Franco Valente

FORLI DEL SANNIO, l’antico FORUM JULII. Una scomparsa epigrafe di Venafro riapre la questione

Forli2002ottobre

Forli2002ottobre

All’inizio del secolo scorso Giambattista Masciotta ebbe una bella intuizione quando, occupandosi della monografia su Forli del Sannio e trascrivendo il termine Forulum dal Catalogo dei Baroni, ritenne che il nome derivasse da una funzione particolare che aveva quel luogo in epoca romana.

Forli del Sannio poteva essere stato un Forum (luogo di parlamento pubblico, o di mercato) Iulii (dedicato a Giulio Cesare od altro Giulio), analogamente ai Forum Livii, ai Forum Cornelii, ecc.

Della questione non se n’è più parlato fino al 1978 quando Eeva Ruoff-Vaananen, una storica finlandese, pubblicò un suo studio sotto il titolo: Studies on the italian Fora.
Me lo ha ricordato Augusto Giammatteo che sicuramente oggi è il più attento raccoglitore di memorie epigrafiche del Molise e in particolare di Venafro. Da Augusto Giammatteo vengo a conoscere, inoltre, un bel saggio di Denis Iglesia Vilanova, Los fora. Una herramienta para organizar y administrar el mondo rural, Saragozza 2014, che sembra mettere una parola definitiva a una questione che nel passato è stata considerata con una certa superficialità.

Eeva Ruoff-Vaananen (Studies on the italian Fora, 1978, p.31) ipotizza che anche il nome di Forli del Sannio possa essere ricondotto a un originario forum in analogia con altri toponimi sparsi in varie parti dell’Italia e della Francia, ma non sembra dare sufficiente importanza a un’epigrafe venafrana che, invece, è particolarmente utile per ricostruire una parte della storia di Forli del Sannio.
Un sintetico accenno a Forum Iulii è anche nel titolo del volumetto di Ubaldo Antonelli degli anni Ottanta, dove, però, non vi è alcun tentativo di dimostrare con elementi concreti l’attendibilità dell’ipotesi.
Poi il silenzio fino al 2007 quando indirettamente ne parlano Gianfranco De Benedittis e Cecilia Ricci (La fortificazione di Forli del Sannio – Castel Canonico, Campobasso 2007).

Nel 2010 Gianfranco De Benedittis (La Provincia Samnii e la viabilità romana) in una rapida notazione ritorna sulla questione sostenendo con il Masciotta che il nome di Forli lascia due possibilità d’interpretazione: piccolo forum (forulum diminutivo di forum); Forum Livii, analogo a Forlì, in Emilia.
Ma anche in questo caso si tratta solo di un’ipotesi che, senza ulteriori ragionamenti, serve sostanzialmente a dare credito all’intuizione di Masciotta.
Credo che la questione possa in qualche modo essere consolidata favorevolmente sulla scorta del riesame di un’epigrafe venafrana di cui si conosce il testo sebbene oggi risulti scomparsa.
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La trascrizione di Cosmo De Utris (archivio Del Vecchio)

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Una lapide le cui vicissitudini meritano di essere raccontate come le raccontò nel 1687 Ludovico Valla nelle sue Memorie Istoriche di Venafro (date alle stampe nel 1905 a cura di Ferdinando del Prete di Belmonte da Pozzilli).

Ludovico Valla (Memorie Istoriche di Venafro, ed. Del Prete, Napoli 1905, pp.70-76) dopo essersi lamentato che una grande quantità di pietre con iscrizioni antiche fossero andate disperse e che ai suoi tempi ancora venissero spezzate e rotte per essere utilizzate nelle nuove costruzioni, racconta che quaranta anni prima, nel 1647, Scipione d’Afflitto, allora Governatore dell’Armi Regie a Venafro in occasione dei moti napoletani di Masaniello, trovò una lapide abbandonata tra i rovi.

Vedendola così bella, egli che era uomo di cultura e amante delle antichità, la fece trasportare nella piazza del Mercato perché venisse collocata in bella vista nell’angolo del palazzo del Seggio al disopra di un’altra lapide dove egli aveva fatto scolpire, per ricordare l’avvenimento, questa memoria:

MARMOR HOC UBI AULIENUS VARIIS
DECORATUR HONORIBUS VEPRIBUS
SUPPRESSUM SCIPIO DE AFFLICTIS
TRIBUNUS MILITUM PUBLICO LOCO
SUYMPTIBUS CIVITATUS REPONENDUM
CURAVIT

Ludovico Valla dice di ricordare a memoria quell’epigrafe avendo allora solo 18 anni.
Purtroppo, però, Scipione d’Afflitto, mentre stava per compiere l’opera, fu costretto a partire per le sue terre di Monteroduni e Macchia, dove poco dopo morì. Sicché le pietre rimasero per molto tempo abbandonate sulla piazza del Mercato.
Qualche tempo dopo Giacinto Cordella, vescovo di Venafro, avendo necessità di ingrandire il palazzo vescovile e rinforzare un angolo della costruzione, sostenne che la pietra romana provenisse dalla Cattedrale di Venafro e che, pertanto, egli potesse disporne liberamente.

Fece prendere ambedue le pietre e, utilizzando l’epigrafe di Scipione come supporto con la scritta rivolta verso il muro (… contro il merito, certo di quel buono Cavaliere di cui piaccia a Dio, che se ne conservi la memoria della mia penna), fece sistemare l’epigrafe romana sotto un balcone della nuova costruzione, avendo cura che fosse ben visibile, ma a testa in giù.

Questa la trascrizione che ne fece il Valla:
SEX AVLIENO SEX F
ANI
PRIMO PIL II TRIB MIL
PRAEF LEVIS ARMAT
PRAEF CASTR IMP CAESAR
AVG ET TI CAESARIS AVGVSTI
PRAEF CLASSIS PRAEF FABR II VIR
VENAFRI ET FOROIVLI FLAMINI
AVGVSTALI
NEDYMVS ET GAMVS
LIB

Di questa epigrafe non si hanno più notizie.
Il Palazzo Vescovile fu distrutto da una bomba durante l’ultimo conflitto mondiale e della pietra che era sulla facciata non si è saputo più nulla.
Ho ritrovato comunque la trascrizione che ne fece Cosmo De Utris (Annali di Venafro) (Archivio Del Vecchio) che, rimasta manoscritta, conferma pedissequamente il testo letto da Ludovico Valla.

CIL10_p484
La trascrizione di Teodoro Mommsen

L’epigrafe fu letta anche da Mommsen (CIL X 4868
) che non si preoccupò di darne un’interpretazione sebbene citasse tutti gli autori che ne avevano parlato.

Ulteriore conferma è venuta dopo da Raffaele Garrucci (Venafro illustrata coll’aiuto delle lapidi antiche, Roma 1874, p. 66) che la lesse personalmente all’angolo del richiamato palazzo vescovile.
Si tratta di un’epigrafe che riassume la carriera di Sesto Aulieno, della tribù Aniense, localizzabile a nord di Roma.
La pietra, come desume Garrucci, fu fatta eseguire nel 32 d. C. (era imperatore Tiberio) da Nedimo e Gamo, (NEDYMVS ET GAMVS LIB) due liberti di Sesto Aulieno, dopo la morte di costui.

Garrucci-Venafro
La trascrizione di Raffaele Garrucci

Questi aveva ricoperto due volte la carica di primo centurione della prima coorte legionaria di cui poi fu anche tribuno (PRIMO PIL II TRIB MIL).
Fu maestro di campo sotto gli imperatori Augusto e Tiberio (PRAEF LEVIS ARMAT PRAEF CASTR IMP CAESAR AVG ET TI CAESARIS AVGVSTI).
Da Tiberio fu posto a capo della flotta per diventare poi prefetto dei fabbri e duoviro (PRAEF CLASSIS PRAEF FABR II VIR).
Infine ricoprì il ruolo sacerdotale di flamine augustale di Venafri et Foro-Iulii (VENAFRI ET FORO-IVLI FLAMINI AVGVSTALI)

Mentre sono del tutto chiare le cariche che egli ricoprì, sull’esatta individuazione dei due luoghi in cui svolse la funzione sacerdotale nasce qualche incertezza.
Sulla sede di Venafro non vi sono dubbi. Più complicato è capire a quale centro romano corrisponda Foro-Iulii. Garrucci non esita nel ritenere che si tratti di Fréjus, l’antica colonia fondata da Giulio Cesare nella Provenza (Forum Julii). Indubbiamente a favore dell’ipotesi vi è la circostanza che Tiberio lo abbia posto a capo della flotta e Fréjus è citta di mare.

Possiamo, invece, avanzare una seconda ipotesi, comunque non peregrina.

Sembra abbastanza chiaro che i liberti Nedimo e Gamo nell’elencare le cariche del loro padrone abbiano seguito una logica sequenza temporale. Due volte centurione, poi tribuno militare, poi maestro di campo, poi capo della flotta, poi prefetto, poi duoviro. Infine flamine augustale.
I due liberti che avevano commissionato l’epigrafe avrebbero dovuto seguire la medesima logica nel nominare i due luoghi in cui Sesto Aulieno aveva svolto la funzione sacerdotale di flamine augustale. Avrebbero dovuto mettere, conseguentemente, prima la sede di Forum-Julii e dopo quella di Venafro dove, probabilmente, finì i suoi giorni.
Essendo stato egli sepolto a Venafro, il posizionamento prima di Venafrum e poi di Forum-Julii nel rigo farebbe pensare che egli sia stato flamine augustale contemporaneamente nei due centri.
Appare, però, arduo sostenere che potesse svolgere tale funzione in due comunità, Venafro e Fréjus, distanti tra loro oltre mille chilometri. La cosa sembra improbabile e ragionevolmente dobbiamo ritenere che Venafro e Foro-Julii fossero due centri abbastanza vicini tra loro.

Una rapida considerazione in questo senso ci viene da Denis Iglesia Vilanova, uno studioso dell’università di Saragozza, che nel 2014 ha pubblicato un interessante saggio sui Fori romani. Denis Iglesia Vilanova (Los fora. Una herramienta para organizar y administrar el mondo rural, Saragozza 2014, p. 34) ritiene che il Foro-Julii dell’epigrafe di Sesto Aulieno sia Forli del Sannio, che si trova vicina a Venafro.

Forse si possono fare ulteriori considerazioni per sostenere l’ipotesi di questa identificazione. Prima di ogni cosa è necessario capire quale fosse la funzione di un flamine augustale.

Di questa carica sacerdotale si conosce molto poco.

Secondo Plutarco (Numa 64) questa figura sarebbe stata creata da Romolo, mentre Tito Livio attribuisce a Numa (I, 20) la creazione di tre flamines destinati al culto di Giove, Marte e Quirino. Nel tempo a questi furono aggiunti altri dodici flamini minori. Caratteristica dei flamines era la veste purpurea (laena), la corona di lauro e il copricapo sormontato da una corta verga che aveva in alto un minuscolo filamento di lana detto apex, dal quale prendeva nome. Gli antichi traevano la voce flamen appunto dal filum o filamentum dell’apex, mentre taluni critici moderni la fanno derivare da flare, ossia dall’essenziale azione del sacrificio che è quella di accendere e di soffiare il fuoco sull’ara (anche questa etimologia è però respinta oggi dai più) (Gioacchino Mancini, in Enciclopedia Italiana.1932).

Per garantire la sopravvivenza del culto per Cesare divinizzato, nel 44 a. C. venne creata la figura del flamen Julianus che nei tempi successivi ebbe una specifica attribuzione per gli imperatori che seguirono (flamen Augustalis, Claudialis, Ulpialis, Commodianus). Avvenne così che quella figura sacerdotale, che presiedeva alle cerimonie municipali, venisse estesa a tutte le città dell’impero. In genere la funzione veniva attribuita da un consiglio di decurioni per la durata di un anno, ma nei fatti veniva confermata a vita e diventava perpetua. Al flamine competeva l’organizzazione, anche a sue spese, delle cerimonie e delle feste annuali e la gestione del relativo bilancio.

Non abbiamo alcuna testimonianza urbanistica o architettonica che possa con certezza far ipotizzare ove fosse collocato il piccolo nucleo urbano di epoca giulia che assunse il nome di Forum Julii. Esistono ragionevoli motivi per ritenere che corrispondesse a quella parte di territorio sulla quale erano sistemate le cinque case dei servi dell’abbazia di S. Vincenzo al Volturno che vennero elencate dal monaco Sabatino nella sua ricognizione dei beni che appartenevano al monastero prima dell’assalto saraceno dell’881: Foruli … ubi habuit quinque casas de servis… (Chronicon Vulturnense, ed. Federici, Vol. I, p. 373). Queste case ai primi dell’XI secolo (1011-1045) avevano ormai assunto il carattere di un nucleo urbano dove abitavano i coloni che furono destinatari di una concessione da parte dell’abate Ilario (Chronicon Vulturnense, ed. Federici, Vol. III, p. 82). Certamente si tratta dell’attuale centro urbano che si attesta intorno a ciò che rimane del castello longobardo.

Sulla consistenza di un insediamento romano abbiamo invece una testimonianza indiretta da un certo numero di epigrafi che sono state rinvenute nel territorio. Di queste è stata pubblicata nel 2007 una dettagliata e ragionata schedatura da Cecilia Ricci (Le Iscrizioni, in G. De Benedittis – C. Ricci, La fortificazione di Forli del Sannio – Castel Canonico, Campobasso 2007).

Si tratta di cinque iscrizioni sepolcrali che dimostrano che il territorio era discretamente popolato in epoca romana e giustificano la presenza di un nucleo urbano che, con sufficiente certezza, possiamo identificare nel centro di Forum Julii di cui fu flamine augustale il nostro Sesto Aulieno.

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