Franco Valente

L’albero reciso nelle pitture del Castello di Gambatesa.

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Sono tante le questioni che ancora rimangono insolute nella lettura delle pitture che Donato da Copertino completò nell’agosto 1550 nel castello di Gambatesa.

E’ ormai ampiamente dimostrato che l’elemento determinante per la costruzione dell’architettura iconologica fu la precisa volontà del committente, Vincenzo di Capua, di impressionare gli ospiti occasionali con un racconto che in qualche modo fosse non solo la sintesi della sua condizione di fedele servitore, sebbene con un ruolo di alto livello, della Maestà Cesarea che a Napoli era rappresentata dal viceré Pedro de Toledo, ma anche il modo per esaltare le vicende familiari con l’ostentazione degli emblemi araldici e con l’evocazione di storie significative come la liberazione di Otranto dall’occupazione turca.
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La liberazione di Otranto
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Sembra quasi di vedere un tentativo di richiamare in maniera discreta, ma nello stesso tempo efficace, un rapporto di gratitudine storica nei confronti dei suoi avi cui riconosce implicitamente l’origine della sua condizione di privilegio sociale.

Più si analizzano le rappresentazioni e più vengono fuori elementi che fanno capire che ogni particolare ha una sua ragione di esistere.

Ad esempio certamente induce alla riflessione la presenza diffusa nelle pitture di un albero reciso.

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Lo si vede in un angolo della veduta del ponte di Tivoli, ma anche nella grande scenografia dei Fori Imperiali. Oppure nella scena della liberazione di Otranto o in un paesaggio della campagna romana o in primo piano nella visione dell’Arcadia partenopea.
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Il ponte di Tivoli
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L’Arcadia partenopea
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L’albero reciso è il simbolo di una vita spezzata.
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Viene da sé che il riferimento sia l’episodio drammatico della morte di Giovanni di Capua, prozio suo e di sua moglie Maria, che sacrificò la sua vita per salvare quella di re Ferdinando d’Aragona.

Così Giuliano Passero: io non ve dico la prodezza, et animo grande che ha mostrato lo signore re in questo di, che parea che fosse resuscitato quillo grande Ettore de Troia pensati che l’ammazzaro lo cavallo sotto dove Johanne de Autavilla di Capua vedendo lo signore re a piede et che steva intorniato da multi franzisi se buttai dentro dove era lo signore re, lo quale vedendosi abbandonare dalla gente sua se salvai per non essere ammazzato, et cosi male in ordine montai sopra l’armata per venire la volta in Napoli.
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I Fori Imperiali
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Andrea, dunque, proprio per il sacrificio eroico del fratello che era morto per dare il suo cavallo al re che ne era rimasto privo mentre era circondato dai nemici, ebbe molteplici incarichi e non solo a corte. Notar Giacomo, un suo contemporaneo, riferisce che a di XVIII de magio 1510 se partio dalla città de Napoli lo illustre Signore Andrea di Capua Duca de Termene per ordene de la Maestà del Signore Re. Capitano de 400 homini d’arme et se diceva che andavano alla cesarea Maestà..

Grazie a quest’atto eroico la famiglia di Capua ricevette non pochi privilegi che si trasformarono in un’estensione del dominio feudale e nel riconoscimento di ruoli prestigiosi nell’ambito aragonese della gestione del potere. Ruoli e poteri che furono ampiamente confermati anche nella fase della transizione e del successivo passaggio al dominio vice-reale.

Coloro che beneficiarono particolarmente del sacrificio di Giovanni furono i fratelli Bartolomeo III e Andrea. Quest’ultimo era nonno della moglie di Vincenzo committente delle pitture.
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Paesaggio della campagna romana
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Bartolomeo ebbe ruoli politici di altissimo prestigio proprio nel periodo in cui intensificò la sua presenza a Riccia segnalando al mondo il suo ruolo di vicere con la grande epigrafe che si sviluppò per l’intera facciata della chiesa di S. Maria delle Grazie:
BARTHOLOM . III . DE . CAP . COMES . ALTAEV . CAPITIN . AC . COMIT . MOL . VICE
REX . TEMPL . A . MAIORIB . CONDIT . EX . SVO . INSTAVRAVIT . ET . AVXIT .
MCCCCC
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Per capire l’importanza anche ideologica del fusto reciso ci viene in aiuto una citazione di Scipione Mazzella (Descrittione del Regno di Napoli, 1601) che nel richiamare le gesta dei di Capua espressamente spiega i motivi per cui nelle insegne di questa famiglia appaia l’immagine dell’albero troncato:

Bartolomeo Conte d’Altavilla, fratello di Giovanni che morì per dare il Cavallo a Ferdinando hebbe per corpo una quercia segata, ma di nuovo germogliante altri rami & v’aggiunse quest’anima: ut meliora afferamus.

Mazzella, peraltro, ricorda che questi motti che arricchivano gli scudi araldici dei di Capua erano frutto poetico di insigni personaggi della cultura letteraria che frequentavano la famiglia, come Jacopo di Sannazzaro (Ob regem servatum), Angelo di Costanzo (Negligit ima), Pietro Gravina (Fortibus non deerunt) oppure di scrittori antichi come Virgilio (Rari nantes).

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