Franco Valente

Diomede e il culto di Athena a Roccaspromonte, Venafro, Pietrabbondante e Isernia.

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Gli esiti delle complesse peregrinazioni di Diomede, sebbene inquadrabili nel quadro di una letteratura leggendaria, trovano comunque riscontri in una realtà archeologica che va interpretata.
E’ indubbio che tra gli episodi leggendari e i fatti realmente accaduti non esiste il nesso della partecipazione diretta da parte dell’eroe di Argo, ma sicuramente esiste una sorta di collegamento ideologico diacronico perché gli episodi sono collocabili temporalmente in epoca sicuramente diversa da quella nella quale egli sarebbe vissuto.
In particolare la diffusione del culto per Athena, diversamente chiamata Pallade o Minerva, di cui Diomede sarebbe stato il veicolatore.

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Un esempio significativo è l’esistenza di un tempio dedicato ad Athena nella valle del Biferno che io ritengo uno degli assi privilegiati per la penetrazione di una cultura di origine greca accaduta in tempi non precisamente definibili, ma comunque anteriori alla riorganizzazione territoriale operata dai Sanniti. Sicuramente prima dell’invasione romana del III secolo prima di Cristo.

Nel 1777 nel territorio di Castropignano, e più precisamente in agro di Roccaspromonte, fu rinvenuta una statua di terracotta che fu consegnata al barone feudatario di quell’epoca, che apparteneva alla famiglia de Leto, come ricorda Masciotta:

Ai Brancia successe la famiglia De Leto, che portava il titolo ducale di Polignano, terra del Barese. Il trapasso avvenne anteriormente al 1759; poichè in tal’anno – sotto la data del 28 marzo – si legge nel Libro dei Battezzati della Parrocchia del SS. Salvatore che il sacerdote D. Tommaso Perna prese possesso della locale arcipretura per nomina del duca di Polignano signore della Terra di

Casalciprano. L’ultimo titolare della famiglia de Leto fu Filippo, il quale morì celibe; onde il feudo venne volturato ad una sorella maritata nei di Palma. Così si estinse la famiglia de Leto…

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Dal barone de Leto la statua fu donata al vescovo Antonio Gunter, confessore di Maria Carolina moglie di Ferdinando di Borbone, re delle Due Sicilie.

Per quante ricerche si vogliano fare in area sannitica non esiste alcuna testimonianza del culto per Athena, comunque si voglia definire Pallade, salvo quella di Roccaspromonte. Neppure si conosce alcuna epigrafe che faccia riferimento alla divinità greca, anche nella versione romana di Minerva.

Dunque a Roccaspromonte si deve concentrare l’attenzione per cercare di capire se si tratti di una presenza del tutto casuale oppure se la statua ritrovata facesse parte di un complesso sacro di una certa rilevanza.

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Dalla nota lettera di Domenico Cerulli del 15 marzo 1777 (Lettera a D. Antonio Gurtler, vescovo di Tiene, confessore di S.M. la Regina delle Due Sicilie) si ha una serie di informazioni che fanno ritenere che l’ipotesi dell’esistenza di un tempio o comunque un sacello dedicato a Pallade sia sostenibile:

… non lungi più che nove miglia da Bojano, capo un tempo, e Metropoli di tutta la Sannitica Contrada, si è da non molto tempo rinvenuta una Statua di creta dell’altezza di circa palmi sei, che disotterrata da alcuni Contadini allor che erano addetti alla coltura de’ campi, all’Illustre Possessor del Feudo fu recata a Voi, o Monsignore, viene per mezzo mio offerta, sapendo egli con quanto gusto siete solito di accogliere que’ pregevoli avanzi di erudita antichità, che nascosti finora tra le viscere della terra, vanno a’ giorni nostri uscendo a luce per facilitare anch’essi i solleciti avanzi delle scienze, e delle arti..

Assieme colla statua fu ancora scavata una lapida con alcuni segni, e con tre parole etrusche incisa: furono entrambi questi monumenti trasportati entro l’abitato; ma entrambi non ebbero ugual destino: la statua fu al duca Leto, padrone del Feudo, siccome si è detto, reacata; la lapida all’incontro fu rimasta tra quei Cittadini, che curiosi di tale scoperta, non cessavano di ammirarla a segnoché entrato in sospetto il buon Parroco del luogo, temendo che non fusse presso a poco esposta all’adorazion del popolo, e che non s’introducesse Idolatria, dié ordine dopo alcuni giorno, che fusse dall’alto della rupe al basso precipitata, per restare in tal modo infranta, e per non aversene vieppiù memoria: fu il tutto eseguito; e noi infatti della medesima non avremmo ora notizia alcuna, se da ingegnoso, e valente giovane non se ne fusse allora cavata e fatta copia, della quale sarà luogo in appresso di ragionare.

La lettera continua con una serie di congetture sulle origini del culto per Minerva che si concludono con la convinzione che un tempio dedicato alla dea esistesse a Roccaspromonte e ciò sarebbe dimostrato dall’epigrafe rinvenuta sul basamento della statua:
Tutto ciò serve per congetturare con qualche verisimiglianza, che in quel luogo, ove la nostra Minerva fu scavata, vi sia stato il tempio destinato al di lei culto. Terminerà di dar peso a questa opinione la lapida, di cui innanzi vi ho parlato, la quale par che sicuramente un’ara fosse stata. Giacché fortunatamente io ne ho della medesima un esatto disegno, a voi l’acchiudo, dottissimo Monsignore, colle stesse parole etrusche, che vi erano incise:

TANAS : NIVMERIIS :
PHRVNTER
Dopo di aver osservato, che altro questa lapida non era, che un’ara destinata da quei popoli per l’adorazione di questa Dea; io ardisco di proporre alcune mie ariolazioni sul significato di quelle tre parole ivi incise ….

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Cerulli, che ritiene che la lingua osca derivi dall’etrusco, in sintesi sostiene che il termine TANAS non sia altro che la versione etrusca (osca) del greco ATHENA.

NIVMERIIS per Cerulli sarebbe il corrispondente osco del latino CELERITER-NATA con riferimento al parto veloce di Minerva dal cervello di Giove in conseguenza di un colpo di ascia di Vulcano.

Infine PHRVNTER sarebbe lo stesso di FVLGVRATRIX e quindi sarebbe l’ulteriore appellativo di folgoratrice della dea.

La statua di terracotta successivamente dal vescovo Gunter fu venduta all’ambasciatore di Vienna a Napoli Franz Anton von Lamberg-Spritzenstein. Nel 1815 la collezione dell’ambasciatore fu acquistata dal Kunsthistorisches Museum , Museo delle Antichità, di Vienna dove tutt’ora è conservata ed esposta.

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Per arrivare a una qualche conclusione sul perché una statua di Athena si trovi in questa parte interna del Sannio abbiamo a disposizione il carattere stilistico del simulacro e la trascrizione di una epigrafe di tre parole in lingua osca.

Consideriamo prima le tre parole che furono trascritte da un giovane volenteroso di Roccaspromonte e che non sappiamo quanto preciso. Ma non abbiamo altro e l’ipotesi di Pisani che TANAS sia parte del termine che andrebbe completato in (A)TANAS (Athena) rimane la più attendibile, in analogia (come sostiene Giovanni Colonna – I Dauni nel contesto storico e culturale dell’Italia arcaica, Firenze 1984 ex 1980) con i termini messapici di DAMATRA e APRODITA (Demetra e Afrodite).

Il termine successivo sarebbe un attributo di Athena di incomprensibile significato avanzando anche il sospetto di una errata trascrizione. Il terzo termine sarebbe anch’esso un appellativo di Athena e rimane valido il riferimento ad Athena folgoratrice.
Egualmente impossibile la certezza sulla datazione dell’epigrafe tenendo conto del carattere della capitale che sarebbe riconducibile al III secolo a. C solo sulla base della verticalità delle singole lettere, ammettendo, peraltro, che la base sia contemporanea alla statua.
I caratteri stilistici e iconografici della statua, invece, potrebbero essere più interessanti per attribuire una data di massima della sua realizzazione.

Si insiste sull’ipotesi che si tratti di una reperto erratico e che sia addirittura un avanzo di un bottino di guerra. Tutte ipotesi in libertà prive di qualsiasi giustificazione.
La statua, anche se non si conosce precisamente il luogo di rinvenimento, è stata trovata in agro di Roccaspromonte e comunque era originariamente posta su un basamento che garantirebbe una collocazione fisica finalizzata a sostenere un rapporto cultuale.

Volendo limitare la ricerca al territorio sannitico per trovare segni di una devozione ad Athena, non abbiamo tracce epigrafiche, neppure indirette, che facciano ipotizzare dedicazioni ad Athena, tuttavia due templi di Isernia e Pietrabbondante fanno sospettare che il suo culto, anche se in epoca successiva alla romanizzazione del Sannio, sia associato a quello di Giove.

Sappiamo che sotto la Cattedrale di Isernia, sulla base del toponimo sopravvissuto di Giobbe ormai riconosciuto come modifica di un originario Iovis, esisteva un tempio dedicato alla triade capitolina con tre celle una delle quali, ovviamente, riservata a Minerva.

Non sappiamo se il tempio grande di Pietrabbondante avesse eguale dedicazione a Giove e conseguentemente se una delle celle fosse dedicata ad Athena-Minerva, però la venerazione per essa è certificata da una piccola statua di bronzo venuta fuori durante gli scavi del 2008, benché in un contesto archeologico diverso da quello templare, comunque a breve distanza da esso.

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Si tratta di una statuetta databile, sulla scorta dei dati del contesto archeologico, intorno al II secolo a. C., ma che potrebbe essere anche più antica, i cui caratteri inconografici sono incontrovertibili.

La dea, anche in questo caso, è vestita da una lunga tunica pieghettata su cui è applicata una cotta con l’orlo inferiore che arriva a metà delle cosce.
Sulla cotta è appoggiata la pelle di capra, l’egida, annodata per le spalline, sulla quale è applicata la testa recisa di Medusa dai grandi occhi sbarrati e dai capelli sciolti.

L’egida è la pelle di capra lavorata da Efesto (Vulcano) per Zeus (Giove), che a sua volta consentiva a Athena-Pallade (Minerva) di indossarla.
Rappresentava la protezione massima per Giove e, conseguentemente, per Athena che era nata dal cervello del maggiore degli Dei.
Il racconto mitologico da cui trae origine la rappresentazione non è omogeneo perché varie sono le versioni.

Athena in gioventù avrebbe ucciso casualmente la sua amica Pallade mentre fingeva con lei un combattimento con le armi. In segno di lutto ne prese il nome (Apollodoro, III, 12,3; Pausania IX, 33,5). Secondo un’altra leggenda diffusasi in epoca bizantina, Athena era figlia di Pallade, un mostro dall’aspetto di caprone. Divenuta giovincella Pallade cercò di violentare la figlia che, ribellatasi lo uccise e con la sua pelle di caprone realizzò uno scudo dopo averne preso il nome (Tzetze, Scoli a Licofrone, 355).
La versione che maggiormente si diffuse nell’antichità sul suo concepimento e sulla sua nascita fu, invece, quella adottata da Esiodo (Teogonia, 886-900), Pindaro (Olimpica, VII,34 e sgg.) e Apollodoro (I, 3,6). Zeus era riuscito a possedere la titanessa Meti fecondandola. Da un oracolo Zeus venne a sapere che se Meti avesse avuto un altro figlio, questi lo avrebbe detronizzato. Allora, fingendosi innamorato, mentre stava per unirsi a lei, aprì la bocca e la ingoiò. Qualche tempo dopo Giove fu colto da un violentissimo dolore alla testa. Ermes, che aveva intuito la causa del male, lo convinse a rivolgersi a Efesto (Vulcano) che con un’ascia gli spaccò il cranio facendo uscire Athena vestita e armata di tutto punto.

L’abbigliamento della dea era costituito anche dall’egida, una sorta di mantello fatto di pelle di capra che l’avrebbe protetta da qualsiasi tentativo di violare la sua verginità. Quella pelle le sarebbe stata regalata dal padre Giove cui l’avrebbe fornita Vulcano per garantire la sua protezione fisica.

Pare che l’egida derivasse da una tradizione libica dove le giovani vergini lo indossavano per proteggersi da tentativi di violenza. Chiunque avesse provato ad insidiare una giovane vestita dell’egida poteva essere ucciso. A ulteriore protezione della ragazza in una tasca dell’egida era nascosto un serpente velenoso (R. Graves, I miti greci, p. 39).

Quando Athena scoprì che la Gorgone Medusa si era unita a Posidone in un suo tempio, l’aggredì trasformandola in un mostro dal volto terribile con gli occhi fiammeggianti, denti aguzzi e serpenti per capelli. Dopo averle tagliato la testa l’applicò sull’egida in maniera che chiunque l’avesse guardata sarebbe rimasto impietrito per lo spavento.

Dunque la presenza dell’immagine della Gorgone in un certo luogo comunque si lega al culto di Athena, anche se può risultare difficile ricostruire il contesto cultuale quando si tratta di reperti erratici e sostanzialmente ormai decontestualizzati.

Nel Molise si ritrovano almeno tre immagini della Gorgone Medusa, anche se in versioni non particolarmente terrificanti.

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Una è di dimensioni particolarmente grandi ed è conservata nel museo archeologico di Venafro. E’ un reperto erratico da me recuperato negli anni Settanta insieme ad altri monoliti di provenienza sconosciuta. Erano stati raccolti presumibilmente dal canonico Francesco Lucenteforte nella sua casa di campagna in agro di Pozzilli nel secolo XIX.

E’ la parte centrale di un piccolo frontone di un edificio sacro di cui non si conosce la funzione precisa. Certamente una tale dimensione fa ritenere che la testa di Medusa non avesse solo un valore decorativo, ma anche e soprattutto monitorio.

Invece più complicato capire quale significato avesse l’immagine della Medusa che appare su una lastra di terracotta ritrovata nei pressi del tempio grande di Pietrabbondante. Il volto tondeggiante è atteggiato a un sorriso. Quasi una risata beffarda, e i capelli accennano alla forma di serpenti intrecciati.
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A complicare le cose vi è la contemporanea presenza della testa di Sileno ubriaco, rappresentato con un volto di anziano barbuto e parzialmente calvo con una fettuccia appuntata sulla fronte con due rosette all’altezza delle orecchie.
La lastra di terracotta probabilmente fu realizzata utilizzando un calco che permetteva di avere un modello ripetibile e applicabile in serie con dei chiodi su un supporto di legno. Forse serviva a coprire una trave di legno all’interno delle celle. Un cosiddetto antipagmentum.

Un’immagine di sconosciuta provenienza, infine, è stata trovata a S. Giacomo degli Schiavoni. E’ di bronzo ed era compresa in un corredo funerario.

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