Franco Valente

I CAVALLI DI VENAFRO E LA MOSCA COCCHIERA

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I CAVALLI DI VENAFRO E LA MOSCA COCCHIERA

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L’amministrazione Comunale di Venafro è alla meta. Anzi, più che alla meta, è alla frutta.

Si dice che un’amministrazione in cinque anni possa riuscire a fare solo quelle cose che abbia programmato nei primi 90 giorni dall’insediamento.

Sono passati due anni dall’insediamento di questa scalcinata amministrazione e, in effetti, sta realizzando solo quello che ha programmato nei primi 90 giorni di vita: NULLA!

Quel poco che si sta per realizzare (in genere cose che non servono granché) è merito delle passate amministrazioni.

Quelle Amministrazioni che la nostra Mosca Cocchiera ha sempre denigrato.

Con un certo disinteresse la comunità venafrana ha saputo delle dimissioni di Elisabetta Cifelli dal consiglio comunale.
Ormai tutti i professionisti della denigrazione sostengono che quando un sindaco non abbia la capacità di tirare le conclusioni da un segnale così evidente abbia una faccia molto particolare. Specialmente se per una vita abbia costruito la propria immagine sul più becero degli opportunismi moralistici.

Elisabetta Cifelli non si è dimessa perché non aveva tempo di dedicarsi all’amministrazione. Il motivo è l’esatto contrario. Non gli è stato consentito di amministrare.
In altre parti del mondo chi ha un po’ di dignità dovrebbe prendere atto del proprio fallimento, chiedere scusa e togliere il fastidio.

A Venafro questa Amministrazione dovrebbe ritirarsi in buon ordine non solo perché è la peggiore degli ultimi 1254 anni, quanto piuttosto perché è fastidiosa.

Fastidiosa come la Mosca Cocchiera che è convinta di guidarla.
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LA MOSCA COCCHIERA

Jean La Fontaine (da Esopo e Fedro)

Un carrozzone tirato da sei cavalli saliva su per una via erta, rotta, sabbiosa. I viaggiatori erano scesi e facevano a piedi il tratto di strada per alleggerire ai cavalli il peso e la fatica; tuttavia i cavalli sudavano e soffiavano. Sopraggiunse una mosca.

“Per fortuna sono arrivata io!” esclamò.

E cominciò a ronzare negli orecchi degli animali, a pungere ora questo ora quello, or sul muso or sul dorso. Poi si sedette sul timone , poi si posò sul naso del cocchiere, poi volò sul tetto della carrozza. Andava, veniva, affannata, e brontolava e squillava:

“Bel modo di fare! Se non ci fossi io! Guarda! Il prete legge il breviario. Quella donna canta. Quei due parlano dei loro affari. Il cocchiere sonnecchia. A darmi pena sono io sola. Tocca a me far tutto. Tutto cade sulle mie spalle. Ah che lavoro!”

Finalmente dalli e dalli, la carrozza giunse al termine della salita, dove ricominciava la via piana. I viaggiatori ripresero il loro posto; il cocchiere fece schioccare la frusta; i cavalli si rimisero al trotto. Sul tetto del carrozzone la mosca trionfava.

“Li ho condotti, eh, fin quassù ! Se non c’ero io!” – si lagnava.

“Nemmeno grazie mi dicono. Dopo tutto ciò che ho fatto.”

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