Franco Valente

La famiglia dei Pacci a Miranda.

miranda-pacci-2016-Franco-valente5

miranda-pacci-2016-Franco-valente5
.
Nel ferragosto del 1955 Raffaele Pizzi, meno che ventenne, scoprì che nel cosiddetto Vallone di S. Lucia, a qualche chilometro da Miranda sul versante di Isernia, vi era un cumulo di pietre che chiaramente erano appartenute a qualche edificio romano. Tra esse una lastra funeraria di grandi dimensioni (cm. 93 x cm. 153) che, scolpita su una sola faccia, presentava i busti a rilievo di quattro personaggi tunicati. Un uomo e una donna adulti con due giovani, maschio e femmina, a lato.
Con l’ausilio di volontari e in accordo con il sindaco di allora la pietra fu portata sulla piazza di Miranda per essere collocata prima sulla facciata di un muro perimetrale del terrapieno e poi, in epoca relativamente recente, all’interno di un nicchione ricavato durante una delle sistemazioni moderne della piazza.

A distanza di poco più di mezzo secolo Raffaele Pizzi mi ha contattato perché preoccupato della poca attenzione che viene rivolta a questa scultura funeraria che, nonostante l’apparente rozzezza delle linee, rappresenta sicuramente una interessante testimonianza della presenza romana nel territorio di Miranda.

miranda-pacci-2016-Franco-valente11

Di questa pietra si interessò Sylvia Diebner nel 1979 quando pubblicò quel saggio che ancora oggi costituisce il pilastro sul quale si poggiano tutti gli studi successivi sulla plastica e sugli elementi decorativi architettonici dei territori municipali di Isernia e Venafro: AESERNIA-VENAFRUM Untersuchungen zu den römischen Steindenkmälern zweier Ländstadte Mittelitaliens, Roma 1979. Un’opera che meriterebbe di essere tradotta dal tedesco e ripubblicata nonostante il tempo trascorso dall’edizione originale. Dal suo saggio ricavo gli elementi minimi per capire di cosa si tratti.
Marco Buonocore qualche anno dopo l’ha ripubblicata con qualche rettifica del testo migliorandone la comprensione (Le iscrizioni di Isernia, 2003).

miranda-pacci-2016-Franco-valente3

La fattura del bassorilievo è decisamente rozza e, addirittura, l’approssimazione della scrittura dell’epigrafe, che è incisa sui listelli orizzontali della cornice, superiore e inferiore, lascia intendere che il lapicida probabilmente fosse anche analfabeta e che abbia eseguito l’iscrizione copiando un testo di cui non sapeva perfettamente il contenuto.

miranda-pacci-2016-Franco-valente4

Vi si legge:
C(aius) PACCIVS L(uci) F(ilius) V(o)LTINIA CAPITO ET SIBI ET SVIS FIERI I[ussit]

L(ucio) PATRI NERATIA MATRI PACCIAE SORORI

Nella parte centrale sono rappresentati i busti togati di un uomo (Lucio Paccio) e una donna (Nerazia) evidentemente marito e moglie.

Dalla parte di Lucio è il figlio Caio, mentre sull’altro lato è la figlia Paccia.
Le due donne hanno il capo coperto dalla palla, mentre gli uomini sono vestiti di una tunica su cui si appoggia un pallio leggero nella cui piegatura è infilato il braccio destro.
Il carattere complessivo della lastra funeraria (che, per avere una sola faccia, doveva essere inserita sul prospetto di una sepoltura di una certa dimensione) sembra ricondurre l’esecuzione all’ultima fase della repubblica ovvero al I secolo a. C., anche se questo tipo di rappresentazione si trova anche nel I e II secolo d. C..

miranda-pacci-2016-Franco-valente9

Una datazione compatibile con la creazione della Colonia di Aesernia che, notoriamente, è del III secolo prima di Cristo.

I pochi elementi che caratterizzano la composizione scultorea permetto di fare alcune ipotesi sulla posizione sociale della famiglia del committente, e di lui in particolare, supponendo peraltro che la moglie avesse un rapporto di parentela con la ben nota famiglia dei Nerazi di Sepino.

miranda-pacci-2016-Franco-valente2

Sembra di capire che Lucio Paccio avesse una posizione economica di rispetto, anche se non ricoprisse cariche politiche o non avesse un passato di militare. Se così fosse stato la circostanza sarebbe stata richiamata nell’epigrafe che ne ricorda il nome.
Invece la presenza di una capsa davanti all’immagine del figlio Caio fa intendere che egli tenga a far sapere che suo figlio fosse una persona istruita.

miranda-pacci-2016-Franco-valente7

miranda-pacci-2016-Franco-valente8

La capsa era un contenitore circolare nel quale si potevano riporre i rotoli scritti per trasportarli. Insomma una borsa di cuoio che era fatta in maniera da avere delle cinghie applicate che ne facilitavano la trasportabilità.

capsa
Una rappresentazione di una capsa aperta si ritrova in un affresco pompeiano, mentre una chiusa è rappresentata nel cosiddetto Vergilius romanus, che è un manoscritto del V secolo che si conserva nella Biblioteca Apostolica Vaticana (Cod. Vat. lat. 3867) dove è rappresentato Virgilio che si prepara a scrivere sullo scriptorium.

view_07_98011404

miranda-pacci-2016-Franco-valente1

Nel Molise una bella capsa chiusa (me lo ha ricordato Alessandra Capocefalo) è sul mausoleo dei Marsi a Sepino.

Per Diebner Lucio Paccio farebbe parte di quella schiera di soggetti di origine sannitica, appartenenti alla tribù Voltinia, (parte della più vasta organizzazione dei Pentri) che, per i buoni rapporti con i dominatori romani, verso la fine del periodo repubblicano (appunto nel I secolo a. C.) furono gratificati con la concessione della cittadinanza romana, mentre fino ad allora erano samnites inquolae, cioè cittadini sine suffragio, senza diritto al voto.

miranda-pacci-2016-Franco-valente10

 

 

Se ti è piaciuto questo articolo forse può interessarti anche:

Lascia un commento

*