Franco Valente

Spigolature araldiche: Due stemmi sconosciuti dei Caldora a Trivento.

Trivento2009 (57)

Le pietre prima o poi parlano e raccontano.
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Trivento2009 (57)
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Qualche anno fa Silvia Santorelli su Archeomolise pubblicò un prezioso articolo che era una rassegna di reperti erratici murati qua e là sulle facciate di chiese e palazzi nel centro antico di Trivento (Trivento. Testimonianze del passato. ArcheoMolise. Gennaio/marzo 2013).

Immagini che avevo registrato nel 2008 e messe da parte. A distanza di tempo, poiché sto completando lo studio sui Caldora, ho riguardato il mio archivio e ho riconsiderato con occhio diverso una pietra che si trova collocata allo spigolo di una casa in via Roma e che era stata pubblicata da Santorelli che l’aveva genericamente descritta come graffito medievale.

Credo che ragionevolmente si possa ritenere sia lo scudo araldico di Giacomo Caldora che, insieme al figlio Antonio, ha avuto un rapporto particolare con Trivento. Lo stemma dei Caldora era inquartato, il primo ed il quarto di oro, gli altri di azzurro.
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Trivento2009 (57) copia
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Giacomo Caldora era diventato feudatario di Trivento per aver sposato intorno al 1411 Medea d’Evoli che aveva portato in dote il feudo ricevuto dal padre Francesco.

Biagio Aldimari così sintetizzava la vita di Jacopo Caldora:.”Fù Capitan Generale di Renato d’Angiò, contra il Rè Alfonzo d’Aragona, à tempo, che venne alla conquista del Regno, e se non che egli da improvvisa morte assalito, in età matura finì i suoi ultimi giorni, Alfonso non sarebbe gionto mai ad essere Rè di Napoli, fù sua moglie Medea d’Eboli, che gli portò in dote la contea di Trivento. Maria sua figliola fù maritata a Troiano Caracciolo Duca di Melfi.”

Alla morte di Giacomo nel 1439 il feudo di Trivento passò al figlio Antonio che, secondo Giambattista Masciotta che non spiega perché, era nato proprio a Trivento.

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Caldora

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Dopo la celebre battaglia di Sessano del 29 giugno 1442, che vide la sconfitta di Antonio Caldora ad opera delle truppe guidate personalmente dal re, Alfonso d’Aragona rimase un paio di giorni nel castello di Carpinone e poi partì per l’Abruzzo dove, preceduto dalla notizia della grande vittoria contro gli Angioini, ricevette l’omaggio di tutti i baroni.

Nel mese di ottobre Alfonso concesse ad Antonio, apparentemente pentito, i territori di Palena, Pacentro, Monteodorisio, Archi, Aversa, Valva, Eboli e Trivento. Dopo il giuramento di fedeltà nelle mani di mani di Lopez Ximen d’Urrea le sue truppe passarono al servizio di Alfonso mentre il re restituiva alla moglie di Antonio i preziosi che le aveva sottratto a Carpinone.

Del dominio dei Caldora a Trivento non era rimasta traccia, anche perché alla morte di Antonio, avvenuta presumibilmente intorno al 1466, seguì una damnatio memoriae con la cancellazione non solo di di tutti i segni della dominazione angioina, ma soprattutto di tutte le insegne che in qualsiasi modo potevano essere ricondotte ai Caldora che nei fatti erano stati i più radicali nemici di Alfonso d’Aragona e degli Aragonesi.

La pietra in questione ora costituisce una prova concreta del dominio di Giacomo Caldora a Trivento perché fa immaginare che dopo la sconfitta del figlio siano state apportate modifiche all’apparato murario del Castello, dove certamente era collocato, e lo stemma, divenuto elemento erratico, sia stato riutilizzato in epoca abbastanza recente, credo nel XIX secolo, come pietra d’angolo di una costruzione riedificata dopo il terremoto disastroso del 1805, peraltro a testa in giù.

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CaldoraTrivento

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Stessa fine pare abbia subito un’altra pietra che nel passato è stata malamente ritenuta un cippo gromatico per il fatto di avere un disegno che sembrava essere la sintesi geometrica di una centuriazione cardo-decumanica.

Anche questa pietra è stata pubblicata da Silvia Santorelli nell’articolo che ho richiamato, ma in questo caso credo debba farsi proprio una rettifica in quanto la pietra non è romana. Presumibilmente, anzi, è di epoca più tarda rispetto all’altra caldoresca e, credo, si possa definitivamente archiviare l’ipotesi di cippo gromatico che con molti dubbi era stata avanzata da Gerardo Fratianni nella sua carta archeologica di Trivento.
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Questo secondo stemma può appartenere all’epoca del dominio di Antonio Caldora avendo il carattere di uno scudo della metà del XV secolo diversamente dall’altro che mantiene piuttosto caratteri trecenteschi.

Lo stemma dei Caldora, per quanto io ne sappia, era conosciuto solo per la rappresentazione che si fa di esso nel celebre monumento funebre che Rita Cantelmo fece edificare nella chiesa di S. Spirito a Sulmona.

L’arca sulmonese fu fatta fare per la morte prematura di Restaino avvenuta nel 1412. La madre Rita affidò alla mano di Gualtiero d’Alemagna l’esecuzione del monumento funebre nel quale sarebbero state collocate le spoglie mortali del giovane figlio. Sull’arca si legge: ANNO Domini MCCCCXII HOC OPUS FECIT FIERI DOMINA RITA CANTELMA AD LAUDEM VIRGINIS ET AD MEMORIAM IPSIUS ET FILIORUM SUORUM Dominorum JACOBI, RAIMUNDI ET RESTAYNI AMEN.
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Sul fronte di essa furono eseguiti a rilievo le insegne araldiche dei Caldora e dei Cantelmo.

http://www.francovalente.it/2014/01/30/a-pacentro-e-sulmona-le-immagini-di-giacomo-caldora/

La vicenda politica di Giacomo è stata caratterizzata da una sostanziale devozione alla causa angioina di fronte alla quale i segni araldici che gli appartenevano sembrano limitarsi a pochi esempi in cui le sue insegne si risolvono in uno scudo inquartato, il primo ed il quarto di oro, il secondo ed il terzo di azzurro ed il motto Coelum Coeli domino, Terram autem dedit filiis hominum (dette il Cielo al Signore del Cielo, dette invece la Terra ai figli degli uomini) che sarebbe stato ripreso dalla parole del biblico Davide.

Se si esclude lo stemma sull’arca obituaria sulmonese fatta realizzare da Rita per ricordare ai posteri il tragico epilogo della vita del giovane figlio Restaino, non sembravano sopravvissuti segni araldici evidenti del dominio caldoresco in altre parti del Regno di Napoli.

Per questo i due stemmi scoperti a Trivento sono certamente interessanti se non altro per la loro rarità.

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