Franco Valente

Perché S. Vincenzo al Volturno viene sempre definito “… locum qui nominatur Samnie”? (Quel luogo che una volta si chiamava Sannia). Prima dei monaci vi era stato un vescovo: MARCUS SAMNINUS

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La diocesi di Marco, vescovo sannino alle sorgenti del Volturno

Con il dissesto dell’Impero romano, anche questa parte del territorio subì pesanti depauperamenti, tuttavia qualcosa dovette sopravvivere se è vero che nell’ambito della organizzazione vescovile della Chiesa romana si sia stabilito di tenere un vescovo in quel nucleo che ancora si chiamava Sannia, forse proprio dove la tradizione vulturnense riferiva che l’imperatore Costantino aveva ordinato la costruzione della basilica dedicata a S. Vincenzo di Saragozza.

Della esistenza di una diocesi chiamata Samnia abbiamo testimonianza a cavallo dei secoli V e VI, durante il periodo di Simmaco, il quale ebbe un papato burrascoso per una serie di lotte interne e di contrasti con altre ali della Chiesa. Appare chiara, dall’operato di questo papa, la necessità di sistematizzare e razionalizzare il controllo del territorio attraverso una puntuale dislocazione delle sedi vescovili in tutto il territorio su cui esercitava il controllo spirituale. In assenza di fonti particolarmente esplicite, l’elencazione dei vescovi partecipanti ai Concili romani ed il riferimento per ogni vescovo alla città di provenienza, è sicuramente utile per definire la mappa della organizzazione ecclesiastica con la dislocazione dei diretti collaboratori del successore di Pietro. In uno dei Concili convocati da Simmaco, nel 502, vediamo infatti la presenza di Marcus Samninus (Marco di Sannia), insieme ad altri vescovi del territorio come Proculeiano di Sepino, Lorenzo di Boiano e Pascasio di Volturno.

L’elenco dei vescovi che parteciparono al Concilio di Simmaco del 502 riporta, tra gli altri: …Proculeianus Sepinatis, Paschasius Vulturnensis, Laurentius Bobianensis, Marcus Samninus, Aprilis Nucerinus... Secondo alcuni l’attributo di Samninus indica la titolarità di una cattedra regionale, ma appare evidente che, come per gli altri vescovi, tale attribuzione debba riferirsi ad una città chiamata Sannio e non al territorio omonimo del quale, peraltro, sicuramente faceva parte anche Boiano o Sepino, che avevano un proprio vescovo partecipante al concilio di Simmaco. (G. D. MANSI, Sacrorum conciliorum nova et amplissima collectio, Firenze 1759-1798. Si veda pure: F. LANZONI, Le Diocesi d’Italia dalle origini al secolo VII, Faenza 1927).
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Papa Simmaco in un affresco nella Cattedrale di Venafro
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Questo Concilio aveva chiaramente anche un significato strategico nell’ambito dello scontro che ormai si prolungava da qualche anno con lo scismatico Lorenzo, vescovo di Nocera, che in quell’anno a Roma, aiutato dai senatori Festo e Probino, si era insediato come papa. Si trattava, in quella occasione, non solo di annullare una serie di atti decretati da precedenti pontefici e che erano alla base delle contestazioni avanzate da Lorenzo, ma anche di verificare la consistenza della presenza sul territorio dei vescovi che rimanevano fedeli a Simmaco. Il Concilio del 6 novembre 502 si tenne in condizioni drammatiche all’interno di S. Pietro dove papa e vescovi si erano rinchiusi e le cui conclusioni, chiaramente favorevoli a Simmaco, furono un ulteriore elemento per altri quattro anni di dure lotte[1].

Rimaneva ancora sconosciuto il luogo dove fosse posta la Cattedra di Marco, l’unico vescovo di Sannia del quale si conservi memoria, ma la recente individuazione dell’antica ed originaria chiesa di S. Vincenzo (detta, per comodità, Minore per distinguerla da quelle due che sono state ricostruite successivamente) è utile a chiarire quale sia stata la sede originaria di questa piccola diocesi scomparsa come tante altre dello stesso periodo.

Sulle antiche diocesi dell’area sannitica, scomparse in epoca longobarda, si veda, tra l’altro: FERRARA, La Diocesi di Trivento ed altre istituzioni ecclesiastiche del Molise nell’occhio del ciclone longobardo del VII secolo, in Almanacco del Molise 1985, Campbasso 1984. G. MORRA, Fasi della conquista longobarda in Campania: L’occupazione di Venafro, in AA.VV. Montecassino – Dalla prima alla seconda distruzione e aspetti di storia cassinese, Montecassino 1987.
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Antiche diocesi gravitanti intorno a Samnia
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Certamente nella logica papale della estensione del controllo territoriale su questa parte della penisola, le sorgenti del Volturno non potevano rimanerne fuori. Una indiretta conferma ci viene dalla considerazione che esisteva la necessità, per il papato, di assicurarsi una rete di sedi cattedrali che in qualche modo potessero garantire un reciproco collegamento tra i vari vescovi. Seguendo un criterio già ampiamente adottato nella pianificazione territoriale romana, le sedi vescovili ripetono con precisione la rete dei municipi o delle prefetture antiche, in maniera tale che i vari punti potessero essere agevolmente raggiungibili con una giornata di cammino a piedi. Per questo vediamo che la presenza di una cattedra alle sorgenti del Volturno, sul luogo della preesistente città di Sannia, si giustifica anche con la necessità di fissare un punto intermedio tra la sede di Venafro e quella di Alfedena, tra quella di Atina e quella di Isernia, che altrimenti sarebbero troppo distanti tra loro.

D’altra parte gli scavi condotti da Richard Hodges in questi ultimi anni hanno messo in evidenza che quell’edificio che per secoli era stato definito come oratorio di S. Vincenzo, in realtà era struttura più complessa di come si poteva prima ritenere. Il suo impianto, organizzato anche con un deambulatorio ed una serie di edifici circostanti capaci di ospitare una comunità di una settantina di persone, deve necessariamente riferirsi ad un uso più articolato e ad un’epoca che può coincidere con quella del papato di Simmaco.
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L’antica chiesa di S.Vincenzo
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Della cattedra sannina si perde testimonianza epigrafica perché la diocesi di Sannia è tra quelle che scompaiono probabilmente con l’intervento longobardo, se non addirittura prima, tuttavia è da ritenere che si sia in qualche modo salvata la sua definizione geografica diocesana. E’ infatti improbabile che il territorio che successivamente venne a costituire lo stato monastico facente capo a S. Vincenzo nell’VIII secolo si sia definito per sottrazione rispetto ai territori gravanti sull’alta valle del Volturno, mentre è più plausibile pensare che i duchi di Benevento abbiano concesso ai fondatori del cenobio un’area che, sebbene abbandonata da tempo, nel passato aveva costituito una entità amministrativa diocesana.

Comunque, nell’epoca antecedente alla conquista longobarda, un tentativo di controllo e di utilizzazione di questo territorio abbandonato potrebbe riscontrarsi con la presenza bizantina nel VII secolo di un Kastron Samnion che Giorgio di Cipro cita nell’elencare le città della penisola italica. Essendo evidente che la fortificazione bizantina debba riferirsi ad un nucleo ristretto e non ad una regione, la citazione di Giorgio non può non ricollegarsi all’unica Sannia di cui si ha memoria e perciò al nucleo fortificato alle sorgenti del Volturno, sul luogo della cattedra vescovile.
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Paolo Diacono
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Soltanto dalla seconda metà dell’VIII secolo Paolo Diacono riprende a parlare di Sannia, dando per scontata la sua antica esistenza, come se per essa non fosse il caso di avanzare dubbi. Egli scriveva la sua Historia Langobardorum nel 787 a Montecassino mentre per l’Abbazia di S. Vincenzo cominciava il periodo di massimo splendore, durato circa un secolo. Qualche anno prima del 787, un altro illustre personaggio, Ambrogio Autperto, vissuto però a S. Vincenzo pur provenendo dalla Gallia, aveva tracciato le vicende della fondazione del cenobio vulturnense raccontando con dovizia di particolari la storia di Paldone, Tatone e Tasone che poi fu integralmente raccolta, circa quattro secoli dopo, nel Chronicon dal Monaco Giovanni.
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Ambrogio Autperto e Carlomagno
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Da Autperto in poi, il Chronicon riporta la storia degli avvenimenti del monastero di S. Vincenzo, identificato sempre con il sito dell’antica Sannia.

Le citazioni di Sannia dal Chronicon sono frequentissime:… locus ubi Samnie vocatur / … monasterio sancti Vincencii martiris, quod est constructum in loco qui dicitur Samnii, super fluvium Volturnum (Capua anno 787 – conferma di Carlomagno delle donazioni) / Sancti Vincencii monasterii, situm in territorio Beneventano partibus Samnie… (Capua anno 787) / … locum qui nominatur Samnie / Castellum Samnie (dal X secolo in poi) / … in actu  sancti Vincencii, in castello Sampnie / … qui situm est in partibus Beneventanis, super fluvium Volturni locus, ubi Samnia vocatur…

Tuttavia, secondo la ricostruzione del monaco Giovanni (o comunque dell’ultimo estensore del Chronicon), intorno al 684 una comunità di monaci aveva avviato la costruzione di un monastero su quello che rimaneva della chiesa la cui fondazione veniva attribuita a Costantino. Ma soltanto qualche anno più tardi alcuni avvenimenti della corte beneventana, da cui il territorio vulturnense dipendeva, determinarono la vera e propria nascita del monastero benedettino.

 

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3 Commenti

  1. Carmelo S. FATICA 31 maggio 2016 at 00:18

    Un autore identifica Kastron Samnion con la località Macchia Saracena, presso Reino, nel beneventano, ma la cosa sembra improbabile. Invece A. La Regina sostiene che il toponimo deriva da un SAMPNIUM, che compare nel “Catalogus provinciarum Italiae” del VI-VII secolo, probabile corruzione paleografica da SAEPINUM, ma pure appare azzardata. Però con le argomentazioni e le considerazioni addotte da Franco Valente, mi sembra totalmente fondata la sua tesi sull’ubicazione di Kastron Samnion nella località di S. Vincenzo al Volturno.

  2. Franco Valente 31 maggio 2016 at 06:05

    Per una questione di metodo da tempo, quando mi infilo in questioni complesse, cerco di dare credito alle fonti senza immaginare che determinati termini siano frutto di errori di trascrizione (le cosiddette “corruzioni”)

  3. Carmelo S. FATICA 31 maggio 2016 at 16:33

    FUORI TEMA
    L’indimenticabile miniatura che qui compare dal Chronicon, oltre a contenere tanti simboli e allegorie da scriverci un saggio, mostra tre archetti, due bordati di rosso ed uno con intradosso blu ed estradosso oro. Questo tipo di raffigurazione si lega al Verbo come proclamazione di Principio e Fine. Infatti, raffigurazioni simili a questa del Chronicon, mostrano “il” libro (invece della pergamena scritta del Chronicon), sempre sotto i tre archetti, differenziati con colorazioni o decorazioni diverse. Poi, l’opera scultorea, forse unica, in cui il significato dei tre archetti si ripete, è il bellissimo pulpito di S. Maria di Canneto a Roccavivara: due archetti accoppiati, di medesima luce, contigui ad un terzo di luce maggiore, non a caso collocati nel pulpito, dove si proclama la Parola di Dio. In conclusione, questi tre archetti contigui, variamente distinti, tracciano i segni delle lettere greche simbolo di Principio e Fine: l’Alfa (singolo archetto colorato o decorato diversamente dagli altri due, o di luce d’arco maggiore), e l’Omèga rovesciata (coppia di archetti uguali per colorazione o decorazione o luce d’arco).

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