Franco Valente

E’ di Diomede, fondatore di Venafro. Anatomia di una statua al Museo Archeologico di S. Chiara.

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E’ di Diomede, fondatore di Venafro
Ne sono certo!
Ecco perché
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E’ sicuramente semplice ritenere che la rappresentazione del nudo assoluto, maschile o femminile, sia finalizzata ad esaltare la bellezza fisica del soggetto rappresentato libero da ogni condizionamento esterno. Ne discende che la proporzione generale e l’esattezza formale dei singoli elementi del corpo rendono la composizione degna di essere considerata bella a prescindere dalla caratterizzazione stilistica.
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L’aggiunta, poi, di un qualsiasi elemento estraneo al corpo (uno scudo, una lancia, un velo, uno scettro, un fulmine, un mantello, un fiore particolare, un elmo, etc.) fa collocare quel personaggio in un contesto preciso e serve a richiamare una storia che necessariamente deve essere già conosciuta da chi l’osserva perché ne possa capire il significato.
Un personaggio con un fulmine in mano è Giove. Quella con un elmo è Minerva. Se ha un pavone a lato è Giunone e così via.

Dunque, finché un artista vuole esaltare in assoluto la bellezza di un corpo, maschile o femminile, non ha necessità di aggiungere elementi che abbiano un riferimento a una storia particolare, ma se aggiunge un elemento specifico vuole dire che quel personaggio con quell’oggetto estraneo richiama una storia.
Insomma, il contesto culturale in cui si colloca un’opera d’arte è fondamentale per capirne il significato.

Conseguentemente la contestualizzazione è fondamentale perché quell’opera acquisti significato e perché il significato sia compreso da chi l’osserva.
A Venafro nel 1922 furono scavate le cosiddette Terme di S. Aniello, che poi si rivelarono essere le strutture di un Odeon (un edificio deputato ad ospitare concerti musicali, soprattutto). Vi fu rinvenuto un buon numero di statue di grandezza non particolare.
Portate al Museo Archeologico di Napoli, poi furono riportate a Venafro per essere depositate definitivamente nel Museo di S. Chiara.
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Tra esse una statuetta di cui rimangono un centinaio di centimetri dell’originario metro e mezzo circa.
A considerarla superficialmente non presenta nulla di particolare.
Rappresenta a tutto tondo un giovane nudo dalle forme ben proporzionate, in posizione frontale. Manca la testa, le braccia e la parte inferiore delle gambe dai polpacci ai piedi.
Per assicurare la sua stabilità il fusto è appoggiato a un tronco di albero reciso la cui base presenta una corteccia dalle linee ondeggianti nella parte più bassa.
Potrebbe dirsi l’immagine di un giovane qualsiasi se sulla sua spalla destra non fossero appuntati i lembi di una clamide tenuta da un vistoso fermaglio tondeggiante che è una placca raggiata con un bottone a rilievo.

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La clamide lascia completamente scoperto non solo, secondo il solito, il braccio destro, ma anche quello sinistro perché la parte anteriore del mantello è girata all’indietro sulla spalla sinistra.
Così il corpo del giovane appare nella sua completa nudità mostrando il suo organo virile.
E’ in una posizione cosiddetta stante. Cioè non ha un’evidente spinta dinamica perché, pur accennando a fare qualcosa, sta fermo.
Appartiene a quel genere di statuaria che fu tipica, ad esempio, degli Egiziani e che una volta caratterizzava i kouroi i quali avevano un significato definibile genericamente divino.
Una reminiscenza che nel nostro caso vuol dire qualcosa.
Sicuramente la perdita delle braccia, forse più della testa, riduce la possibilità di capire di chi si tratti. Però proprio l’assenza di qualsiasi attributo particolarmente esplicito ci stimola a cercare di dare un nome al misterioso personaggio se diamo per scontato che il suo committente o chi ne dispose l’acquisto non abbia scelto a caso.
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La posizione del corpo del giovane, se osserviamo bene, non è perfettamente stante. La coscia della gamba sinistra è leggermente avanzata rispetto all’altra in maniera da provocare una leggera piega nell’attacco del muscolo dell’inguine, sicché possiamo immaginare che il piede fosse leggermente sollevato. Come se poggiasse su un piccolo rilievo. Al massimo una pietra.
Come se stesse fermo su una piccola altura perché potesse essere ben osservato da chi gli stava intorno e contemporaneamente potesse compiere con la vista un giro di orizzonte.
Non è l’immagine di un giovane che abbia compiuto una lunga marcia o un’azione particolarmente dura. Non è in posizione di riposo, ma è l’espressione di chi ha compiuto un piccolo percorso e si sia fermato. Un percorso che appartenga a una cerimonia che abbia una valenza liturgica.
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Eppure non si tratta di un sacerdote, perché il suo abbigliamento sarebbe stato ben diverso e non avrebbe mostrato le sue nudità.
La clamide è girata all’indietro perché, evidentemente, ambedue le braccia sono impegnate a reggere degli oggetti che vengono mostrati agli astanti.
Il campo si restringe, allora, a un tipo di personaggio che mostra agli altri qualcosa che ha a che vedere con un’azione da lui compiuta. Possiamo immaginare un’azione straordinaria o forse eroica.
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Però solo immaginando il contesto possiamo tentare di dare una soluzione.
Il contesto è un luogo pubblico di Venafro particolarmente importante dal punto di vista culturale quale era un Odeon. Sappiamo che era un edificio che aveva anche un significato ideologico e politico. Non sappiamo precisamente dove, ma al suo interno, ben visibili, vi erano due statue, grandi oltre il naturale, che rappresentavano due personaggi importanti, forse Tiberio e Augusto, e che nell’emiciclo dell’edificio vi erano altre piccole statue di satiri.
Siamo sufficientemente sicuri che quelle statue non siano state realizzate a Venafro perché non si hanno tracce o notizie di laboratori artistici, ma possiamo essere certi che furono commissionate nell’ambito di un piano iconologico ben preciso .
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Nella nostra statua manca il volto e mancano gli oggetti tenuti nelle mani, ma, se è vero che si tratti di un eroe, non può che essere un eroe legato alla storia di questa città e più precisamente alla sua fondazione.
Potrebbe trattarsi proprio del mitico Diomede che, per antica tradizione, confermata poi da Servio nel IV secolo, era l’ecista di Venafro.
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Se così fosse, sarebbe facile immaginare che il giovane avesse nelle mani gli attributi tipici che sintetizzavano la sua storia personale. Nella mano destra aveva il Palladio, cioè il simulacro di Minerva rubato a Troia, oppure più semplicemente una sfera che era il suo simbolo. In quella sinistra uno scettro che ricordava la sua funzione regale sul popolo che lo seguiva nella fondazione delle nuove città.

Per sostenere l’ipotesi ci sono di aiuto almeno altre tre statue che appaiono in tale atteggiamento.

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Diomede a Napoli, Parigi e Monaco di Baviera

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La prima si trova nel Museo Archeologico di Napoli. Diomede è nudo, stante sulla gamba destra, con la sinistra leggermente flessa, anche in questo caso nell’atto di fermarsi appoggiandosi a un tronco che fa da sostegno. L’opera fu commissionata, come ricorda l’epigrafe sulla base, da Gaius Claudius Pollionus Frugianus ed era collocata all’interno di un tempio dedicato ad Apollo. E’ una copia romana di un originale bronzeo del 430 a.C. dello scultore greco Kresilas.
La seconda si trova al Louvre. Non se ne conosce la provenienza, ma molto probabilmente proviene egualmente dall’area campana. Ed è, anch’essa, una reinterpretazione dell’originale greco del V secolo a. C.. Mantiene uno scettro nella destra e una sfera nella sinistra.
La terza è a Monaco di Baviera.

 

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Chi era Diomede?

Διομήδης è uno di quei personaggi che popolano la grande epopea mitologica della Grecia antica.

Figlio di Tideo e Deipile, assume un ruolo rilevante nella guerra di Troia

Era nato ad Argo dove suo padre (figlio di Eneo) era in esilio. Morto Tideo durante l’assedio di Tebe, Diomede rimase orfano e insieme ad altri sei giovani figli di altrettanti eroi morti a Tebe, si esercitò nell’arte della guerra.
Quei sette discendenti (i cosiddetti Epigoni) si organizzarono militarmente fino a riconquistare Tebe. Tornato ad Argo, Diomede uccise gli usurpatori, sposò Egialea, la figlia del re che, fuggito, si era suicidato, ma, dopo aver preso il trono partì per la guerra di Troia.
Omero lo descrive come grande combattente protetto da Pallade. In un duello contro il troiano Enea, che era aiutato da sua madre Afrodite, ferì la dea che dovette ricorrere all’aiuto di Ares. Quando fu ferito anche Ares, intervenne Apollo che intimorì Diomede: Tu mortale non metterti mai contro gli dei!

Fece altri duelli e sempre si distinse per la sua lealtà contro gli avversari.

Insieme a Ulisse rubò il Palladio, il simulacro di Era che proteggeva Troia, determinando l’inizio della disfatta della città occupata.

Finita la guerra riprese il mare per tornare ad Argo, ma Afrodite provocò una tempesta che lo fece naufragare sulle coste della Licia, dove il suo re cerco di sacrificarlo. Riuscito a fuggire, dopo lunghe peregrinazioni, giunse finalmente ad Argo dove i suoi sudditi, per l’intervento di Afrodite, non lo ricordavano più.

Così anche sua moglie Egialea che intanto lo aveva tradito con Comete.
Diomede, rassegnato, lasciò Argo e iniziò la navigazione verso l’Italia.

Toccò vari porti dell’Adriatico fermandosi a insegnare l’arte della navigazione e del cavalcare, fondando varie città: Ancona, Pola, Vasto (Histonium), Lucera, Andria, Brindisi, Arpi, Canosa.

Dopo essere stato perdonato da Afrodite (Venere) fondò Venosa, che dalla dea prese il nome, spostandosi poi nella Daunia per approdare sulle isole tremiti che, appunto, si chiamarono Insulae Diomedeae, come ricorda anche Strabone (STRABONE, Geografia). Aiutò Dauno, re dei Dauni, contro i Messapi e ne sposò la figlia Eurippe fondando anche la città di Siponto, Sipius, che si chiamò così per il gran numero di seppie che le grandi onde riversavano sulla spiaggia.

Di Diomede parla Servio, il primo letterato che abbia commentato Virgilio (Qui feruntur in Vergilii carmina commentarii) vissuto a cavallo tra IV e V secolo d.C., il quale attribuì al mitico eroe Diomede anche la fondazione di Venafro dopo l’eroica presa di Troia.

Diomede, dopo aver girovagato per l’intero bacino Mediterraneo e dopo aver fondato un gran numero di città sulla costa adriatica, si inoltrò nell’entroterra per fondare Benevento e Venafro:

sane Diomedes multas condidisse per Apuliam dicitur civitates, ut Venusiam, quam in satisfactionem Veneris, quod eius ira sedes patrias invenire non poterat, condidit, quae Aphrodisias dicta est. Item Canusium Cynegeticon, quod in eo loco venari solitus erat: nam et Garganum a Phrygiae monte Gargara vocavit et Beneventum et Venafrum ab eo condita esse dicuntur. (M. H. SERVIUS, Grammatici qui feruntur in Vergilii carmina commentarii. XI, 246, Ed. Georgius Thilo and Hermannus Hagen. Leipzig 1881).

Una testimonianza importante che mette Venafro tra le città che nell’antichità hanno una grande tradizione e quando qualcuno, senza sapere perché, afferma che questa città è più antica di Roma, fa inconsapevolmente riferimento al racconto di Mauro Onorato Servio, se è vero che la guerra di Troia fu combattuta in un’epoca che gli storici pongono tra il 1250 e 1194 avanti Cristo.

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