Franco Valente

Roccaravindola

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da Franco Valente, Castelli, rocche e cinte fortificate del Molise. (Volume in preparazione)

(Con preghiera di citare la fonte in caso di utilizzazione del testo per motivi di studio. Questo articolo è protetto da diritti Creative Commons)

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Lo stato di degrado del nucleo antico di Roccaravindola rende particolarmente difficile una ricognizione puntuale della sua struttura urbana e non consente una ricostruzione precisa della sua evoluzione muraria. Tuttavia con l’aiuto della mappa catastale aggiornata agli anni ’70 è possibile tracciare la linea di una murazione difensiva che possiamo definire angioina per la sopravvivenza di torri circolari a scarpa che costituiscono un eccellente punto di riferimento tipologico.

Uguale ragionamento vale per l’area del castello dove le riprovevoli demolizioni per presunte esigenze di pubblica incolumità, effettuate negli anni ’60, hanno lasciato pochi elementi per una ricostruzione fedele dell’impianto medioevale.

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Ci vengono, però, incontro per questa ricostruzione alcuni toponimi che sopravvivono nella tradizione popolare ormai sul punto di scomparire definitivamente. a cominciare dalla originaria via di accesso che collega il nucleo abitato all’antica chiesa di S. Michele e che significativamente si chiama ancora via di Collagnera, corruzione popolare di “Colle Angelo”. Questa via extra murale finisce sulla cosiddetta Porta Vecchia che, trasformata sostanzialmente nel tempo, conserva la struttura muraria di una torre circolare d’angolo cui si aggrega un supportico (modificato in qualche modo nel 1870, come fa capire la data lapidea sull’arco) che corrisponde all’originaria porta di cui, ovviamente, non rimane più nulla.

Dalla Porta Vecchia si seguiva il cosiddetto s’pporto (oggi è totalmente crollato), che va interpretato come “supportico”, il quale si attesta sulla linea della cinta muraria per la sovrapposizione di una serie di case all’originario piano di ronda.

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Una seconda torre circolare era attestata nel punto mediano del supportico e di essa ora rimane solo l’impianto.

Il piano di ronda assume complessivamente un andamento avvolgente, tant’è che tutta la strada conserva ancora il nome di via del Circolo.

Sulla parte che si affaccia a sud-est si apre il sagrato della chiesa parrocchiale dedicata a S. Michele Arcangelo, completamente ristrutturata nel 1776 ma sicuramente impiantata su una precedente dedicata a S. Nicola, come si desume dal nome dello slargo laterale dedicato al santo e da cui probabilmente si entrava originariamente.

La dedicazione a S. Michele probabilmente è successiva all’abbandono della precedente chiesa di S. Michele Vecchio che si trova fuori del nucleo, verso valle, in un’area che viene chiamata il Palazzo e che molto probabilmente doveva accogliere un complesso articolato di epoca longobarda ( F. VALENTE, Architettura ed iconografia cristiana ai limiti del territorio di S. Vincenzo al Volturno, in Almanacco del Molise1985).

Ritornando alla cinta muraria, dove la linea piega a 90 gradi, verso nord-ovest, la presenza di una torre circolare e l’arco che conserva il nome di Porta Nova, indica l’antica esistenza di una seconda porta urbica. Nessuna traccia dell’apparato murario difensivo che è ormai integrato nelle strutture delle case che vi si sono sovrapposte nel tempo.

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Sicuramente la linea della difesa saliva con una buona pendenza fino a raggiungere il Castello che ancora sopravvive insieme alla torre circolare che ne costituiva la difesa diretta.

Nulla rimane del tratto murario che la collegava all’altra torre circolare, la meglio conservata, che costituisce una prima difesa a guardia dell’area più propriamente castellana.

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Una serie di gradini scavati nella roccia nell’unica parte accessibile evidenzia che l’area del castello non aveva accessi carrai.

La più antica citazione che attesti l’esistenza della rocca di Roccaravindola si ritrova nella donazione che Morino, conte di Venafro, (Ugo, qui et Morinus, comes de Benafro et filius quondam Robberti) sottoscrive nel 1074 a favore dell’abate Desiderio di Montecassino. Con quell’atto Morino concede a Montecassino le chiese di S. Nazzario, di S. Pietro, S. Martino e S. Barbato presso la rocca quae dicitur Rabinola (Registrum Petri Diaconi, f. 208r, n° 490).

Si tratta di una citazione che nella sua estrema sinteticità ci aiuta perlomeno a ritenere che Roccaravindola in origine fosse un edificio riservato ad una guarnigione militare piuttosto che ad una comunità di famiglie e che solo in un secondo momento attorno all’originario nucleo fortificato si sia sviluppata una organizzazione di tipo urbano con la creazione di una cinta difensiva.

Il 6 febbraio 1297 Bonifacio VIII da Roma concedeva al vescovo Andrea di annettere in perpetuo alla mensa vescovile la chiesa parrocchiale di S. Barbato e quella rurale di S. Nazario, riconoscendo che le rendite diocesane non erano sufficienti a garantire un sostentamento adeguato alla dignità vescovile. (ASV, Reg. Vat. 48, f. 201, ep. 27, da G. MORRA): … S.ti Barbati parochialem et S.ti Nazarii ruralem ecclesias …. concedendo ut predictas S.ti Barbati et S.ti Nazarij ecclesias cedentibus vel decedentibus earum rectoribus

Dobbiamo ritenere che la prima cinta di difesa in muratura, dotata di torri circolari, non sia di epoca antecedente al XIV secolo se è vero, come era riportato nel Regi­stro del Cancelliere del Regno G. di Belmonte, che Carlo I d’Angiò, ritornando dalla campagna di Tunisi si sia preoccupato nel 1270 di esentare propter eo­rum paupertatem le comunità di Venafro, Isernia, Rocca Pipirozzi, Torcino, Roccaravindola, Camposacco, San Barbato, Cerasuolo ed altre di pagare le collette che furono applicate per le altre parti del nuovo regno. Ulteriori problemi furono creati dal disastroso terremoto del 1349 che, secondo la cronaca cassinese, devastò anche le terre di S. Vincenzo al Volturno .

Non è da escludere che proprio subito dopo questo terremoto si sia costituito un organico sistema difensivo tant’é che nel privilegio con il quale Maria di Durazzo il 24 dicembre 1358 (C. DE UTRIS, Annali di Venafro, ms. sec. XIX, vol. VI, pp. 1-5) per alleviare i disagi della popolazione e per ringraziarla della fedeltà mostrata, assegna una parte delle rendite feudali ed esenta dal pagamento della colletta generale. In particolare assegna … in castro Gravinule (Ravindola) auri tarenos viginti; in Casale Sancti Barbati auri tarenos duodecim …

Quindi in quest’epoca la rocca viene definita come castro evidenziando che in epoca antecedente era avvenuta una trasformazione sostanziale per fare la quale la popolazione si era ulteriormente impoverita. La figlia Giovanna di Durazzo l’11 dicembre 1370 (C. DE UTRIS, Annali di Venafro, op. cit., pp. 12-16) confermò tale privilegio assegnando le stesse somme al castro Ravinule e al casale Sancti Barbati.

Particolari adattamenti furono sicuramente effettuati nella seconda metà del XV secolo quando Roccaravindola passò nelle mani dei Pandone, conti di Venafro. Il feudo fu confermato da Alfonso d’Aragona a Francesco nel 1442 e successivamente passò al figlio Galeazzo dal 1457. Allora Roccaravindola aveva 35 nuclei familiari (fuochi) pari a circa 175 persone. Ciò si ricava dal relevio (che era la tassa che il barone pagava al momento in cui gli veniva affidato il feudo) e, soprattutto, dall’elenco dei nuclei familiari che ricevettero nel 1449 il mezzo tomolo di sale (Archivio di Stato di Napoli, Sommaria – Diversi, vol.133, cc 18r/v – da G. MORRA, I Pandone)

Il numero esiguo di fuochi ci fornisce un’idea delle dimensioni del centro abitato alla metà del XV secolo e possiamo immaginare quanto approssimativo potesse essere il sistema della difesa. E’ probabile che i Pandone si siano limitati a piccoli adattamenti del preesistente sistema di difesa con la semplice trasformazione delle poche feritoie verticali che furono integrate con l’inserimento di una toppa circolare, adatta al tiro con i primi archibugi, secondo una modalità che si ritrova in quasi tutti i sistemi difensivi del territorio circostante.

Dal Dizionario Geografico del Giustiniani possiamo anche ricavare la progressione delle famiglie che abitarono Roccaravindola nel secolo seguente. Il feudo fu tassato nel 1532 per 42 fuochi, nel 1551 per 47, nel 1545 per 51, nel 1561 per 47, nel 1595 per 58, nel 1648 per 62.

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Errico Pandone, pronipote di Francesco, nel 1520 la vendette a Marcantonio Sannazzaro per riacquistarla da lui nel 1524. Subito fu data sotto forma di arrendamento (una sorta di sub concessione del feudo) a Gerolamo Pellegrino per 1.850 ducati. Nel 1531, dopo il tradimento e la conseguente decapitazione di Errico, con la ricognizione dei beni sottratti alla sua famiglia, Roccaravindola fu valutata per 2.000 ducati, con una rendita di 50 ducati e concessa al medesimo Gerolamo Pellegrino.

Sua figlia Margherita, sposata a Cesare Scaglione, la cedette a Giovanni Villano nel 1538 che, a sua volta, la vendette ad Ettore Montaquila. Dal figlio Ferdinando passò a Giovan Francesco Caracciolo il cui figlio Ettore ancora ne era titolare nel 1640 quando iniziò una contesa giudiziaria che si trascinò per vari decenni.

Va comunque considerato che, se il richiamato documento del 1074 è utile per sapere che in quell’anno esisteva una Rocca di Ravindola, altrettanto non è utile per stabilire l’origine della chiesa dedicata a S. Barbato la cui fondazione, molto probabilmente, va collegata alla grande importanza che la sua figura assunse in epoca longobarda.

Barbato fu importante vescovo di Benevento nel VII secolo ed ebbe una parte determinante nella conversione di un popolo ancora fortemente legato alla tradizione pagana e che nella fase di trapasso alla cultura cristiana fu sicuramente condizionato dalle influenze ariane.

Barbato, secondo una tradizione che non è confermata da documenti, era nato all’inizio del VII secolo nei pressi dell’attuale Castelvenere, vicino all’antica Telesia. Pare che in gioventù sia stato sacerdote nella chiesa di S. Basilio a Morcone, ma le notizie più certe della sua vita si riferiscono alla sua elezione a vescovo di Benevento nel 663. Mantenne la cattedra fino all’anno della sua morte avvenuta nel 682, quando era ormai ottantenne. Di certo partecipò ad un sinodo romano convocato da papa Agatone nel marzo del 680.

Orbene dell’attività del vescovo Barbato conosciamo soprattutto il grande impegno che profuse per stroncare i culti idolatrici fortemente radicati, come quello dell’adorazione della vipera. Barbato salì agli onori degli altari subito dopo la sua morte e la venerazione per lui si diffuse immediatamente per tutto il Sannio ed in particolare nella diocesi di Benevento. L’opera di Barbato fu così importante che già subito dopo la sua morte nel territorio longobardo furono erette numerose chiese a lui dedicate e delle quali, in alcuni casi, ancora sopravvive il ricordo (S. MOFFA, San Barbato e il Molise, in Almanacco del Molise 1983). Tracce del culto per S. Barbato si trovano anche a Casacalenda, Larino, Provvidenti, Bonefro, Guardialfiera e Gambatesa (F. VALENTE, Il castello di Gambatesa, Bari 2003, pp.34-35).

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Di questa chiesa dedicata al santo beneventano rimangono consistenti ruderi al limite dell’antico tracciato stradale quando comincia ad inerpicarsi dalla piana per raggiungere il nucleo alto di Roccaravindola, passando per il nucleo di Trimanda. Si tratta di una piccola chiesa a pianta longitudinale terminante con un’abside sul lato orientale. Alcuni terrazzamenti in muratura piena con malta idraulica che si sviluppano sul lato meridionale secondo un allineamento parallelo alla facciata laterale fanno immaginare un complesso particolarmente articolato, forse un monastero dotato di un chiostro di non piccole dimensioni.

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