Franco Valente

La rassegnazione dei Venafrani. Quanto sia stata grande Venafro lo dice la sua rovina!

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Il 18 giugno, come faccio da 60 anni, ho partecipato attivamente alla processione di S. Nicandro. Ho il privilegio, per grazia ricevuta, di far parte dello zoccolo duro che canta l’Inno.

Chi non canta l’inno di S. Nicandro non è venafrano e cantarlo durante la processione popolare significa certificare la propria esistenza in vita.
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Da 60 anni mi faccio quella processione con la quale il popolo di Venafro va alla Basilica dei Cappuccini, un chilometro fuori le mura, a riprendersi le reliquie dei santi e le loro statue per riportarle nella chiesa dell’Annunziata.

E’ una processione molto particolare e chi non è venafrano difficilmente riesce a capirla. Eppure c’è anche tanta gente che viene da fuori per il piacere di parteciparvi.

C’è una ragione che giustifica il suo lungo e complesso itinerario: la certezza che S. Nicandro, con le chiavi della Città appese al braccio, passando e fermandosi nei punti significativi, assicuri la protezione per tutto l’anno. Dieci fermate che sono la sintesi della sua struttura civile e religiosa.
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Ora, a parte le motivazioni religiose e sociologiche, la processione di S. Nicandro è un’occasione per tutti i Venafrani per rendersi conto delle condizioni in cui versa la parte antica della città.

Ieri sera migliaia di Venafrani hanno avuto la perfetta sensazione che la città sia in ginocchio.

Uno spettacolo indecoroso.

A parte l’insistenza dei venditori di frattaglie, amburger e cocacola che ancora si affacciano sul percorso della processione e ai quali il Comitato Feste non riesce a far fronte senza l’aiuto del Comune, i segni del degrado si mostrano in tutta la loro maestosità non appena si entra nella città.

La piazza del Mercato doveva essere il biglietto da visita dei Venafrani. Si stanno facendo i lavori di sistemazione del basolato. In genere la sistemazione di una piazza è l’occasione irripetibile per un sindaco di lasciare una traccia della sua genialità. Ci vuole poco a capire che qui la genialità è finita a manutenzione ordinaria di quello che c’era. Quando un sindaco non ha idee, gli artisti e gli architetti si adeguano. I Venafrani immaginavano che si facesse un’altra cosa.
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Il dramma inizia alla via Per Dentro. Quando la gente si è infilata nell’antica spina della Città sembrava si fosse formato un corteo di claudicanti. Le basole sono a un tale livello di sconnessione che si fa fatica a camminare senza appoggiarsi a qualcuno.

Si sperava di trovare una pavimentazione migliore su via Garibaldi, l’antica via delle Monache. Qui la strada è una sorta di schiena d’asino fatta di sovrapposizioni di asfalto grattate fino all’osso dalle coppe dell’olio delle macchine che ci si mettono ormai a cavalcioni…

Il buio di Portanuova nasconde lo squallore del piazzale di S. Sebastiano. A Venafro non si usa più il termine “piazza” perché le piazze sono ridotte a slarghi senza alcuna dignità urbana.

Si è passati, poi, per Via Amico da Venafro cercando di non affondare nel fiume di acqua che da oltre un mese fuoriesce dal basolato. Non si tratta di un miracolo ma semplicemente la conseguenza di due delle decine di rotture dell’acquedotto alle quali il Comune non è capace di fare fronte.

Identico squallore all’altro “piazzale” della Cattedrale, il monumento più importante della città, ormai simbolo dell’indifferenza della pubblica Amministrazione.

La via dolorosa diventa drammatica quando si rientra nella parte antica passando per la porta del Giudice Guglielmo per salire alla Mancanelle.

Sembra di passare per la periferia di una città della Siria dopo un bombardamento. Le rovine sono coperte da una marea di persone che aspettano il passaggio delle Statue che, come ogni anno, in questo punto prendono una corsa pazza per infilarsi nelle strettoie del Colle di S. Angelo.

Si arriva all’ultimo Piazzale. Quello del Castello. In un buio spettrale vengono appoggiate le statue davanti a qualche migliaio di persone che, con i loro corpi, nascondono la sporcizia che è la padrona incontrastata di tutto il rione.

Qui la processione finisce. Si ripete due volte l’inno dei Santi perché si è certi che solo grazie a loro ancora “godremo” per tutto l’anno.

Le statue vengono riportate all’Annunziata mentre i Venafrani con poca convinzione si scambiano un “meglie a tiempe” che appare ormai solo come semplice speranza di sopravvivenza.

Che tristezza!
VENAFRUM: QUANTUM FUERIT IPSA RUINA DOCET.
Quanto sia stata grande Venafro lo dice la sua rovina!

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