Franco Valente

L’America nel Castello di Venafro nel 1526

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Castello di Venafro.

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Il fascione che decora il salone principale estendendosi per l’intera lunghezza delle quattro pareti forse è la parte più complessa delle pitture che si sviluppano all’interno del Castello. Sono molto rovinate e la fattura non è particolarmente pregevole. Denotano una certa fretta nella loro realizzazione. Sono tuttavia di grande effetto.

L’idea conduttrice è quella di illustrare una serie di momenti di vita quotidiana attraverso singole scene collegate tra loro senza soluzione di continuità e senza riquadrature, ponendo l’osservatore nelle condizioni di ruotare lo sguardo nella sala come se stesse osservando un paesaggio aperto su tutte le pareti.

E’ una successione di raffigurazioni che vanno da scene di caccia, a scene di vita paesana, a quella festosa di un matrimonio. Nonostante un sapiente e rigoroso restauro, i quadri non sono tutti perfettamente leggibili.

Il registro inferiore è invece caratterizzato da una serie di mascheroni dalle cui bocche pendono 36 festoni vegetali. Più in basso rimangono le sinopie dei quattro cavalli in grandezza naturale e di altre rappresentazioni di cui si vedono solo le sagome preparate a carboncino.

Il primo problema è la datazione. I costumi di tutti i personaggi rappresentati sono rigorosamente cinquecenteschi, sia dei popolani, sia dei cacciatori. Tuttavia nel XVIII secolo vi furono sovrapposte le insegne araldiche dei di Capua-Piccolomini e, piuttosto confuse, quelle di altri feudatari di Venafro. I caratteri stilistici delle pitture, le particolarità dei festoni vegetali, le rappresentazioni venatorie e la scena di matrimonio fanno ritenere che si tratti della fascia terminale delle pitture fatte realizzare da Enrico Pandone fino al 1528, anno della sua decapitazione e della confisca dei beni alla sua famiglia.

Sulla parete corta all’ingresso, sul lato occidentale, rimane il particolare di una scena di caccia con falconiere appiedato che regge sul braccio un falco bianco, particolarmente ricercato da chi praticava quel modo di cacciare. Ugualmente un falconiere, ma a cavallo e in posizione frontale con un falco pellegrino sul braccio, appare all’inizio della parete lunga sull’ingresso. In basso due segugi annusano la terra. Subito a destra, su un terreno paludoso, un cane fa la posta a pennuti acquatici. Al centro della parete un grande drappo inquadra una composizione araldica la cui interpretazione è resa ancora più complessa per il fatto che ai blasoni originari (tra i quali quello dei di Capua) se ne sono sovrapposti altri, uno dei quali addirittura esce dall’orlo dello scudo.

Quest’ultimo a fasce bianche e rosse molto probabilmente è lo stemma dell’Università di Venafro: infatti, l’emblema della città in origine era così configurato, prima che, per una decisione di cui non si conosce l’epoca e la motivazione, venisse trasformato in bianco e nero.

A destra un cavaliere al galoppo, sullo sfondo di un ponticello, rincorre una volpe mentre, in primo piano, un battitore che regge una bandiera sta vicino a un secondo cavaliere che insegue con il proprio cane un cinghiale già assalito da un altro cane. Dalla parte opposta un cacciatore appiedato sta per sparare un colpo con lo schioppo. Sullo sfondo a destra cinque cavalieri si predispongono ad una battuta mentre in primo piano due personaggi stanno scuoiando una bestia.

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Sull’estrema destra la figurazione diventa complicata. Vi è la rappresentazione di un lama (che notoriamente viene dal Perù) bardato come un cavallo su cui sembra appoggiarsi un ragazzo di colore con un’asta con bandiera rossa e azzurra in mano. Ma non è tanto il lama l’oggetto della meraviglia, quanto piuttosto l’uomo che lo regge.

Oltre i pantaloni lunghi affusolati, particolarmente interessante è il copricapo che ricorda vagamente una bombetta. Come tutti sappiamo la bombetta è il copricapo tipico delle popolazioni peruviane delle Ande, ma la sua invenzione viene ricondotta a Thomas William Bowler londinese del 1860.

Secondo le cronache, solo successivamente la bombetta sarebbe arrivata sulle Ande e sarebbe diventata il copricapo tipico delle popolazioni di quei luoghi.

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A questo punto la figura di Venafro potrebbe contribuire a sostenere una diversa ipotesi sulla motivazione della diffusione della bombetta inglese in Perù. Si potrebbe ritenere, contrariamente a quanto si ritiene, che già precedentemente al 1860 presso gli andini fosse consueto un copricapo dalla forma pressoché identica a quella della bombetta inglese e che solo per le analogie formali sarebbe stata sostituita da quella londinese.

Il conduttore peruviano nel fascione cinquecentesco del castello di Venafro con la proto-bombetta potrebbe essere un valido indizio.

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Immediatamente dopo lo spigolo, sulla parete corta, è una scena di caccia al cervo condotta da tre cavalieri con cani. L’immagine che crea non poche perplessità è quella di un personaggio nudo con un gonnellino che sembra nascondersi dietro un albero dal quale ha scoccato dal suo arco una freccia che ha colpito un cervo. Tiene alle spalle una faretra con le frecce.

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Sicuramente singolare è il copricapo che sembrerebbe fatto di piume, a somiglianza di quelli ben noti dei capi indiani. La rappresentazione più antica che si conosce di un indiano con le piume dovrebbe essere della fine del 500 per opera del pirata viaggiatore Walter Raleigh. Gli altri cacciatori presenti nella scena, invece, sono a cavallo e hanno i costumi tipici del Cinquecento.

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Al centro, il grande scudo con i blasoni dei di Capua e dei Piccolomini, sovrapposti circa due secoli dopo (sulla questione tornerò più avanti), limita una scena di vita quotidiana sul profilo di una città, vagamente simile a Venafro, con casupole poste su una fascia pedemontana dalle quali escono paesani che si dirigono verso il piano. Per riconoscere le due chiese che compaiono in basso basta affacciarsi al finestrone che dal salone guarda ad occidente e si noterà la somiglianza con la Cattedrale e la chiesa del Carmine.

Tutto il fronte della parete lunga verso la pianura è interessata da altre immagini di caccia. All’inizio un cavaliere con cappello, nelle vicinanze di uno specchio d’acqua in cui sono delle papere, rivolge la sua attenzione a un cervo che va ad abbeverarsi a una cascatella.

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E’ una rappresentazione piuttosto insolita perché, se è vero che le pitture sono state eseguite intorno ai primi venti anni del XVI secolo, l’uso dell’archibugio e dello scoppetto per la caccia non è particolarmente documentato nella pittura murale.

Eppure da qualche anno l’uso di queste due armi, simili tra loro, si andava diffondendo negli eserciti. Tra l’altro il loro uso è ampiamente documentato da Battista della Valle che dedicò proprio ad Errico Pandone il suo trattato di armi “Il Vallo”

In particolare egli al capitolo XXVII spiega come si debbano fare le polveri da sparo:
“Per fare polvere di falconetti et archibusi. Toglie salnitro non grosso parti tre, carboni di salici, cioè di rami gioveni, et stuffati parte una , sulphuro parte una, et pista ogni cosa bene da per se, et tamisa ogni sorte per se bene, et poi mescola ogni cosa insieme, et habbi aceto fortissimo con una frasca di rosa marina ò di altro, et bagna la detta polvere, et pistala un’altra volta, et assucala al sole bene et sarà buona.”

Il falconetto era un piccolo cannone che faceva parte dell’artiglieria leggera e trasportabile a mano, sparava palle piene di peso variabile. Gli archibugi e gli schioppi  (che Battista della Valle chiama archibusi e scopetti) erano armi ancora più leggere che addirittura si potevano portare a cavallo. In effetti l’archibugio è una evoluzione dello schioppetto.

Secondo Paolo Giovio (Elegia) gli archibugieri a cavallo erano stati utilizzati da Camillo Vitelli già alla fine del XV secolo. Nell’affresco di Venafro vediamo, dunque, una rara rappresentazione dei primi del “500” di un archibugiere che usa l’arma per la caccia. Particolarmente interessante il copricapo che sembra essere fatto con grandi piume che evidentemente servivano per mimetizzarsi in attesa della preda. E’ vestito di brache a fusciacche, pantaloni a mezzagamba, in taglia regolabile e a colori alterni.

Segue una terza composizione araldica, anch’essa con un gran numero di blasoni, analoga alle altre due. Subito dopo un altro cavaliere insegue un grande cinghiale che viene affrontato dalla parte opposta da un cane seguito dal padrone a cavallo.

All’inizio del muro contiguo, molto rovinata, una scena ambientata davanti ad una porta turrita di città, che ci ricorda Porta Nolana di Napoli, dove si riconoscono alcuni popolani che preparano tappeti di fiori sui quali si accinge a camminare una coppia formata da un paggio e una dama in abiti da cerimonia.

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Si tratta di una scena che potrebbe riferirsi al matrimonio di Enrico Pandone avvenuto a Napoli il 10 dicembre 1514. Enrico nel 1514 aveva 16 anni quando sposò Caterina, figlia di Gianfrancesco Acquaviva d’Aragona, marchese di Bitonto, e Dorotea Gonzaga. Il matrimonio avvenne a Napoli nella casa di Andrea Matteo Acquaviva, duca d’Atri.

Tutto il fascione, che si sviluppa su un unico registro, è limitato nella parte superiore da cornici sovrapposte ornate da motivi lineari ripetitivi. In quella inferiore, su una lunga serie di mascheroni dalla cui bocca scendono decorazioni floreali, si appuntano festoni dai quali pende ogni sorta di frutta e sui quali sono poggiati pennuti di vario genere.

Però nel fascione vi sono altri elementi che costringono a riflettere. Una serie di festoni sui quali si appoggino singolarmente 36 uccelli di varie forme e dimensioni. Come si vedrà più avanti Enrico Pandone aveva fatto realizzare nel giardino a lato del Castello, secondo quanto si legge nel contratto di commissione a Giovanni da Sulmona, ben 10 padiglioni collegati da pergolati:

In primis lo dicto mastro Ioanni promette fare, de lignamo che darra condutta al loco lo prefato Signor, nove paviglioni laborati et fatti de la manera del modello che have portato per desegnio lo ditto mastro Ioanni.

Item lo ditto mastro Ioanni promette far tutte le pergole che bisogniano in ditto giardino sopra le strate fra l’uno paviglione et l’altro et dintro intorno al muro de ditto giardino.

Item promette lo ditto mastro Ioanni fare uno altro paviglione laborato et fatto del medesimo modo de li altri fora le mura de ditto giardino devanti alla cappella et una pergola ben laborata longa fino al ponte de ditto Castello.

Ma cosa sono questi paviglioni?

Il paviglione, italianizzato in padiglione, è un apparato che fa parte dell’arredo dei giardini monumentali, anche domestici. Per i Romani erano strutture lignee nelle quali si tenevano farfalle, tant’è che l’origine del nome è legato al termine latino papilio che significa, appunto, farfalla.

Viene da chiedersi per quale motivo e per farne cosa Enrico Pandone abbia commissionato ben nove padiglioni all’interno del giardino e uno all’esterno con la precisazione che fossero collegati tra loro da pergolati. La descrizione, in mancanza dei disegni che erano allegati al contratto, lascerebbe pensare che si tratti di una serie di ambienti collegati tra loro in maniera da potere essere visitati seguendo un percorso in qualche modo coperto da pergolati che, evidentemente, dovevano servire a reggere piante rampicanti.

Potrebbe trattarsi, dunque, di vere e proprie voliere o strutture adatte a tenere animali esotici.

Di questa particolare passione di Enrico abbiamo traccia nella tradizione popolare raccolta, come vedremo più avanti, da Ludovico Valla che racconta che il conte si sarebbe invaghito delle caprette bianche che Antonio Giordano aveva comprato a Siena dove era stato chiamato a fare il giudice e che aveva inutilmente cercato di comprare. Per questo non è da escludere l’ipotesi che sui festoni del fascione nel salone del Castello Enrico abbia fatto rappresentare 36 specie di volatili che facevano parte della sua collezione.

Il tutto lascia intendere che egli non avesse solo la passione dei cavalli, ma anche per gli animali in generale, ma più particolarmente per gli animali esotici, secondo un costume che si andava diffondendo presso tutte le grandi famiglie rinascimentali.

Nel 1524 fu, probabilmente, tra i primi signori in Europa a collezionare galli d’India (tacchini americani), fagiani, pavoni, cigni, anatre, galli selvatici nel giardino all’italiana, piccolo gioiello di architettura terrazzata, che aveva fatto realizzare a lato del Castello affidando la costruzione dei padiglioni a Giovanni da Sulmona, famoso carpentiere.

Nel salone le immagini dei pennuti esotici della sua collezione si appoggiano su altrettante ghirlande di frutti (molti dei quali di origine americana) secondo una moda che nello stesso periodo si sviluppava a Roma per mano di Giovanni da Udine.

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E tra essi un bel tacchino che, forse, è il primo che venga rappresentato in un affresco in Italia.

La questione non è fondamentale per la storia dell’arte italiana, ma è interessante per capire quale sia stato il riferimento artistico dell’ignoto frescante venafrano e quale sia stata la sua fonte di ispirazione.

Non abbiamo alcun elemento documentario per sapere con precisione la data di esecuzione delle pitture del salone le quali, ragionevolmente, dovrebbero essere coeve dei cavalli che, invece, riportano ognuno una data compresa tra il 1524 e il 1527.

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Qualche anno prima (1517-1518) Giovanni da Udine, allievo e amico di Raffaello, era stato chiamato a decorare la cosiddetta Loggia di Psiche alla villa dei Farnese a Roma. In maniera del tutto originale, prendendo spunto dalle esplorazioni che insieme al suo maestro aveva fatto nelle supposte grotte neroniane della Domus Aurea, Giovanni aveva elaborato una magistrale serie di composizioni vegetali, spesso sotto forma di festoni, in cui rappresentò, anche con allegorie sessuali, quei frutti e quelle cucurbitacee che da pochi anni erano stati importati dall’America appena scoperta.

E’ indubbio che l’ignoto pittore venafrano abbia visto l’opera di Giovanni da Udine e ne sia rimasto particolarmente impressionato, pur se non raggiunse il medesimo livello tecnico e pittorico.

Immaginare che sia stato un suo collaboratore di bottega forse è troppo, ma che il Nostro sia rimasto contaminato è evidente.

 

 

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