Franco Valente

CASTEL ROMANO di ISERNIA: E’ un’importante rocca sannitica e una postazione longobarda altrettanto importante. Certamente non è Aquilonia.

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Ogni anno, con il caldo dell’estate, qualcuno ha un miraggio e vede Aquilonia. Adesso l’hanno vista a Castel Romano di Isernia.

In questi giorni si parla di una missione archeologica olandese che avrebbe cominciato una campagna di scavi nell’area di Castel Romano dove sopravvive una importante rocca sannitica già conosciuta da centinaia di anni.
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Non è parso vero, un po’ perché mancano argomenti, un po’ per sollecitare in maniera impropria un dibattito culturale, di affermare che potrebbe trattarsi della ormai mitica Aquilonia.
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Tratturi e rocche sannitiche
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Nel 1982 (Isernia. Origine e crescita di una città) pubblicai una planimetria sintetica e una serie di considerazioni di carattere generale su questa rocca che sembra far parte di un sistema di fortificazioni tutte collegate visivamente con la rocca di Isernia che ritenevo, come ritengo oggi, il punto di riferimento di una organizzazione territoriale per il controllo dell’area che gravitava sui collegamenti della dorsale appenninica che nella sostanza corrispondono agli assi tratturali che in parte ancora sopravvivono.

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Sulla funzione di queste rocche il dibattito è ancora aperto, ma certamente non si tratta di strutture urbane.
Aquilonia è un luogo di cui parla prima di tutto Livio perché vi localizza il giuramento dell’ultima leva sannitica che fu definitivamente annientata intorno al 290 a.C..

Il riconoscimento di AKUDUNNIAD (che era un luogo sacro con edifici di cui Livio fornisce anche le dimensioni) si regge su due elementi incontrovertibili, se è attendibile la versione liviana.

Sull’argomento si può vedere:
http://www.francovalente.it/2009/11/13/perche-presso-il-teatro-di-pietrabbondante-era-lantica-aquilonia/
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Le mura di Castel Romano nel 1982
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Primo: Era di piccole dimensioni, tant’è che l’esercito non vi si poté sistemare al suo interno, e inadatta alla difesa.

Secondo: Doveva essere in collegamento visivo con la rocca di Bovianum.

La rocca di Castel Romano è di notevoli dimensioni ed è adatta alla difesa. Non è in rapporto visivo né con Pietrabbondante (se è vero che quest’ultima sia la Bovianum Vetus), né con Civita di Boiano.
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Le mura di Castel Romano nel 1982

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Invece è interessante capire cosa sia accaduto sulla rocca di Castel Romano in epoca longobarda.

Nella struttura militare e amministrativa longobarda venivano chiamati “arimanni” quei soldati che erano accasermati in forma stabile in zone particolarmente importanti dal punto di vista strategico. Il nome, d’altra parte, è di chiara origine germanica e vuol dire “uomo dell’esercito”.

In compenso della loro attività militare ricevevano in concessione terre che in parte erano destinate alla coltivazione necessaria per il loro sostentamento e in parte erano tenute incolte per pascolo o bosco. Tali terre, pur se potevano essere ereditate, non potevano essere alienate determinando di fatto la formazione di famiglie di guerrieri che rimanevano tali anche nelle generazioni successive. I Longobardi ripresero tale sistema dai Romani e dai Bizantini che lo utilizzavano soprattutto per le guarnigioni militari destinate alla difesa dei confini che ugualmente venivano ricompensate con la concessione di terre da coltivare o da tenere a pascolo.

Le guarnigioni di Arimanni erano diffuse per tutta la penisola italiana e, in molti casi, la loro stanzialità fu uno degli elementi generatori dell’assetto comunale.

Avevano peraltro un elevato potere anche nei giudizi perché potevano intervenire anche per proporre le sentenze.

A capo degli Arimanni, che erano comunque uomini liberi, era lo sculdascio, un funzionario regio che aveva anche poteri locali di giudicare.

Una testimonianza indiretta della presenza di guarnigioni arimanne nel territorio è dato proprio dal toponimo di Armagnum (La Romana frazione di Isernia) che ancora sopravviveva nel catalogo dei baroni normanni: Robbertus de Rocca tenet de Berardo de Calvellis significavit Abdenago Roccam Berardi, et Saxum, et Armagnum et Vallem Lampuli in servitio et Imbutellum quod totum sicut ipse dixit est feudum iij militum et cum augmento obtulit milites vj et servientes vj.

Ancora troviamo il riferimento al toponimo dell’originaria guarnigione nell’elenco delle chiese soggette alle decime nella diocesi di Isernia nell’anno 1309: In Castro Armani. Archipresbiter pro ecclesiis eiusdem loci que valent tar. XII ½ solvit tar 1 gr. V. (P. SELLA (a cura di), Rationes Decimarum Italiae – Aprutium-Molisium, Città del Vaticano 1926, p.354).

 

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2 Commenti

  1. Jesus Garcia 23 agosto 2015 at 15:05

    E molto.interessante l’informazione sul toponimo di La Romana. Quando si lavora al.posto la presenzia medievale e ancora importante per capire il sviluppo del posto e la sua importanza per il controllo del territorio. Ancora devo diete che il nostro progetto NO fa il scavo. Facciamo ricognizione superficiale y topografica alla sommità. E anche NO parlamo de Aquilonia. Questo dibatte non e interessante per le questione del.impatto de la colonizzazione romana de Aesernia nel myndo italico

  2. Franco Valente 23 agosto 2015 at 19:33

    Gentile prof. Jesus Garcia,
    le mie considerazioni sul miraggio di Aquilonia non sono rivolte agli archeologi, ma esclusivamente a un certo mondo giornalistico che lancia messaggi poco corretti.
    Aggiungo poi che ormai il Molise è terra di esplorazione internazionale mentre i giovani molisani vengono sistematicamente esclusi dalla partecipazione attiva alla utilizzazione delle scoperte. Ovviamente la colpa è della nostra classe politica che si interessa di altre cose.

    Io non sono un archeologo ma un generico studioso di cose antiche, peraltro su posizioni che da molti vengono considerate eretiche o, ancora peggio, non vengono neanche considerate.
    Sicché molti (sindaci, boiardi dello stato, venditori di depliant, studiosi di basso livello) sono convinti di potere utilizzare alcune mie piccole scoperte senza citare la fonte per il solo fatto che le pubblico gratuitamente sul mio blog.
    Sono sicuro che la vostra missione ricognitiva sarà utile a farci capire meglio quello che le precedenti missioni NON HANNO MAI COMUNICATO!
    Gli archeologi ministeriali (spesso dalla “puzza al naso”) credono che il loro mestiere sia quello di fare carriera senza far conoscere momento per momento l’andamento della ricerca nella piena convinzione di essere i tenutari delle verità assolute.
    Quindi sia ben chiaro che io polemizzo contro i cattivi informatori e contro i boiardi del Ministero per i Beni Culturali.
    Con grande stima,
    Franco Valente

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