Franco Valente

Il restauro del convento di Colletorto. Ma di che stiamo parlando? Un disastro con i soldi dello Stato.

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La sera dell’8 agosto racconterò Colletorto, davanti alla grande torre angioina.
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Ovviamente non potrò fare a meno di parlare del convento di S. Alfonso nella cui chiesa si conservano bellissime opere di Paolo Saverio Di Zinno e di Paolo Gamba.

Come pure, necessariamente, dovrò illustrare quel ciclo di affreschi molto particolare che Pietro Brunetti, uno dei pittori importanti di Oratino, completò nel 1737, cioè nello stesso anno della sua morte.

Per questo motivo mi è sembrato opportuno effettuare una ricognizione fotografica. Sono stato accompagnato da don Mario Colavita, parroco di S. Giovanni, e da Roberto Socci, vicesindaco di Colletorto.
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Il convento, intitolato in origine alla Madonna del Carmine, essendo stato soppresso verso la fine del Seicento, nel 1729 dal vescovo Tria fu concesso al marchese Rota perché, a sue spese, venisse trasformato in un convento da assegnare ai Francescani Minori Osservanti Riformati.

Nel momento di massimo splendore vi erano ospitati 42 monaci francescani, finché nel 1810 il convento fu soppresso e 12 anni dopo divenne monastero della Congregazione delle suore Redentoriste che si chiamarono Liguorine in memoria di Alfonso Liguori che ne era stato il fondatore.

La chiesa è stata restaurata e viene tenuta in maniera ineccepibile, sicché al suo interno si possono ammirare le 14 grandi stazioni della celebre Via Crucis di Paolo Gamba, una delle sue opere più importanti. Il magnifico organo di D’Onofrio da Caccavone, le pregevoli statue di Paolo Saverio Di Zinno, il bellissimo coro ligneo, uno dei migliori della regione, il bel tondo di S. Alfonso. Insomma uno scrigno di capolavori d’arte.

Ben diversa la situazione del convento settecentesco.
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UN DISASTRO!

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Una vergogna che ancora una volta dimostra il livello di irresponsabilità del Ministero per i Beni Culturali che ne ha avviato una discutibile (io definirei scellerata) opera di ignobile cementificazione.

Non ci sono parole.

Quando la Soprintendenza rivendica il proprio ruolo di organo supremo per tutela del patrimonio culturale io, sinceramente, non capisco di cosa stia parlando.

Se questa è tutela, credo che si farebbe bene a ripristinare leggi che prevedano le pene corporali, compresa la scardassatura, per chi tratta in questo modo il nostro patrimonio.
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Non ho mai visto una situazione più scellerata.

Da quasi 10 anni la Soprintendenza ha lasciato un disastro.

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A parte la balorda cementificazione e lo scardinamento degli elementi decorativi, sono drammatici l’abbandono, la sciatteria, lo schifo, la sporcizia, il laidume, la sconcezza, il lerciume, che regnano dappertutto.

All’ingresso il visitatore viene accolto da un gatto morto che rappresenta l’aspetto meno lercio del complesso.

Dappertutto libri buttati (anche bruciati), infissi scardinati e sporcizia, sporcizia e sporcizia.
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Io non so se ai direttori dei lavori sia stato messo il prosciutto sugli occhi o se siano state date saponette odorose per nascondere il lerciume lasciato dall’impresa, ma non esiste alcun ragionamento che possa giustificare che un cantiere si lasci per un decennio in queste condizioni.

Io voglio anche credere che si possa trattare in questo modo un monumento al cui interno non rimangano tracce di opere d’arte, ma in questo complesso monumentale vi è uno dei cicli di affreschi più particolare di Pietro Brunetti che al soldo del marchese Rota venne a decorare le pareti del refettorio del convento ai primi del Settecento.
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Il refettorio oggi è in uno stato di incredibile abbandono. Le pitture si stanno sgretolando. Gli infissi sono stati scardinati. Le intemperie completano l’opera distruttiva avviata dai sacerdoti ministeriali del restauro architettonico.

Chiunque impasticcato può entrare a imbrattare, distruggere, scardinare con l’aggravante che le premesse per questo stato di ignobile desolazione è stato determinato da chi dovrebbe garantirne la tutela.
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4 Commenti

  1. rino 27 giugno 2015 at 13:42

    Che scempio!!!

  2. Nicola 27 giugno 2015 at 15:14

    Ciao Franco,
    Con rammarico vedo le tue foto, situazione che personalmente conosco e che non condivido, purtroppo noi della Soprintendenza siamo stati letteralmente cacciati, usati quando è servito e messi alla porta quando altri d evacuo dividersi le laute prebende. Personalmente conosco molto bene la situazione dei monumenti di Colletorto, in quanto precursore dei restauri architettonici eseguiti, condivisi o non condivisi,; ma nessuno può negare la sensibilità che abbiamo avuto nel recupero e nella tutela dei monumenti e del Patrimonio Sorico Artistico. Non ultimo il rimontaggio della parte fonica dell’organo di Sant’Alfonso. Sul Convento e sulla chiesa di Sant’Alfonso, dopo il restauro del Campanile dove siamo intervenuti direttamente, siamo stati letteralmente cacciati è francamente non credo sia stato un bene considerato che il convento, ricordo benissimo il suo stato prima e dopo il sisma, in totale abbandono però, aveva negli interni una sua connotazione, oggi caos totale. Mi spiace ma quando eravamo investiti direttamente se pur criticabili da te ma non condiviso da me, gli interventi sono stati portati avanti con dedizione e serietà. Auspico per il Convento, più un coinvolgimento diretto della Soprintendenza. Non ho visto in tutte le attività sui monumenti dopo il sisma tanta sensibilità da parte dei tecnici preposti alla progettazione e direzione dei lavori. Tanti euro spesi male? Occorre chiederlo a chia ha seguito e sorvegliato sui lavori.

  3. Franco Valente 27 giugno 2015 at 16:07

    Caro Nicola,
    a questi cosiddetti direttori dei lavori un privato non affiderebbe neppure la direzione dei lavori del loro pollaio.
    Non esiste alcuna giustificazione per il modo in cui si è lasciato questo monumento e per come sono stati fatti i lavori. Colate di cemento e basta.
    Ma perché il convento di San Nazzario che avete distrutto ti sembra fatto con criterio?
    Dico “avete” perché usi il termine “noi della Soprintendenza”…
    Un abbraccio!

  4. Carmelo S. FATICA 30 giugno 2015 at 00:09

    Ancora un crimine contro l’umanità: è mai possibile che l’abbia vinta sempre questa gente?
    Aboliamo subito chi dovrebbe tutelare: la cosiddetta Soprintendenza (de che?), ente assistenziale erogatore di stipendi a chi non può fare null’altro nella vita.

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