – solo discutibili Rivelazioni Private -. Ergo, anche le vicende del passato erano tutte storie.
    Per assurdo, dall’altra parte, avveniva giusto il contrario e che, cioè, proprio le Forze del Male credessero ciecamente ad ognuna delle parole del Signore. Non certo per fede quanto per obbligo: dovendo attuare il loro piano, dovevano studiare ogni passo dell’altra parte. Ora, a causa della maledizione espressamente lanciata da Dio per bocca di San Giovanni, l’Apocalisse costituiva l’unico testo, dopo Bibbia e Vangelo, a non poter essere falsificato (la maledizione rivolta contro chiunque ne avesse alterato senso e parole, in effetti, è proprio inserita testualmente nella Rivelazione medesima, quasi come una clausola di salvaguardia voluta dell’Assoluto, specificamente contro gli adepti del Male. Conoscendoli era certo che essi – consci perfettamente di cosa stavano combinando – non avrebbero tentato la manomissione almeno di quel libro, ottemperando senza discussione). Ecco che allora, l’avversario di Cristo, non potendo alterare quell’estremo soccorso del Padre Eterno, correva a precostituire prove e ad escogitare tranelli, per l’annullare l’effetto di colui che sarebbe dovuto sopraggiungere a sferrargli un attacco mortale e a smascheralo.
    Con questo si capisce che se un giorno fosse uscito qualcuno sostenendo di essere l’atteso in parola, ecco che sarebbe scattata la trappola precostituita, cosiddetta, dell’Anticristo. Il ragionamento è semplice: non esiste che un solo Salvatore, per cui chiunque venisse dopo, con pretese di salvezza di qualsiasi specie, non potrebbe che essere proprio detto Anticristo. Ma quella costruzione è totalmente falsa. Gli avversari di Cristo, in realtà, sono un numero sconfinato di soggetti che agiscono in sinergia contando sulla buona fede del resto degli uomini; e una delle missioni di quell’uomo consiste proprio nel rivelarne il numero e di individuarli: il così detto numero della bestia da calcolare secondo intelligenza). Trappola, almeno all’apparenza, perfetta o, almeno, così sembrerebbe. In effetti e come al solito, il diavolo fa le pentole dimenticandosi dei coperchi; in questo caso sottovalutando l’intelligenza del Signore. Così, a cominciare dalla stessa Apocalisse sono stati lasciati così tanti documenti – e non solo sacri – che connotano precisamente quel personaggio che tutta l’astuzia del diavolo non avrebbe mai potuto falsarli né modificarli con alcun artificio, se non in minima parte. In quel sacro testo, ad esempio, vi si leggono le vicende del soggetto e della sua famiglia, quasi fosse un diario: ad iniziare dalle persecuzioni da quella subita, ai luoghi dove la stessa avrebbe vissuto. Dall’azione compiuta dalla di lui madre nello svelargli il segreto che avrebbe messo in moto la sua ricerca per capire chi egli fosse. E poi una infinità di altri autori Santi, anche artisti, schierati compatti e coordinati a descriverne in altri libri, quadri, statue: segni, cicatrici, nome e persino il cognome, attitudine psicologica, fattezze del volto, azioni già compiute e che dovrà compiere in conseguenza delle prime, e via discorrendo. Così che, una volta compresa la sua missione, egli si sarebbe sentito incoraggiato nel proseguire la ricerca nella decifrazione del piano ordito dal Male. In verità scoperto da sé, in quanto avendo sperimentato sulla propria pelle certi eventi, come il tentativo di ucciderlo ed altre crudeltà – ad esempio lo sterminio della propria famiglia – da quei Testi avrebbe ricevuto solo un’ulteriore conferma (e da qui il mistero della convivenza contemporanea fra predestinazione e libero arbitrio).
    Dunque la situazione era più semplice di quanto si sospettasse (giacché è proprio la più grande delle rivelazioni quella che asserisce che ogni verità è semplice ma, purtroppo, dimenticandosene, ognuno si perde in sterili ragionamenti complessi che fanno perdere il filo a chiunque, finendo per prestar fede a chi proprio non si dovrebbe). E si trattava di un complotto dalla trama, appunto, apocalittica. Anche su questo tema, per adesso, ho detto già molto in questa sede, per cui mi fermo.
    Per quel che riguarda la vicenda della Francia aggiungo quanto segue. La Rivoluzione francese utilizzò situazioni economiche gravi e contingenti, procurate in modo artificioso, per scardinare una monarchia paternale e disinteressata, sinceramente affezionata al suo popolo; situazioni che il re dell’epoca tentò invano di evitare. Le due cose sono provate dal fatto che la difficile condizione economica del tempo, Luigi XVI, discendente di San Luigi (Louis IX), tentò di risolverla in ogni modo ingaggiando i migliori economisti europei dell’epoca – tra i quali si ricorderà il Necker -, proclamandosi disposto a qualsiasi cambiamento pur di invertire la rotta (consultando persino gli stati generali che prevedevano la rappresentanza del popolo – cosiddetto Terzo stato). Dimostrandosi con ciò come vi fosse chi remava contro, dall’interno dello stesso “Palazzo”, creando volutamente le crisi (si rifletta su quanto accade oggi in campo economico). Egli e sua moglie che vissero santamente e in semplicità – persino da zeloti osservanti – calunniati sia in vita che dopo, morirono attraverso la più dolorosa, orribile ed infamante, delle esecuzioni. Ghigliottinato da innocente, Luigi, sul patibolo, ebbe modo di dire: «Popolo, muoio innocente per qualsiasi fatto per cui mi si accusa. Spero che il mio sangue non ricada sulle generazioni future del mio popolo». Ma in quel momento fu dato l’ordine ai tamburini di iniziare a rullare per far sì che le frasi, coperte dal trambusto, non fossero ascoltate. Ed il popolo non udì.
    La Rivoluzione francese fu un lavoro per intero di borghesi e nobili decaduti, perfino di frustrati pretendenti al trono, e non un moto spontaneo di popolo. Essa predicava: uguaglianza, fraternità, e libertà, illusorie non tanto perché tecnicamente impossibili a realizzarsi, quanto perché quella storia partiva già con altri intenti. Intenti oscuri. Alla base di essa vi era la massoneria che solo aspirava a liberarsi dei Re in genere, e di Dio nello specifico, per avere in realtà il popolo in proprio potere. Dopo aver fatto credere che repubbliche e democrazie avrebbero permesso l’autogoverno del popolo e l’avvento di stupendi principi dove ognuno avrebbe contato, ci si rese conto presto che tutto era falso e la situazione generale molto peggiorata. L’autogoverno una mera chimera, restando il potere non più nelle mani di una famiglia disinteressata, quanto in quelle di un branco di lupi affamati di tutto, e sempre gli stessi. L’Uomo giusto prima innalzato a parole, nei fatti poi sprofondato nell’impotenza di incidere nella vita politica. Le guerre, che fino ad una certa epoca erano rimaste storie da regolarsi solo tra soldati – non fosse che per il timore di Dio – iniziarono ad interessare intere popolazioni, di lì a poco divenendo addirittura mondiali comprendendoci uomini, bambini, animali e case. L’eredità di quella rivoluzione a conti fatti fu spaventosa, e il fascismo planetario (antico retaggio Romano) è rimasto l’unico scenario possibile che, a due secoli dalla sovversione dei Re, aleggia sicuro come un mostro beffardo sui destini della vecchia Europa e ben oltre. Fiaccate le resistenze di chi realmente in certi valori credeva, attraverso strategiche tensioni in ogni parte del mondo – che molti dei potenti fingevano di non capire lasciando correre; mentre altri si alleavano espressamente ai cospiratori e si riempivano la bocca di astratti proclami per ingannare i più (intanto infiltrandosi ovunque) – la sovversione passetto dopo passetto avanzava silenziosa. Era questo che il personaggio atteso, di cui ho parlato, doveva capire, mostrando il fine unico di quella cospirazione diabolica partita da lontano, che moltissimi intuivano ma non riuscivano a spiegarsi o a trovargli uno straccio di filo logico che la giustificasse.
    Ora crederci o non crederci, ma ogni sacra narrazione ha dettagliato con precisione quelle cose; l’Apocalisse su tutte. Insieme anche ad artisti ispirati di ogni epoca e di qualsiasi Arte, persino laici, Opere e Testi dicono tutti la medesima cosa: l’avvento prossimo, seppure per un breve periodo, del ritorno, di un fascismo mondiale e poi la guerra spaventosa che l’atteso, per fortuna e alla fine condurrà e vincerà. Per capirci: bastava sostituire, nei capitoli 13 e 17 della Rivelazione di Giovanni, il termine bestia con quello di fascismo, l’unico avversario di Dio. Quel libro rivela come colui che era stato sconfitto in guerra aperta tornerà ad essere, tra lo stupore e l’incredulità di tutti che lo credevano estinto definitivamente (benché ferito, non era morto e a poco a poco andava riprendendo terreno: “Era, non È, e tornerà ad Essere di nuovo…”). Il Santo scritto rivela come abbia fatto ad ottenere quel ritorno. Per adesso può bastare così. Ma intanto si capisce che Padre Eterno e Re, gli unici difensori della santità del popolo, erano spariti. Santi Francesi (la Bretone Marie-Giulie Jahenny, in particolare) hanno vaticinato tuttavia che i Re torneranno, come promessa del Signore, il quale verrà a riprendersi il popolo suo .
    I Capeto di Francia (i Borboni) – dei quali, che per una singolare coincidenza, una delle accezioni più certe del loro cognomeo è: “Quelli del Capo (testa)” – venivano definiti re taumaturghi in quanto, in nome di Dio, avevano il potere di guarire i sudditi malati di scrofola, mediante la sola imposizione delle mani (“Il re ti tocca, Dio ti guarisce!” era la frase). Ognuno è libero di reputare vere o meno queste cose ma, intanto, è ciò che si è tramandato nei secoli e la cosa doveva pur avere un qualche fondamento.
    L’unico figlio maschio del Re Luigi XVI, allora un bambino di circa 10 anni, si dice che venne fatto morire nella stessa prigione dove prima era stato rinchiuso dall’età di sei anni con: padre, madre e sorella. Egli rappresentava la speranza dei monarchici e dei credenti, per cui per i rivoluzionari non avrebbe dovuto sopravvivere e se, per una qualche ragione, fosse sopravvissuto nessuno avrebbe dovuto saperlo.
    La Storia ha voluto che per un miracoloso caso il bimbo venne fatto fuggire, perché sostituito con un sosia. In seguito fu inviato a Roma, nascosto in Vaticano da Papa Pio VI ed in compagnia di due vecchie zie del padre (sorelle di Re Luigi Quindici e, per tanto, col titolo di Mesdames Tante de France, e che si dice avessero il pallino per la sopravvivenza del sangue reale). In quella sede il delfino pare sostasse per circa 6 anni, allo scadere dei quali, avendo intanto soldati francesi invaso lo Stato della Chiesa, con le zie, raggiunse il Regno di Napoli, presso il Re Borbone la cui moglie era una Asburgo, proprio sorella di Mariantonietta madre del bambino (divenuto, intanto, re senza regno, col nome di Luigi-Carlo XVII). La residenza delle due donne e del bambino fu stabilita presso la Regia di Caserta, e la permanenza dei tre (e di una piccola corte di una sessantina di persone che li aveva seguiti) durò in quel luogo 2 anni. Ma i soldati rivoluzionari francesi, come da Storia, iniziarono a scendere anche verso quel regno per cui alla notizia, e nel fuggi-fuggi generale, alle Mesdames Tantes ed al loro seguito vennero offerte due sole possibilità di salvezza. La più sicura, quella di seguire i reali di Napoli verso la Sicilia, isola ancora sicura; la più difficoltosa quella di raggiungere, da sole, l’Asburgica Trieste, via mare, mediante una nave che avrebbe dovuto attenderli nel porto di Manfredonia in Puglia. Le due scelsero Trieste. Ora nel momento in cui decisero di partire trovandosi quasi alle porte di Napoli – dove si erano recate per accordarsi con i Reali – e potendo raggiungere facilmente Manfredonia via Benevento, ecco che, le due donne, vecchie e malate, presero una determinazione impensabile, imboccando la strada più lunga e difficoltosa. In uno degli inverni più gelidi che si ricordano, si diressero verso le montagne degli Abruzzi già in mano dei Francesi che scendevano minacciosi (in realtà si trattava del Molise che al tempo faceva parte dell’Abruzzo). Una risoluzione da pazzi, quasi a volersi scagliare con i propri deboli corpi contro le armate rivoluzionarie. Tra l’altro nell’allungare il percorso persero anche la nave che le avrebbe dovuto portare in salvo.
    Non si sa per quale misteriosa ragione le due anziane zie di un Re di Francia ghigliottinato, discendente di San Luigi – Vittoria ed Adelaide Capeto – la notte del 24 dicembre del 1799, in fine di Secolo e precisamente alla vigilia di Natale, in un viaggio che le portò di lì a poco a morire (impiegando circa sei mesi per raggiungere Trieste dove spirarono, quasi subito dopo l’arrivo) vollero trovarsi ostinatamente smarrite in una dimenticata contrada del Molise.
    Quale, e perché?

  2. Franco Valente 21 maggio 2015 at 06:06

    Ovviamente mi fa piacere poter pubblicare “gli aggiustamenti” alle Sue precedenti considerazioni e che potrei riportare direttamente sul testo già pubblicato, se mi verrà consentito.
    Per quanto riguarda l’Annunciazione di Montorio sto per pubblicare il testo definitivo che contiene “aggiustamenti e precisazioni” rispetto a quanto già ho messo sul blog.
    Solo gli imbecilli non cambiano mai idea e nel campo artistico a volte non sono credibili neppure coloro che hanno fatto l’opera.
    Grazie!

  3. Carmelo S. FATICA 21 maggio 2015 at 13:05

    A proposito del dipinto dell’Annunciazione di Teodoro d’Errico, mi permetto di consigliare l’acquisto della riproduzione a stampa (carta ruvida o carta patinata, 57,5 x 36 cm) dall’editore Gino Palladino di Campobasso. Ne ho regalate quattro copie ed hanno avuto grande successo.

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