Franco Valente

Una giornata a Termoli in occasione della presentazione del libro “TERMOLI” di Antonio Smargiassi

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Qualche giorno fa ho tentato di comprare il libro di Antonio Smargiassi su Termoli, ma in libreria mi hanno detto che non sarebbe stato disponibile prima della presentazione.
Ne ho chiesto copia a Gianni Di Giandomenico che era uno dei presentatori, ma mi ha detto che aveva solo la sua e che se la volevo avere sarei dovuto venire alla presentazione.

E poiché la presentazione era affidata anche al mio amico Giovanni Cerchia ho deciso di andare a Termoli approfittando dell’invito di Antonio D’Ambrosio che, insieme a una congrega di popolani, è contitolare del Circolo senza Tempo.
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Al Circolo senza Tempo, dove l’acqua dolce serve solo per lavare i piatti, si beve vino rosso ghiacciato, si mangia pesce e si racconta tutto quello che ti viene per la testa, nel medesimo disordine dell’ambiente che ti sta attorno.

Non ci sono due bicchieri uguali, due posate identiche, due piatti della stessa fabbrica. Alle pareti fotografie esposte in un disordine incredibile con i soggetti più strani. Credo che per questo si chiami Circolo senza Tempo.
Chi si trova a passare in quel tratto di strada che separa il Circolo senza Tempo dall’Oriente entra, si siede e si mette a mangiare quello che ancora sta sul tavolo.
All’angolo c’è un televisore acceso. Alle 15 comincia la partita della Nazionale Italiana contro la Svezia. Qualcuno la guarda. Gli altri continuano a parlare. A un certo punto Giorgio Di Giandomenico ci fa cenno e ci ordina di andare a prendere il caffè da un’altra parte. Si forma un gruppo.
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Davanti alla Cattedrale faccio bella figura parlando del giglio che sta in mano all’Angelo Gabriele. Il primo giglio della storia dell’arte in mano all’arcangelo. Un primato che spetta a chi, quando Federico era imperatore, realizzava questo magnifico monumento.

Termoli è una città a piano terra. Lo immaginavo ma ne ho avuto conferma quando Giorgio si è fermato davanti al portone di un bel palazzo a lato del Castello. Ci viene ad aprire Gianni Di Giandomenico che mi dice che il mosaico a terra con una grande palma lo ha voluto la moglie perché, come i grandi scudi araldici, fosse l’insegna parlante della famiglia De Palma.
Tutto si articola a piano terra dove in un angolo la televisione continua a raccontare che la partita dell’Italia ancora sta in pari.

Dopo il caffè Gianni va a prendere dalla cristalliera una manciata di quei bicchierini che si trovano solo nelle case antiche e ricordano la parsimonia delle nostre nonne quando offrivano un goccio di anicetta.
Gianni, invece, ci fa assaggiare una coloratissima ratafià che ci fa capire quanto sia importante il sole dell’Adriatico per dare aroma alle visciole annegate in quell’alcool speciale perché derivato dai nostri vini rossi.

Poi ci porta nei meandri del palazzo. Sotto terra, dove la storia antica ha il sopravvento. Luigi Marino è il genius loci di Termoli. In questi ambienti ci è sceso quando il palazzo non era stato ancora restaurato e ha spiegato che le volte cinquecentesche si sono sovrapposte a muri longobardi di cui non si sono perse le tracce.
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Da una bocca di lupo si traguarda sulla facciata meridionale del Castello e se ne avverte la contiguità, ma anche l’imponenza.
Questi luoghi forse una volta affacciavano all’esterno, nel fossato, e mi sembra di vedere Andrea di Capua e suo figlio Ferrante dare indicazioni perché quegli ambienti potessero aumentare gli spazi ormai angusti di un castello che ormai non era più sufficiente per accogliere un centro di potere che dal mare arrivava fino a Campobasso.
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Vincenzo di Capua
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Sicuramente appartennero a quel Vincenzo di Capua (che aveva sposato Maria, la figlia di suo cugino Ferrante) quando fu Governatore degli Abruzzi e gli fu affidata la difesa della costa adriatica dalle insidie dei Turchi.
Un’altra storia, che ebbe un tragico epilogo quando nel 1566 Termoli fu assalita e gli abitanti che non riuscirono a fuggire furono massacrati.
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Un capitolo fondamentale nella puntuale ricostruzione che Antonio Smargiassi ha fatto nella sua opera dedicata a Termoli.

Finita la visita Antonio D’Ambrosio mi ha invitato a casa sua in attesa della presentazione del libro.
Per la via manco un cristiano.
A un certo punto si è sentito un urlo che in contemporanea usciva da tutte le finestre.

Antonio mi dice: “O ha segnato l’Italia o Buffon ha parato. Aspetta, mo’ domandiamo”.
Stavamo passando davanti a una casa. Ha bussato alla finestra del piano terra e si è affacciata sua sorella. Antonio ha chiesto: “Che è successo?”
Dal fondo della stanza ha risposto il marito: “Ha segnato Eder”.
Antonio di riflesso: “Ma allora ha segnato la Svezia…”
Poi ci siamo tranquillizzati. Abbiamo chiarito che Eder è italiano perché il bisnonno era delle parti di Vicenza.

(CONTINUA)

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