Franco Valente

Chiesa di S. Giorgio a Petrella Tifernina. Il Cristo ritrovato è vivo o è morto?

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La chiesa di S. Giorgio a Petrella Tifernina non finisce di stupire.

Nel mio volume “Le pietre parlanti” non avevo ritenuto utile pubblicare il Cristo Crocifisso perché convinto che si trattasse di una pessima opera del XIX secolo…

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Poi la comunità di Petrella, con don Domenico Di Franco in testa, decise di mandarlo a Roma per un generico restauro.
La fortuna è che il Cristo è finito nelle mani del RSF (Restauratori Senza Frontiere) che hanno effettuato un’opera degna di passare alla storia del restauro non solo per l’abilità tecnica dei restauratori, ma anche per il metodo di indagine e di intervento.

Peraltro con l’autorevole presenza di Claudio Strinati che io ritengo essere uno dei più qualificati storici dell’arte mondiali.
Di quest’intervento e dell’importanza dell’opera si parlerà a lungo e si spera che presto tutta la vicenda del restauro venga raccolta in una pubblicazione che non sia solo il racconto degli aspetti tecnici (spesso poco affascinanti) ma anche l’occasione per capire il contesto in cui si colloca la commissione e l’esecuzione della scultura.

Personalmente sono rimasto fortemente impressionato da questa immagine che stravolge letteralmente chiunque abbia la sensibilità di non limitarsi alle osservazioni superficiali di un oggetto che non rappresenta solo un momento della complessa storia dell’arte, ma anche l’espressione fisica di un particolare momento della religiosità cristiana.

I restauratori hanno accertato con l’analisi al carbonio che il tronco di pioppo da cui è stata tratta l’immagine è stato tagliato intorno ai primi anni del XVI secolo. Immaginando che quel pezzo di legno sia stato lasciato a stagionare per una trentina di anni, lo scultore ha tratto l’immagine in un arco di tempo che va dal 1530 al 1550, anno più anno meno.

Claudio Strinati autorevolmente ritiene che l’artista possa essere stato uno scultore della cosiddetta cerchia di Francesco da Sangallo (Firenze, 1494 – 1576). Sicuramente avremo da Strinati più precise ipotesi, ma il periodo è chiaro.

La datazione al carbonio, comunque, è una indicazione inoppugnabile e ci trasporta a un periodo molto preciso della storia della Cristianità che coincide con la celebrazione di uno dei Concili più importanti della storia della Chiesa. Quello di Trento (1545-1563).

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E’ possibile che il volto di una statua o la posizione del suo corpo sia l’espressione di una tesi conciliare?
Io credo che il Cristo di Petrella possa esserlo.
Nel Molise abbiamo varie opere che sono diretta emanazione delle tesi conciliari. Si veda, per esempio, l’Annunciazione di Montorio di Teodoro D’Errico oppure i Sette Sacramenti di S. Elia a Pianisi di Girolamo Imparato.

Il Cristo di Petrella però rappresenta un problema interpretativo perché vogliamo capire se l’immagine è di un Cristo ancora vivo o se invece rappresenti il Cristo già morto.

L’espressione del viso sembrerebbe di chi abbia appena gridato::
«Eloì, Eloì, lemà sabactàni… (Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?) e alcuni dei presenti dicevano: «Ecco chiama Elia!” (Marco 15, 34-35).  Pronunciate quelle parole avrebbe poi reclinato il capo per rendere lo spirito.

Così non è perché c’è un particolare che non ammette dubbi: il costato è stato già trafitto e quindi Cristo è già morto da qualche minuto. Dunque l’espressione del viso rappresenta una sorta di drammatica fissazione del momento della morte di Cristo che si sarebbe prolungata nel tempo fino a rimanere congelata anche dopo aver reso lo spirito.

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Ben diverso il Cristo della Crocifissione di sette secoli prima nella Cripta di Epifanio a S. Vincenzo al Volturno, dove il costato non è forato perché egli sta ancora parlando e sta dicendo: “Figlio ecco tua Madre, Madre ecco tuo Figlio”.

Sulla questione avremo modo di discutere perché nell’arte antica nulla è affidato al caso.

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