Franco Valente

Nessuno a Venafro lo ricorda, ma Onorato Servio attribuisce la fondazione della città a Diomede

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Nel XVII e XVIII secolo i Monachetti realizzarono alcuni disegni a volo di uccello di Venafro ricordando ai propri contemporanei che, quanto sia stata grande la città, lo raccontano le sue rovine: VENAFRUM QUANTUM FUERIT IPSA RUINA DOCET.

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Oggi Venafro, per una serie di sciagurate disattenzioni, sta perdendo anche le sue rovine e la comunità non è in grado di capire che perdendo le sue radici, benché rovinate, perde anche la sua identità.

Venafro dovrebbe essere grata a Mauro Onorato Servio (vissuto alla fine del IV secolo dopo Cristo) per aver ricordato che la città di Venafro può vantarsi di essere stata fondata dal mitico Diomede.
Invece né a Diomede, né a Mauro Onorato Servio la città di Venafro ha dedicato, non dico una statua, almeno un vicolo cieco.

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Una comunità dovrebbe sapere che spesso basta una leggenda per dare lustro a una città, specialmente se le sue origini vengono legate a un personaggio famoso.

 

Chi era Diomede?

 

Διομήδης è uno di quei personaggi che popolano la grande epopea mitologica della Grecia antica.

Figlio di Tideo e Deipile, assunse un ruolo rilevante nella guerra di Troia

Era nato ad Argo dove suo padre (figlio di Eneo) si trovava in esilio. Morto Tideo durante l’assedio di Tebe, Diomede rimase orfano e insieme ad altri sei giovani figli di altrettanti eroi morti a Tebe, si esercitò nell’arte della guerra.

Quei sette discendenti (i cosiddetti Epigoni) si organizzarono militarmente fino a riconquistare Tebe. Tornato ad Argo, Diomede uccise gli usurpatori, sposò Egialea, la figlia del re che, fuggito, si era suicidato, ma, dopo aver preso il trono partì per la guerra di Troia.

Omero lo descrive come grande combattente protetto da Pallade. In un duello contro il troiano Enea, che era aiutato da sua madre Afrodite, ferì la dea che dovette ricorrere all’aiuto di Ares. Quando fu ferito anche Ares, intervenne Apollo che intimorì Diomede: Tu mortale non metterti mai contro gli dei!

Fece altri duelli e sempre si distinse per la sua lealtà contro gli avversari.

Insieme a Ulisse rubò il Palladio, il simulacro di Era che proteggeva Troia, determinando l’inizio della disfatta della città occupata.

Finita la guerra riprese il mare per tornare ad Argo, ma Afrodite provocò una tempesta che lo fece naufragare sulle coste della Licia, dove il suo re cercò di sacrificarlo. Riuscito a fuggire, dopo lunghe peregrinazioni, giunse finalmente alla sua città dove i suoi sudditi, per l’intervento di Afrodite, non lo ricordavano più.

Così anche sua moglie Egialea che intanto lo aveva tradito con Comete.

Diomede, rassegnato, lasciò Argo e iniziò la navigazione verso l’Italia.

Toccò vari porti dell’Adriatico fermandosi a insegnare l’arte della navigazione e del cavalcare, fondando varie città: Ancona, Pola, Vasto (Histonium), Lucera, Andria, Brindisi, Arpi, Canosa.

Dopo essere stato perdonato da Afrodite (Venere) fondò Venosa, che dalla dea prese il nome, spostandosi poi nella Daunia per approdare sulle isole Tremiti che, appunto, si chiamarono Insulae Diomedeae, come ricorda anche Strabone (STRABONE, Geografia)

Aiutò Dauno, re dei Dauni, contro i Messapi e ne sposò la figlia Eurippe fondando anche la città di Siponto, Sipius, che si chiamò così per il gran numero di seppie che le grandi onde riversavano sulla spiaggia.

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Di Diomede parla Servio, il primo letterato che abbia commentato Virgilio (Qui feruntur in Vergilii carmina commentarii) vissuto a cavallo tra IV e V secolo d.C., il quale attribuì al mitico eroe Diomede anche la fondazione di Venafro dopo l’eroica presa di Troia.

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Diomede, dopo aver girovagato per l’intero bacino Mediterraneo e dopo aver fondato un gran numero di città sulla costa adriatica, si inoltrò nell’entroterra per fondare Benevento e Venafro: sane Diomedes multas condidisse per Apuliam dicitur civitates, ut Venusiam, quam in satisfactionem Veneris, quod eius ira sedes patrias invenire non poterat, condidit, quae Aphrodisias dicta est. Item Canusium Cynegeticon, quod in eo loco venari solitus erat: nam et Garganum a Phrygiae monte Gargara vocavit et Beneventum et Venafrum ab eo condita esse dicuntur.

(M. H. SERVIUS, Grammatici qui feruntur in Vergilii carmina commentarii. XI, 246, Ed. Georgius Thilo and Hermannus Hagen. Leipzig 1881).

Una testimonianza importante che mette Venafro tra le città che nell’antichità hanno una grande tradizione.

Quando qualcuno, senza sapere perché, afferma che questa città è più antica di Roma, fa inconsapevolmente riferimento al racconto di Mauro Onorato Servio, se è vero che la guerra di Troia fu combattuta in un’epoca che gli storici pongono tra il 1250 e 1194 avanti Cristo.

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2 Commenti

  1. Villani Giuseppe 10 gennaio 2016 at 23:28

    E’ di estremo interesse seguire l’arch. Franco Valente che ci parle di venafro ma anche dell’antico sannio, con competenza ed amore.Sono residente a salerno e due volte sono stato a venafro traendo emozioni per le vestigia romane presenti ed impegnato con due escursioni del CAI. Ho cercato inutilmente, presso i convento di S. Nicandro, di reperire documenti, scritti o testimonianze di un avo, presidente del convento fino al suo decesso avvenuto nel 1934. Sarei grato se su Padre Francesco D’Aloia, nato Pasquale del 1873, da fragneto l’abate, venissi a conoscenza di documenti atti a capire la sua personalità ed il suo mondo spirituale. Condivido l’ipotesi storica della fondazione (sono di Benevento…)e quindi l’antichità dei siti.

  2. Franco Valente 12 gennaio 2016 at 06:22

    Grazie Giuseppe! Se trovo notizie Le farò sapere.

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