Franco Valente

S. Maria della Strada in agro di Matrice. Una questione rimasta in sospeso.

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Non potete immaginare come sia difficile smantellare una convinzione sbagliata quando questa è diventata di dominio pubblico.
Ancora più difficile se tale convinzione è stata diffusa da una personalità della cultura come è stata Evelina Jamison, negli anni 30 una delle più importanti studiose europee dei Normanni.
Jamison è colei che per prima ha fatto un’edizione critica del famoso Catalogus Baronum, il Catalogo dei Baroni normanno.

Proprio mentre studiava i codici di Benevento, ne scoprì uno del 1148 che trascrisse e interpretò secondo una sua logica nel saggio: “Notes on Santa Maria della Strada at Matrice, its history and sculpture”. Roma 1938 .

Evelina Jamison è stata una formidabile assertrice della teoria che i Normanni abbiano portato la civiltà nell’Italia Meridionale e che con i Normanni si sia diffusa tutta quella letteratura che si impernia sulla Chanson de Geste che, per antica tradizione, viene fatta risalire a un periodo che va dal XI al XIII secolo.

Più precisamente la Jamison era profondamente affascinata dalla Chanson de Roland (La canzone di Orlando, in italiano), sicuramente la più importante di questa serie di racconti, che è considerata la più antica e importante della tradizione medioevale francese perché composta tra la fine dell’XI secolo e l’inizio di quello successivo.

L’episodio più famoso rielaborato in epoca normanna è l’uccisione di Rolando (Orlando) per il tradimento di Gano di Maganza nella celebre battaglia di Roncisvalle (15 agosto 778).

Così accade che quando la Jamison vede le immagini delle due lunette dei portali laterali della facciata di S. Maria della Strada rimane fulminata dall’idea che possano rappresentare i due momenti drammatici della battaglia di Roncisvalle. A destra Rolando che suona il celebre olifante, cioè il corno che sarebbe dovuto servire  a chiedere i rinforzi per le retrovie delle quali il paladino era il capo, e a sinistra il momento dell’uccisione di Rolando.

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Le due lunette male interpretate da E. Jamison come due momenti della morte di Orlando a Roncisvalle

Orbene poiché la Chanson di Rolando è dell’XI-XII secolo, nella testa della Jamison maturò la convinzione che la chiesa di S. Maria della Strada non potesse essere di data anteriore al XII secolo.

Convinzione che si consolidò quando scoprì a Benevento un documento che ella ritenne di particolare importanza perché descriveva la consacrazione di quella basilica il 7 agosto 1148, che è il giorno in cui il documento veniva sottoscritto.
Infatti, nell’atto si legge:
Accidit nempe ut archiepiscopus Petrus Beneventanus circa dedicandi ecclesiam Sancte Marie de Strata in provincia nostra deveniret, cuius adventum ut audivimus statim Sagamorus ad eum (accessit) et post multa colloquia archiepiscopum ad ecclesiam Sancte Sophie de Gebiza conduxit.
La circostanza che il documento dica che Petrus Beneventanus deveniret dedicandi ecclesiam Sancte Marie de Strata (cioè che sarebbe venuto a dedicare, cioè consacrare, la chiesa) consolidò la sua convinzione che quelle lunette fossero di epoca normanna e quindi di un’epoca prossima al 1148.

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Intanto rimaneva pesante come un macigno lo scritto precedente di Michele Galluppi che aveva ripreso un antico codice del Fondo Orsini, conservato nell’Archivio Capitolino di Roma, che è conosciuto come la Pergamena Montaganese.
Si tratta di un codice di complessa interpretazione per l’individuazione precisa e per la collocazione temporale dei personaggi che sono richiamati, i conti longobardi Pandolfo e Landolfo.

In questo atto sono riportati i confini del territorio di Montagano e, comunque si vogliano individuare i sottoscrittori dell’atto, la data non può essere posteriore al 1039, cioè a un anno in cui la Chanson de Roland non era ancora nata.
Il documento trascritto da Galluppi è importante perché cita anche la chiesa di Sancta Maria de Strata che è uno dei punti di confine del territorio di Montagano e conseguentemente attesta che a quella data la chiesa già esistesse.
La Jamison di fronte all’inoppugnabilità del contenuto del testo, con lapidaria affermazione e dall’alto della sua autorevolezza, sostenne che esso non fosse autentico.

Sulla scorta di questa interpretazione si sono pubblicati quintali di libri che hanno sempre dato per scontato che la datazione sostenuta dalla studiosa inglese fosse da ritenere definitiva.

Che si trattasse di una chiesa del 1148 sembrò essere convinto anche Francesco Gandolfo che, però, nel 1998 (in “Le vie del Medioevo”, Milano 2000) smantellò in maniera sicura e convincente tutte le interpretazioni iconologiche che la Jamison aveva derivato dalla Canzone di Orlando e aveva collegato alla sua diffusione su improbabili itinerari verso la grotta garganica di S. Michele.

Gandolfo sostenne che quella che da Jamison veniva ritenuta la scena dell’uccisione di Orlando era invece il momento della morte di Assalonne per mano di Joab. In altri termini nulla a che vedere con i paladini di Francia, con l’epopea di Orlando e con la tradizione normanna.

Sembrava a questo punto chiusa la questione e che tutto si riducesse a una reinterpretazione del significato della scena, ma non è così. La cosa, invece, apre uno scenario completamente nuovo, perché a questo punto non solo la Pergamena Montaganese ritorna ad essere fondamentale, ma soprattutto assume importanza l’analisi stilistica degli elementi architettonici e il contesto teologico generale nel quale si colloca tutto il programma scultoreo.

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D’altra parte già Emile Bertaux, un altro studioso filo-normanno, nel 1903 si era espresso in maniera drastica sulle sculture di S. Maria della Strada e di S. Maria di Canneto (L’art dans l’Italie méridionale de la fin de l’Empire romain à la Conquête de Charles d’Anjou, Parigi 1903, pagg. 512-513):

Un groviglio di creste coperte di selva separa i due templi, tuttavia assi si somigliano a maraviglia per la loro architettura e per la loro decorazione; sicché debbono considerarsi come opera di un artista locale. Questo architetto sconosciuto, per la costruzione di S. Maria della Strada ha impiegato abilmente dei blocchi antichi, trasportati dalle rovine assai lontane di Faifoli: li ha sovrapposti in modo che si alternassero alti ordini di pietre e strette fasce in linea orizzontale. Quando poi si volle ornare quei due edifizi che sono di decente architettura, lo scultore diede prova di una capacità infantile. I capitelli di S. Maria del Canneto sono dei prismi irregolari, incavati da scanalature che disegnano delle volute senza precisione. Nel portale le foglie di fico abbozzate sui capitelli del pilastri e i pampini, che corrono su l’archivolta, sono piatti o senza risalto come le più rozze sculture del secolo ottavo. Il timpano e coperto di teste umane e di figure di animali che si staccano con durezza dal fondo; un Agnello di Dio, con la sua croce sulla spalla, sembra che caschi sopra un leone alato che mal si regge sulle sue gambe fiacche e vacillanti. Delle figure non meno sommarie coprono sulla facciata di S. Maria della Strada il coronamento del portale e il timpano dei due archi. Nel frontone triangolare un uomo è assiso sopra un animale; degli uccelli si inchinano verso di lui. Al dl fuori di questo gruppo inintelligibile, lo scultore della facciata non rappresenta se non che dei mostri, dei cavalieri e dei cacciatori cosi informi, come i graffiti rupestri che sono stati trovati nel Sahara. E’ impossibile stabilire la data di opere così primitive. L’abbate Rinaldo, il cui nome è scolpito sulla facciata di S. Maria del Canneto, non ha lasciato nessuna traccia nelle cronache. Ma a voler giudicare dalla piccola rosa di S. Maria della Strada, la quale e fiancheggiata da due mezze figure di buoi è sormontata da un’aquila a tutto rilievo, è probabile che questa Chiesa non sia anteriore al secolo XIII, sotto il regno degli ultimi Re normanni o di Federico II. Il decoratore delle due Chiese di Canneto e di S. Maria della Strada., il solo artista che forse produsse il Molise prima del periodo Angioino, fu letteralmente un selvaggio.

In altri termini Bertaux, non volendo riconoscere che si trattava di sculture longobarde e quindi dal particolare carattere legato a uno stile che diversamente non poteva essere, le ritenne opera di artisti selvaggi perché lo stile non era compatibile con i caratteri della scultura normanna ormai diffusa nell’Italia Meridionale.

La nostra rivisitazione, invece, parte dalla convinzione che in tutte le sculture e in tutta l’architettura di S. Maria della Strada si debbano esaminare con più attenzione gli elementi stilistici ed iconografici nonché i particolari caratteri architettonici che fanno pensare ad una significativa dipendenza da architetture che rientrerebbero in quel clima culturale che nella scrittura viene definito cassinese-beneventano e che nella sostanza ci riporta ad una influenza longobardo-carolingia.

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L’argomento è sicuramente attraente.

Per arrivare a una conclusione sufficientemente apprezzabile mi è sembrato utile cercare di capire quale sia stato il contesto in cui possano ragionevolmente collocarsi i singoli tasselli e quale sia il contenuto teologico ed il programma iconologico che giustifichi il progetto iconografico posto in esecuzione.

Sebbene complessivamente la basilica si presenti come un organismo ben definito volumetricamente, alcuni particolari fanno ipotizzare che in un momento particolare della sua storia sia accaduto un avvenimento straordinario che abbia determinato la necessità di un intervento che, senza modificare il suo impianto e la sua impostazione spaziale, abbia comportato una sostanziale ricostruzione.

Appare evidente che S. Maria della Strada non sia una chiesa nata come semplice ripetizione di un modello architettonico consueto. La perfezione dei blocchi lapidei, la collocazione dei medesimi su ricorsi ben definiti, l’alternarsi di blocchi grandi a blocchi piccoli seguendo un rigido programma costruttivo fanno rilevare che la sua edificazione sia stata condotta con una organizzazione di cantiere particolarmente complessa che presupponeva una gerarchia di funzioni che andavano dalla predisposizione del progetto architettonico molto preciso, alla elaborazione di una serie di elementi iconografici e, soprattutto, alla redazione di un preciso programma iconologico.

Ma per capire la logica costruttiva si deve necessariamente collocare il complesso in una precisa epoca storica in cui le ragioni della sua esistenza rappresenti la soluzione tecnica di problemi teologici.

E’ convinzione comune che tutta l’architettura medioevale (e, sicuramente, quella precedente al Mille) sia sostanzialmente l’esplicitazione fisica di un modello. Un modello che ha le stesse caratteristiche formali dell’oggetto architettonico che si intende realizzare, qualunque sia la sua dimensione.

Anzi proprio la progettazione di edifici religiosi, più di quella che riguarda quelli civili, parte dalla convinzione che l’opera architettonica non sia altro che un ingrandimento di un modello di partenza di dimensioni ridotte.

Ne consegue che anche la statica segua rigidamente criteri geometrici applicabili indifferentemente nei piccoli edifici come nelle grandi cattedrali.

Soltanto con l’introduzione dei principi spaziali rinascimentali, a cui non furono indifferenti i contributi delle iniziative antiriformiste di Trento, all’idea di modello si sostituisce quello della spazialità architettonica che non coincide più con il volume fisico.

Dunque, le basiliche cristiane, da Costantino il Grande in poi, seguono una logica fortemente condizionata dalla necessità di risolvere una serie di problemi pratici che in maniera precisa e definitiva venivano affrontati nell’ambito di una chiesa che trovava nel seggio romano di S. Pietro il riferimento sicuro.

Nel vasto reticolo dell’organizzazione monastica di Montecassino, che poneva nella Regola del patriarca Benedetto gli elementi pratici per l’organizzazione comunitaria, si svilupparono le motivazioni tecniche per definire anche i programmi artistici e architettonici.

Ormai è ampiamente consolidata la certezza che anche la cultura carolingia sia derivata in maniera consistente da quanto si elaborava all’interno delle mura conventuali dipendenti da Montecassino e che gli scriptoria siano stati i luoghi fisici in cui si preparava la comunicazione universale attraverso la moltiplicazione dei codici e la loro distribuzione anche nell’ambito della società civile.

Sappiamo ormai con certezza che i codici cassinensi e vulturnensi furono ampiamente esportati e che le elaborazioni nordiche sono tutte successive alla diffusione di una scrittura che fu definita carolina ma che nella sostanza aveva come centro di partenza i complessi monastici dell’area cassinese e vulturnense.

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Tutte queste considerazioni e le valutazioni stilistiche fanno escludere in maniera categorica che S. Maria della Strada possa definirsi una chiesa normanna.
Il contesto religioso è quello direttamente dipendente dalle sensazionali considerazioni apocalittiche dell’VIII secolo elaborate da Ambrogio Autperto, alle sorgenti del Volturno nel monastero di S. Vincenzo, che aveva posto in Maria Assunta in Cielo la figura centrale nel processo di salvezza dell’uomo.
I caratteri stilistici delle decorazioni, invece, sono di stretta dipendenza dalla oreficeria longobarda per i particolari e di quelle architetture longobarde che sono collocabili con sufficiente sicurezza nel IX-X secolo. Ovvero almeno due secoli prima dell’anno 1148 ipotizzato da Evelina Jamison.

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2 Commenti

  1. Carmelo S. FATICA 9 settembre 2016 at 09:56

    Nei tempi passati gli edifici religiosi venivano ubicati non a caso in luoghi ben precisi. La meravigliosa chiesa di S. Maria della Strada ha una sua motivazione topografica?

  2. Franco Valente 10 settembre 2016 at 00:06

    Intanto, se controlli, è l’unica chiesa molisana che ha l’orientamento perfettamente est-ovest.
    Il nome (“de strata”) ci fa sfondare una porta aperta.
    Quale è questa strada?
    E qui torna il discorso delle strade di crinale e di anticrinale.
    Tutto da approfondire escxludendo la teoria della sovrapposizione dei tratturi aragonesi a quelli sannitici.
    Tra sannitici e longobardi (ma non c’entrano quelli aragonesi) credo ci sia qualche analogia.
    Ho le idee ancora confuse…

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