Franco Valente

Michele da Valona e la Madonna delle Grazie fra i santi Sebastiano e Rocco a Guglionesi

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Il 31 marzo 1495 la Lega degli stati europei intimava a Carlo VIII di lasciare Napoli e a fare ritorno in Francia. Cosa che fece il 24 maggio di quell’anno lasciando una situazione politica incerta mentre le forze spagnole risalivano la penisola partendo dalla Calabria. In questo contesto il feudo Termoli pervenne in possesso ai di Capua con Andrea di Capua d’Altavilla. Questi, con la restaurazione della monarchia aragonese, ebbe non solo il titolo di Duca di Termoli ed utilista di Guglionesi e S. Martino in Pensilis, ma fu anche Conte di Campobasso e di Montagano. Riconoscimenti che gli derivarono proprio dalla sua fedeltà alla causa aragonese. Anzi, più che la sua fedeltà, determinante era stato l’eroismo di suo fratello. Ferrandino, infatti, fu particolarmente grato ad Andrea di Capua perché il fratello di costui, Giovanni, aveva perso la vita nella disastrosa battaglia di Seminara per proteggere quella del sovrano, con esempio molto memorabile di pleclarissima fede ed amore.

La battaglia combattuta a Seminara il 21 giugno 1495, fu vinta dai Francesi-Svizzeri comandati dal generale d’Aubigny contro i Napoletani di Ferrandino e Consalvo di Cordoba. Così Giuliano Passero: io non ve dico la prodezza, et animo grande che ha mostrato lo signore re in questo di, che parea che fosse resuscitato quillo grande Ettore de Troia pensati che l’ammazzaro lo cavallo sotto dove Johanne de Autavilla di Capua vedendo lo signore re a piede et che steva intorniato da multi franzisi se buttai dentro dove era lo signore re, lo quale vedendosi abbandonare dalla gente sua se salvai per non essere ammazzato, et cosi male in ordine montai sopra l’armata per venire la volta in Napoli.

A Seminara il 21 aprile 1503 si svolse una seconda battaglia tra Francesi, di nuovo al comando del d’Aubigny, e i Napoletani, guidati sempre da Consalvo di Cordoba. Questa volta le sorti dello scontro furono favorevoli agli spagnoli che costrinsero i Francesi alla fuga. Dopo lo scontro vittorioso gli Spagnoli risalirono la Calabria e si diressero anch’essi verso Napoli. Gli accordi di Granada non furono tenuti in nessun conto e gli Spagnoli, al comando di Consalvo di Cordova, assalirono Napoli.

Era il 14 maggio 1503, mentre per tutto il regno si diffondeva la peste che solo a Venafro fece oltre 1200 vittime, come ricorda una lapide tuttora esistente alla piazza del Mercato: 1503 FO LO MORBO IN VENAFRO DURO ALI 1504 MORIUCE 1200 ANIME.
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L’ultima battaglia tra Francesi e Spagnoli fu combattuta il 15 marzo 1504 sul Garigliano dove Consalvo batteva definitivamente le resistenze angioine e consegnava il regno allo spagnolo Ferdinando il Cattolico che lo confermava viceré di Napoli.
La peste colpì anche Guglionesi. Si cercarono rimedi non solo attraverso quelle iniziative che i medici di allora in maniera sperimentale avviarono, ma anche rivolgendosi a quei santi che, per una serie di circostanze legate alla propria esperienza terrena, erano diventati l’unico riferimento per salvarsi dal morbo.
Di questo contagio si sa molto poco e, a parte l’epigrafe di Venafro, troviamo una testimonianza importante a Guglionesi non tanto perché vi siano descrizioni seppure sintetiche del male, ma per la presenza di un quadro nel quale l’apparato iconografico è una evidente risposta alla diffusione della peste.
In quell’epoca Guglionesi apparteneva alla giurisdizione diocesana di Termoli e titolare ne era Giovanni de Vecchi che fu vescovo dal 9 gennaio 1497 al 1509.
E’ un periodo in cui la comunità di Guglionesi ospita Michele da Valona, un pittore che ebbe notevole importanza nel quadro di quel processo di contaminazioni stilistiche tra la cultura pittorica tardo medioevale dell’area albanese e quella rinascimentale italiana.
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In un bel saggio curato da Lucia Arbace, Dora Catalano, Ivana Di Nardo, Daniele Ferrara, Alessandra Giancola, Luigi Sorella e Marta Vittorini (Il Rinascimento Danzante. Michele da Valona e gli artisti dell’Adriatico tra Abruzzo e Molise, Torino 2011) si è cercato di ricostruire da poche tracce il percorso artistico di Michele da Valona. Rimane ancora molto da capire e neppure è del tutto chiaro se il Nostro si sia formato nel luogo di origine o nel territorio abruzzese-molisano dove si trovano le sue poche opere.

Tra quelle attribuite con certezza a Michele da Valona anche un trittico che era stato già segnalato nel 1984 da Maria Luisa Mortari nel suo Molise. Appunti per una storia dell’arte. Nella tavola è rappresentata la Madonna delle Grazie tra i santi Sebastiano e Rocco.
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L’epigrafe che è alla base, benché rovinata, permette di capire che l’opera fu commissionata dalla congrega di S. Adamo, che aveva la sua sede nella chiesa di S. Maria Maggiore, dove ora si trova il quadro: OPVS INDVSTRIA COnFRATVM SANCTI ADamE DE GVGLIONISIO ELEMOSINIS GENERALIBVS FACTVm IN HONOREM SANCTAE MARIAE DE LA GRATIA ET BEATISSIMORVm ROCCI ET SEBASTIANI ANNO 1505 DIE PriMO SEPTENBRIS INDITIONIS OTTAVA

A parte le valenze stilistiche che rivelano la conoscenza dell’ultima fase del medioevo italiano dal quale l’autore non è capace di allontanarsi, il quadro è interessante per i significati iconologici che vi si leggono con estrema chiarezza, per la scelta dei soggetti rappresentati e per la sinteticità degli obiettivi che si proponevano i committenti.
Altrettanto chiaro è il contesto storico molto particolare, fortemente gravato dalla diffusione della peste, che evidentemente ha determinato la scelta dei due santi Sebastiano e Rocco.
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La rappresentazione esalta la figura centrale di Maria che con il suo latte alimenta non solo il Figlio, seguendo una consuetudine nata nel sud della Penisola, ma anche le anime dolenti che sono nelle fiamme.

Michele da Valona nel rappresentare il Bambino ha dovuto scegliere tra la natura umana e quella divina. E’ un’antica questione che ha alimentato una sorta di dibattito teologico nella tradizione pittorica delle icone bizantine. In questa rappresentazione la Madonna non esprime alcun sentimento. E’ la Madre di Dio, avvolta in un sontuoso mantello regale impreziosito da ricche applicazioni di stelle dorate, regge sulle gambe senza toccarla con le mani, la figura giudicante del Dio ancora Bambino, ma già nella sua natura divina, che tiene aperto il Vangelo di Giovanni (8.12) dove afferma: QUI SEQUITUR ME NON AMBULAT IN TENEBRIS. (Io sono la luce del mondo, chi mi seguirà non camminerà nelle tenebre, ma avrà la luce della vita). Aggiunge: PENITENTIAM FACITE (Fate penitenza) che sembra essere tratta dal capitolo XXI delle Regole di Francesco di Assisi per l’Ordine dei Frati Minori.

Ma l’aspetto singolare della rappresentazione è l’atteggiamento di Maria che, comprimendo il seno scoperto, fa schizzare il latte verso le anime sofferenti che sono nel fuoco sotto il suo trono.
Sembra quasi che la scena sia stata presa dal carme di Ambrogio Autperto (De Assumptione Mariae) dove il teologo franco-vulturnense (VIII sec.) afferma che Maria sia stata assunta in Cielo con il suo corpo:
Fu vergine piena di latte, nutrimento degli angeli e degli uomini.
Perciò si sollevò fino ai fastigi del Cielo affinché si ricongiungesse al Verbo presso Dio.
O felice Maria, la più degna di ogni lode!
O puerpera sublime dalla cui viscere è stato generato l’autore del cielo e della terra!
O baci felici impressi da labbra piene di latte!
O umiltà veramente beata che partorì Dio per gli uomini, che restituì la vita ai mortali, che rinnovò i cieli, che purificò il mondo, che aprì il paradiso, che liberò le anime degli uomini dagli inferi!
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Ma veniamo al contesto storico in cui si colloca la rappresentazione.
Abbiamo detto che il Regno di Napoli fu sconvolto nel 1503 e per tutto il 1504 da una peste che fece strage di cittadini impotenti di fronte al diffondersi del contagio.
E’ evidente che la comunità di Guglionesi, e per essa la congregazione laicale di S. Adamo, abbia cercato di ingraziarsi i due protettori per eccellenza dalla peste: S. Sebastiano e S. Rocco.
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Una consuetudine che si diffonderà per tutto il XVI secolo e che, in quello successivo, si concentrerà soprattutto sulla figura di S. Rocco il cui culto ebbe conseguenze anche sul piano urbanistico perché gran parte dei centri urbani, dopo la disastrosa peste del 1656, si dotarono di chiese a lui dedicate e poste nelle vicinanze delle porte principali dei nuclei abitati.

 

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1 Commento

  1. Carmelo S. FATICA 17 ottobre 2015 at 17:40

    Ancora la cultura medievale che identifica la luna con la Madonna attraverso i simboli e le allegorie dell’astro, ossia le 4 fasi lunari rappresentate dai 2 fiori interi della luna nuova e della luna piena, colorati verde, che è il colore astrologico della luna, e dalle altre 2 mezze corone di fiore a rappresentare i 2 quarti lunari. L’incorniciatura delle figure della Madonna e dei due santi, eseguita con 4 colonnine attorcigliate, simboli delle traiettorie dei 4 cicli lunari, in cui l’astro è parzialmente visibile per 7 giorni, così come l’occhio vede parzialmente nascosto il disegno delle fascette attorcigliate. Peccato che nella nostra epoca manca una formazione legata alla Tradizione ed ai miti, che prima o poi si rifanno vivi.

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