Franco Valente

Venafro. Non una crisi, ma il declino. Autopsia di una città morta.

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Autopsia di una città morta.

Per il Dizionario della Treccani, il termine “declino” significa:
Il volgere al basso: declino del Sole, di un astro. Più comunemente in senso figurato, decadenza, perdita di potere: il rapido declino di una personalità politica, della potenza di una nazione (e uomo di governo, paese in declino); o anche, riduzione progressiva della produttività, dell’efficienza: un’istituzione, un artista, uno scrittore ormai in declino.

Lo stesso Dizionario per il termine “crisi” fornisce molteplici significati, ma ve ne è uno che interessa:
crisi congiunturale (in contrapposizione a crisi strutturale, cioè alla crisi nel senso classico, che caratterizzerebbe ciclicamente i sistemi economici), situazione di stallo dell’economia, internazionale o di un solo paese, dovuta a fattori di breve periodo, cioè a cause contingenti.
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Ho l’impressione che la città di Venafro, nel suo complesso, si trovi di fronte a un declino e non in presenza di una crisi.
Lo avverto osservando quello che avviene in campo culturale perché siamo in una particolare situazione che va sempre più verso la degenerazione strutturale mentre in altre parti della Nazione, comunque, si avvertono segni di ripresa.

Per chi come me è abituato a cercare una ragione in tutte le espressioni dell’arte e dell’architettura, viene naturale confrontare ciò che è accaduto nel passato con quello che sta accadendo oggi in questa parte sicuramente limitata del mondo ma che, per chi ci vive, è il centro del mondo.

Per una serie di accidenti legati alla propria posizione geografica, alla sequenza di fatti politici e di circostanze anche casuali, Venafro può essere definita con assoluta sicurezza una “città”, soprattutto perché in una parte precisa del suo territorio urbano si sono concentrati poteri amministrativi e poteri religiosi aventi valenza territoriale.

Sede di Municipio romano e poi capoluogo di Diocesi, in epoca longobarda è diventata anche capoluogo di una Contea, sicché ha avuto anche un ruolo di riferimento nell’immaginario collettivo che ha identificato Venafro con l’immagine del luogo dove si amministra il potere, sia per gestione diretta, sia per effetto di una specifica delega da parte del potere centrale.

Questo ruolo di luogo fisicamente identificabile con criteri quasi geometrici, si è concretizzato con una serie di operazioni artistiche e architettoniche che intanto si sono realizzate, in quanto vi è stato un committente.

Venafro non è certamente paragonabile a grandi centri come quelli delle capitali, ma, tuttavia, in ogni momento della sua storia sono avvertibili i segni della sua dinamicità e della sua voglia di adeguarsi alle linee di tendenza della capitale, comunque si voglia individuare sul piano politico o su quello religioso.

Conseguentemente le espressioni architettoniche o artistiche del passato sono la sintesi, in sede locale, di ciò che accadeva in campo internazionale.

La realizzazione di un anfiteatro o un acquedotto in epoca romana, per esempio, è la certificazione di una dinamicità locale che non rappresentava la semplice attuazione di quei programmi che rientravano nella logica della gestione pubblica centrale, ma la partecipazione attiva al progresso collettivo, libero o coattivo che fosse. Così la centuriazione agraria, la bonifica della pianura, l’organizzazione delle colture agricole, l’istituzione di culti religiosi.

Egualmente è accaduto nei secoli seguenti. La localizzazione a Venafro di una Cattedra vescovile fin dal V secolo era per la collettività il segno di una volontà di partecipazione a un progetto sicuramente esterno, ma condiviso, qualunque sia il motivo. In fin dei conti la realizzazione di edifici terreni diventava occasione per avere una immagine concreta di ciò che sarebbe potuto accadere, in forme apocalittiche e luminose, nell’altra vita.
Se, poi, ci avviciniamo all’epoca moderna, intendendo per essa quello spazio temporale successivo alla scoperta dell’America, la sensazione di partecipazione agli eventi di una storia internazionale si fa più concreta perché le opere che nascono nell’ambito urbano hanno come artefici progenitori che hanno dalla nostra epoca un distacco temporale talmente breve che addirittura i loro nomi spesso coincidono con quelli attuali.

Perciò la presenza a Venafro di importanti artisti che nel 600 e nel 700 elaboravano nella capitale partenopea progetti di trasformazione di concetti teologici in programmi pittorici, scultorei o architettonici è una ulteriore dimostrazione della esistenza di una volontà di contaminazione che nella realtà era un diffuso sentimento di partecipazione attiva ai processi culturali. Un rapporto di reciprocanza tra le capacità tecniche che si sviluppavano nelle grandi scuole e le realtà locali che costituivano il luogo fisico della verifica concreta della bontà dei prodotti artistici elaborati.

Oggi tutto questo a Venafro non esiste più. Sicuramente è una realtà che, sia pur generalizzabile, non può dirsi generale, perché qua e là si avverte l’esigenza di uscire dal pantano culturale e si promuove anche il dibattito culturale finalizzato a svegliare le coscienze.

In qualche caso, lontano da Venafro, si avverte anche il cambiamento. In tal caso può parlarsi di crisi e di tentativo di superamento della crisi.

La realtà venafrana oggettivamente è più complicata perché non si vedono segnali positivi all’orizzonte.

Sicuramente non è l’efficienza amministrativa (che peraltro non esiste) a far immaginare una prospettiva di cambiamento. Sarebbe necessaria una riappropriazione popolare dei meccanismi utili per la formazione di una coscienza, ma non esistono più le condizioni.

Il problema non è solo nella carenza di una classe politica capace di guardare oltre il presepe domestico, ma è anche la rassegnazione a non creare tale classe politica.

Perciò a Venafro in questo momento non si può parlare di “crisi”, ma di “declino” che è una condizione che pericolosamente è associabile psicologicamente al coma irreversibile.

Ormai la sensazione di impotenza ha superato il livello di guardia, sicché sempre più emerge il desiderio di abbandonare e di lasciare tutto nelle mani di chi delinque sistematicamente e senza alcun riferimento culturale.

A Venafro non esiste il piacere di organizzare una mostra d’arte decente, non si scrive un libro decente, non si scrive una poesia che dica qualcosa di nuovo. A Venafro non c’è il piacere di vestire bene o di uscire a passeggio, tanta è la sciatteria che aleggia sui marciapiedi. Anche la tradizione popolare ormai ha perso quei caratteri capaci di farti identificare con la comunità che ti ospita.

Anche interventi di semplice restauro di opere d’arte che in altre parti sarebbero occasione di scambio di opinioni, a Venafro sono atti sostanzialmente estranei. Come è estraneo il polo museale di S. Chiara e la Pinacoteca al Castello, uniche eccellenze nella città, ma totalmente scollegate dall’anima del luogo.

Nella maggioranza dei casi l’animazione culturale è affidata all’iniziativa di persone che, pur non avendo a Venafro le radici familiari, si illudono di farne parte. Le conseguenze pratiche, avendo il carattere di quelle cose che a Venafro si dicono “tenute con la sputazza”, sono peggiori dello stato di quiete cerebrale.

A questo si aggiunga che la malattia più diffusa non è più la maldicenza, che una volta era il sale della collettività, ma la rassegnazione. Un popolo rassegnato è un popolo morto.

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