Franco Valente

La Croce stazionaria di San Biase

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Che non sia facile stabilire una data alle croci stazionarie che punteggiano il Molise lo dimostra quella che si trova subito fuori dell’abitato di S. Biase.

La data che appare in bella evidenza sul fronte della colonna a sezione quadrata che la regge farebbe ritenere che questa bella croce sia stata realizzata nel 1648, ma non è scontato.

Come si desume da gran parte delle croci stazionarie del Molise raramente ci si trova di fronte a composizioni nate nella medesima forma che oggi presentano o che siano posizionate nel luogo originario.

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Michele Tanno ( M. TANNO, San Biase. Il barone e i contadini. Foggia 2005) fa coincidere la data della sua erezione con il medesimo anno in cui passò a miglior vita il già barone di S. Biase Ottavio de Blasiis ritenendo che la croce sia stata situata nel 1648 davanti alla chiesetta di S. Biase fatta edificare dal figlio Giancarlo che aveva ereditato il feudo.

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L’affermazione è plausibile se finalizzata a stabilire l’anno e il committente della collocazione della croce, ma non risolve la questione della datazione della originaria lavorazione della croce.

Come si è ampiamente dimostrato, queste croci hanno un significato simbolico che si è perso nel tempo e chi le ha materialmente montate, smontate, spostate e rimontate non si è mai posto il problema di una ricostruzione che i moderni esperti di restauro definiscono filologica.

La filologia nel restauro in particolare e nell’architettura in generale è una teoria recente che, peraltro, è sempre difficile tenere in considerazione quando si procede ad una ricomposizione di pezzi provenienti da organismi diversi.

La croce di S. Biase si trova oggi fuori del paese, dalla parte occidentale. Comunque fuori del contesto originario.

Dell’originaria cappella di S. Biase, oggi chiamata “cimitero vecchio”, rimangono solo i ruderi e non abbiamo trovato una documentazione che faccia sapere con esattezza l’epoca della sua traslazione. In genere queste croci, recuperate dopo eventi disastrosi, sono stati salvati più per una consolidata tradizione devozionale che per le finalità originarie. Non sappiamo a quale anno debba ricondursi il definitivo abbandono della Cappella di S. Biase, ma abbiamo ragionevoli motivi per ritenere che il motivo possa essere ritrovata nella pressoché contemporanea circostanza del disastroso terremoto del 1805 e la norma igienica murattiana che stabiliva che i cimiteri stessero ad una certa distanza dai centri abitati.

E’ posta su un basamento costituito secondo il solito da tre gradoni in belle pietre squadrate.

Un grande monolite ottagonale forma lo stilobate. In forma ottagonale è anche l’esile pilastro che, con lo smusso di quattro spigoli, si conclude in sezione quadrata in maniera da creare una sorta di dado su cui è incisa una cornice con una fascia mediana che reca la data 1648.

Proprio osservando bene questa parte della colonna si scopre che all’interno della medesima cornice vi è un’altra fascia, in basso. Utilizzando la luce radente si scopre che su quella fascia vi è un’altra data molto degradata: 1548.

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Questo particolare restituisce logica alla forma particolare della croce che non ha nulla di barocco come le altre del XVII-XVIII secolo, ma si riconduce alle croci guelfe già conosciute nella regione molisana, come quella di Civitanova (1441) , di Duronia, di S. Elia a Pianisi, Gambatesa (1523), S.Giuliano del Sannio, Longano, S. Angelo del Pesco (1596) che sono tutte realizzate in un’epoca compresa tra il XV e il XVI secolo.

Ma la data 1548, se da una parte conferma l’appartenenza della croce al XVI secolo, crea un evidente problema per capire il motivo per cui, esattamente un secolo dopo, sulla stessa pietra sia stata incisa la data 1648.

E’ possibile immaginare che all’anno 1548, anno di realizzazione della croce originaria, corrisponda l’acquisizione del feudo da parte della famiglia de Blasiis e che, esattamente un secolo dopo, in occasione del primo spostamento di essa sia stata applicata una seconda data?

Non esistono documenti cartacei che possano fornire una risposta definitiva.

La croce è appoggiata, senza la mediazione di un capitello, direttamente sul pilastro.

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Ripete il canone delle croci guelfe con le terminazioni dei bracci simmetrici che escono in forme semicircolari dalla corona che li unisce.

Sulla faccia che in origine era rivolta alla chiesa da cui dipendeva è rappresentato il Cristo inchiodato con le braccia allineate con il patibolo (l’asse orizzontale) ma spostate verso la linea superiore.

Il capo, dai lunghi capelli senza la corona di spine, è appena reclinato verso destra. Il subligaculum si incrocia sul fronte e la parte sopravvissuta delle gambe sembra escludere la presenza di un appoggio.

A sinistra secondo la consueta iconografia è posta una Madonna che, coperta da un mantello, stringe le mani al petto. Dall’altra parte, con analogo atteggiamento, è l’evangelista Giovanni.

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Nella parte alta lo Spirito Santo, sotto forma di colomba, si appoggia ad una nuvoletta.

Ai piedi del Cristo il cranio di Adamo è posto a tre quarti con le solite tibie incrociate.

I bracci della croce sono contornati da una sottile fascia rettilinea arricchita da una serie di piccoli bottoni circolari.

La corona circolare che unisce i bracci della croce è, invece, decorata con fogliette di acanto sistemate a dritto e rovescio.

Più complessa la faccia opposta. Nella parte centrale è un’immagine del Cristo Pantocratore seduto ed in atteggiamento giudicante con la destra, mentre regge un globo con la sinistra. L’aureola è appena accennata.

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A sinistra si riconosce una santa vergine di cui non è possibile sapere il nome. E’ rappresentata a capo scoperto e vestita di una lunga e voluminosa tunica mentre con destra regge al petto un libro e con la sinistra mostra la palma stilizzata che allude al suo martirio. A destra un santo vestito di una lunga tunica mentre, analogamente, regge un libro al petto con la sinistra. Per il degrado della pietra è impossibile capire cosa sia mantenuto con la destra. Potrebbe essere il pettine dei cardatori di lana che è anche l’attributo del martirio di S. Biagio, protettore di S. Biagio.

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Se così fosse, sarebbe risolto anche il problema della individuazione del nome della santa posta dall’altra parte. Non avremmo dubbi nel riconoscervi S. Primitiva vergine, che, per antica tradizione, è la compatrona della comunità di S. Biase che ne conserva la statua nella chiesa parrocchiale.

La sopravvivenza a S. Biase del culto per S. Primitiva è certamente sorprendente ed attesta una antica presenza cristiana nel territorio. Di S. Primitiva si ha una stringata notizia nel Martirologio Romano che la ricorda come martire di Roma di un secolo imprecisato.

Nella parte superiore dell’asse verticale si riconosce l’aquila di S. Giovanni, mentre ai piedi è posta la testa di un cherubino dalle ali spiegate.

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