Franco Valente

S. Giorgio martire a Petrella Tifernina. Un santo tra storia e leggenda

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Giorgio è uno dei santi ai quali la Cristianità rivolge particolare attenzione, ma proprio la sua immagine a rilievo che si conserva a Petrella costituisce il primo dei misteri che avvolgono questo straordinario e pressoché sconosciuto monumento medioevale che gli è dedicato.

Non siamo in grado di sapere se sia stato solo Alferid l’autore di tutto l’apparato iconografico della prima chiesa longobarda dedicata a S. Giorgio nel nucleo antico di Petrella Tifernina. Sicuramente, mentre operava alla realizzazione di quella lunetta che poi, dopo vari smontaggi e rimontaggi, venne a far parte definitivamente della facciata della basilica, ebbe una serie di collaboratori che lavorarono seguendo le sue indicazioni.

Esistono, comunque, caratteri stilistici molto precisi che permettono di dire con sufficiente sicurezza che, se non fu solo la mano di Alferid a realizzare tutte le figurazioni provenienti dalla chiesa più antica, certamente egli fu il capomastro di una cerchia di lapicidi che lavorarono a stretto contatto con lui e dopo di lui e dei quali non conosceremo mai l’identità.
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Petrella Tifernina.S. Giorgio Martire a cavallo uccide il drago.

Possiamo ritenere che egli abbia realizzato nella basilica che è dedicata a S. Giorgio anche l’unica rappresentazione del santo che infilza il drago?
Questa pietra una volta poteva essere vista da chiunque si avvicinasse alla chiesa perché è sistemata sulla facciata laterale meridionale, in prossimità dello spigolo che si forma con la facciata.

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Oggi è difficile vederla perché in un’epoca abbastanza recente lo spazio originariamente aperto è diventato una corte chiusa in conseguenza dell’aggregazione di alcuni piccoli volumi edilizi che ora formano la quinta urbanistica della piazza su cui si affaccia la chiesa.

Sul piano stilistico sembra che il bassorilievo sia stato scolpito dalla stessa mano di Alferid perché analoghe sono le forme del mostro che appare anche nella lunetta del portale sotto forma di serpentone con le fauci aperte verso l’alto. Analoghi sono pure i gonnellini di Giona e di S. Giorgio. Però diversa è la finitura dei contorni dei rilievi che sono spigolosi sulla lunetta dell’ingresso e plasticamente arrotondati quelli dell’immagine di S. Giorgio.
Forse proprio questo particolare potrebbe avvalorare l’ipotesi che l’autore della formella possa essere un lapicida che si sia ispirato alla lunetta qualche tempo dopo e non sia lo stesso Alferid.

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Abbastanza simili, invece, sono la testa di Giona nella lunetta e quella di S. Giorgio nella formella sia per la particolare espressione degli occhi che per il capo completamente calvo. S. Giorgio è ritratto mentre dal cavallo con la destra sta infilando la lancia nelle fauci di un mostro che si avvolge su se stesso come un serpentone senza zampe e con il collo squamoso.

Il santo con la mano sinistra tiene le redini ed è seduto su una sella mentre il piede sta in una staffa. Si tratta di una sintesi assolutamente efficace della leggenda del santo. Manca la giovane principessa che era stata sorteggiata tra i giovani che si sarebbero dovuti sacrificare per alimentare il mostro.

Questo particolare è il punto centrale della questione perché non si sa bene quando la leggenda del drago si sia diffusa in Italia. Le notizie sono vaghe ed imprecise. Tutte si reggono sull’ipotesi che sia nata quando, in occasione delle prime crociate, i cavalieri cristiani avrebbero confuso l’immagine di Costantino che uccide un drago con quella di S. Giorgio.

Benché si sappia che Iacopo da Varagine (1228-1298) abbia fatto una raccolta di leggende che erano già ampiamente diffuse in Oriente e in Occidente, qualcuno gli attribuisce l’invenzione della storia fantastica e che solo la sua Legenda aurea abbia contribuito alla diffusione della vicenda del drago che sarebbe dovuto essere alimentato con la carne di una giovane principessa che fu salvata proprio da S. Giorgio che coraggiosamente lo avrebbe affrontato uccidendolo.
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Petrella Tifernina. S. Giorgio con la statua del santo del 1737

Sebbene il culto per S. Giorgio sia diffuso in tutto il mondo cristiano, in Oriente come in Occidente, associando alla sua immagine una serie impressionante di leggende, molto poco si conosce della sua vita reale. L’opera più accreditata è la Passio Georgii che già dal Decretum gelasianum del 496 viene ritenuta apocrifa.
Teodosio Perigeta vissuto intorno al 530 sostiene che sia stato martirizzato a Diospoli (odierna Lydda, in Palestina): in Diospolim, ubi sanctus Georgius martyrizatus est, ibi et corpus eius est et multa mirabilia fiunt.
Da tutte le storie più o meno fantastiche sono stati raccolti gli elementi più verosimili. Ruinart partendo dal Chronicon alexandrinum seu paschale ritiene probabile che il 284 sia l’anno del martirio di Giorgio.
Secondo altri la circostanza che il martirio venga attribuito alla iniziativa di un certo Dacianus (che peraltro è lo stesso nome del persecutore di S. Vincenzo di Saragozza) sarebbe frutto di una deformazione del nome di Diocleziano e quindi la data della sua morte verrebbe posticipata di qualche anno al 303.

Nei fatti la fama di S. Giorgio si accrebbe soprattutto per gli episodi leggendari che in qualche modo accomunano tutte le sue storie e che possono essere distinte in quelle di Oriente più antiche e in quelle di Occidente che intorno al X secolo si arricchiscono dell’episodio del drago.
Presso un certo Daziano, che secondo una fantasiosa ricostruzione addirittura sarebbe stato imperatore dei Persiani, si riuniscono 72 potenti dell’impero per fare fronte al dilagare dei cristiani. Tra essi, non si capisce a che titolo, è presente Giorgio che, però, dona tutto ai poveri e si dichiara cristiano.
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Cominciano le persecuzioni contro di lui. Viene colpito alla testa fino a fargli uscire il cervello e imprigionato. Gli appare Cristo che gli preannuncia una prigionia di sette anni durante la quale sarebbe morto tre volte e altrettante volte resuscitato. Si reca da lui Atanasio per verificare i suoi poteri. Giorgio beve il veleno che gli viene offerto e, poiché non muore, Atanasio si converte. Giorgio viene fatto a pezzi e, quando il suo corpo si ricompone e resuscita, le guardie diventano cristiane, ma vengono tutte martirizzate.

Viene portato in giudizio e condannato ad essere inchiodato con chiodi arroventati mentre gli versano in bocca piombo fuso. Messo in una cassa arroventata viene riportato in carcere.
Da lui si reca Magnezio, un re che dichiara che si sarebbe convertito se Giorgio fosse riuscito a dare vita a legni secchi. Quei legni, ormai trasformati in sedie, fruttificano, ma Magnezio ritiene che ciò sia avvenuto per opera di Apollo. Giorgio viene spaccato in due parti e messo a bollire. Interviene Cristo che, aiutato dagli arcangeli con Michele in testa, lo fa risorgere ancora una volta.

Da quel momento Giorgio compie una serie incredibile di miracoli. Fa resuscitare bambini, uomini e donne morti da oltre quatto secoli. Guarisce ciechi e sordi, ma viene di nuovo imprigionato e legato a una roccia su un monte dove uccelli rapaci dilaniano le sue carni. Ma anche in questo caso resuscita e le guardie che si convertono vengono passate per le armi.
A questo punto l’imperatore cerca di convincerlo con le buone parole e Giorgio finge di volersi convertire davanti al popolo. Intanto conosce Alessandra, la moglie dell’imperatore, che segretamente si converte. Davanti alla folla, però, Giorgio confermando la sua fede fa crollare le statue degli idoli mentre l’imperatrice annuncia di essere cristiana e per questo condannata a morte insieme al santo. Questi invoca Dio che interviene incendiando il palazzo e facendo morire l’imperatore, i settantadue re e tutti i pagani presenti. I soldati prendono Giorgio e lo decapitano.

Questa storia, con le varie e articolate versioni, costituisce nella sostanza la leggenda che si diffonde in Oriente. Qualche tempo dopo, in Occidente, la vita leggendaria di Giorgio si arricchisce con l’episodio del drago e della principessa.

Nato in Cappadocia si sarebbe arruolato nell’esercito romano. Non si sa bene per quale motivo avrebbe lasciato l’esercito e abbia fatto un viaggio che lo portò a Silene, in Libia, dove un drago feroce viveva in un lago. Il mostro spesso si avvicinava alla città e con un soffio malefico ammazzava le persone di cui si sarebbe poi cibato. Gli abitanti del posto, allora, si organizzarono e decisero di portargli ogni giorno due pecore per evitare che continuasse a uccidere i cittadini. Quando cominciarono a scarseggiare le pecore il re decise di mandare una pecora e un giovane scelto a sorte.
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Petrella Tifernina. S. Giorgio, il drago e la principessa (XVIII sec)

Il giorno in cui Giorgio arrivò con il suo cavallo a Silene era stata sorteggiata proprio l’unica figlia del re il quale aveva offerto metà delle sue terre e tutte le sue ricchezze per evitare che le venisse tolta la figlia. Il popolo gli rinfacciò che proprio lui aveva stabilito quella regola e non poteva sottrarsi all’impegno.

La giovane, vestita con abiti regali, si avviò verso il lago piangente mentre la folla la osservava dalle mura della città. In quel momento arrivava Giorgio che le chiedeva il motivo della disperazione. La giovane lo implorò di fuggire per evitare che il mostro ingoiasse anche lui. Ma Giorgio andò contro il drago e lo ferì con la lancia. Poi ordinò alla ragazza di avvolgere la sua cintura attorno al collo dell’animale e di portarlo davanti alle mura della città. I ventimila presenti e il re, visto il prodigio, si inginocchiarono davanti al santo e si fecero battezzare. Dopodiché Giorgio con la sua spada uccise il drago.

Questa storia, probabilmente intorno al IX-X secolo, fu agganciata all’antico racconto dei suoi supplizi e ne divenne la premessa e si diffuse prima di tutto nell’Europa occidentale.

Intanto in Oriente si era diffusa una leggenda analoga che vedeva l’imperatore Costantino eroico uccisore di un drago. Questa scena, come riferisce Eusebio di Cesare, era rappresentata su una tavola all’ingresso del Palazzo dell’imperatore a Costantinopoli in maniera che tutti potessero vederla:
Quinetiam in sublimi quadam tabula ante vestibulum palatii posita, cunctis spectandum proposuit salutare quidem signum capiti suo superpositum: infra vero hostem illum et inimicum generis humani, qui impiorum tyrannorum opera Ecclesiam Dei oppugnaverat, sub draconis forma in praeceps ruentem. Quippe divina oracula in prophetarum libris, draconem illum et sinuosum serpentem appellarunt. Idcirco imperator draconem telis per medium ventrem confixum, et in profundos maris gurgites proiectum, sub suis suorumque liberorum pedibus cera igne resoluta depingi proponique omnibus voluit.

E’ probabile che questa grande icona ancora esistesse al momento dell’arrivo dei primi crociati o che, comunque, esistesse una sua replica.
Proprio l’ipotesi che i Crociati arrivando a Costantinopoli abbiano confuso l’immagine di Costantino che uccide il drago con quella di S. Giorgio fa capire che la tradizione leggendaria era nata in Occidente ed era già consolidata nell’XI secolo mentre del tutto sconosciuta fosse in Occidente quella analoga dell’imperatore.

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Non è facile spiegare per quale motivo a Petrella la raffigurazione del titolare della basilica sia stata posta, quando fu rimontata in epoca normanna, in un luogo comunque defilato rispetto al percorso più ovvio che si sarebbe comunque dovuto compiere per entrare in chiesa. Si possono fare due ipotesi. La prima è che originariamente non rappresentasse S. Giorgio e che avesse preso quella identità semplicemente per la pura coincidenza della necessità di dedicare il tempio a un santo cavaliere che uccide un mostro e la possibilità di utilizzare una rappresentazione che descrivesse una scena formalmente analoga. Nel Molise, nella chiesa di S. Michele di Roccaravindola, è accaduto un fatto simile. Sul portale della chiesa dedicata all’arcangelo è stata apposta una pietra erratica con l’immagine di un genio funerario romano alato. Sebbene questi sia ritratto nell’atto di spegnere una fiaccola, assunse il titolo di S. Michele solo per il fatto di avere le ali.

La seconda, che qui si sostiene, è che già nel IX-X secolo nell’area longobarda di Benevento fosse conosciuta la leggenda di S. Giorgio e il drago e che quindi la formella volesse, dall’origine, rappresentare ciò che rappresenta.
Di certo sappiamo che il culto per S. Giorgio in Italia era già presente intorno al 527 quando Belisario lo dichiarò compatrono di Porta S. Sebastiano a Roma. Ai due santi fu dedicata la chiesa al Velabro dove papa Zaccaria (679-752) avrebbe fatto collocare il cranio di S. Giorgio da lui ritrovato. Per tradizione una reliquia di S. Giorgio sarebbe stata trasportata in un’epoca imprecisata anche nella chiesa di Petrella.

Dal Chronicon Vulturnense sappiamo di una chiesa di S. Maria presso S. Giorgio donata nel 742 da Gisulfo II all’abbazia di S. Vincenzo e di una chiesa di S. Giorgio a Salerno nell’819.
Conosciamo da un Diploma di Ottone I un S. Georgii in Collina dipendente nel 964 da S. Angelo in Barrea. In un diploma di Lotario è riportato un S. Georgium a Laiano nel 943. Pietro Diacono riferisce di una chiesa di San Giorgio esistente nel 977 in comitatu atinense. Di una Rocca S. Giorgio nel 1064 si sa nel territorio vulturnense.

I caratteri stilistici del nostro S. Giorgio, come abbiamo visto, sono compatibili con quelli che si diffondono in occidente anche prima del X secolo. Dello stesso periodo, come abbiamo visto, dovrebbe essere l’epoca di costruzione della prima chiesa di S. Giorgio. Questo porta a considerare che l’immagine di S. Giorgio che uccide il drago di Petrella sia tra le più antiche, se non la più antica, dell’Occidente.

La questione è particolarmente interessante ma di difficile soluzione perché non esiste documentazione definitiva sulla materia, soprattutto perché sul piano iconografico non esistono argomenti convincenti sull’origine della rappresentazione dell’uccisione del drago.

 

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1 Commento

  1. carmelo fatica 24 aprile 2016 at 14:38

    La significativa scena di San Giorgio sulla formella, credo, e concordo con Franco Valente, sia anteriore all’edificazione dell’attuale chiesa, probabilmente appartiene all’edificio più antico. I sottili rapporti geometrici della composizione delle figure, sono impostati su punti ben evidenziati, ed i significati di Sapienza Antica in essi racchiusi, trasportano al mondo religioso bizantino. Poi anche la loro plasticità rimanda ad altre, anche se rare, di quel periodo. Questo fatto può essere connesso alla fondazione, insieme ad altri coevi nuclei urbani lungo la valle del Biferno, del centro antico di Petrella Tifernina, che dalle prime analisi conduce al periodo bizantino del VI secolo. In Molise i riferimenti storici alla presenza bizantina, seppur breve ed oscura, stranamente vengono respinti, eppure credo siano di ineguagliato valore e soprattutto insegnamento.

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