Franco Valente

Il castello di Rionero Sannitico e la scomparsa tomba di Alfonso e Beatrice

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Il Castello di Rionero Sannitico e la scomparsa tomba di Alfonso Carafa e Beatrice Bucca d’Aragona

Franco Valente

RioSannitico (126)

Di Rionero abbiamo notizie sicure almeno dal 1039 quando, subito dopo la morte dell’imperatore Corrado, fu usurpata dai Borrello che in quell’occasione, come racconta la Cronaca del Monastero di S. Vincenzo, si dimostrarono di una ferocia che non si vedeva dal tempo dell’eccidio saraceno dell’881.
Iam filii Borrelli super filios Anserii surrexerant, et uno occiso per fraudem, aliis fide captis, Alfedenam, Montem Nigrum, et alias terras huius monasterii abstulerunt, et cetera invadere ceperunt, Buscurri, Mala Cocclaria, Rigu Neru, Cerrum cum Spina, et Aqua Viva, Tenzunusu, Licenosum, Collem Stephani et ceteras terras .

Qualche anno dopo, al tempo dell’abate Giovanni V (1053-1076), Aqua Viva insieme agli altri nuclei ritornava nel possesso dell’abbazia perché i sacrilegos tyrannos venivano cacciati dalla Valle del Volturno.
Igitur sacrilegos tyrannos apostolica auctoritate sue potestati subegit, castella, villas, et diversas monasterii possessiones auferens, ipsius iuri restituit, videlicet Castrum Scappili, Fossam Cecam, servientes, Collem Sancti Angeli, Castrum Vadum Porcinum, et Castrum Fornellum. Reliqua sibi, idest Licenosum, Collem Stephani, Tenzunusu, Cerrum cum Spina, et Aqua Viva, Riu Neru, Monte Neru, Mala Coclaria, et Alfedenam sub tali condicione dimissis …

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Durante il dominio normanno, fu data in feudo ad alcuni signori del luogo e alla metà del XII secolo a Oderisio de Rigo Nigro che lo tenne insieme ad una parte di Montenero, Fara e Civitavecchia che complessivamente valevano una rendita che lo obbligava a sostenere due militi nell’esercito.

Oderisio teneva anche i feudi di Collalto e Castiglione che oggi sono frazioni poco abitate di Rionero, mentre Montalto apparteneva in quel tempo a Berardo figlio di Ottone.
Dopo aver fatto parte delle terre di S. Vincenzo nulla si conosce dei primi feudatari non ecclesiastici. Dal XIV secolo fu concesso ai Carafa. Sicuramente già dal 1381 Andrea l’ebbe in possesso con altri paesi del circondario ed ai Carafa sono da attribuire le opere più significative fatte nel tempo.

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Di loro (anche se per un periodo Rionero appartenne rispettivamente ai di Sangro, ai Loffredo e ai Montaquila) é rimasta vistosa traccia non solo in monumenti sepolcrali, ma anche in opere di completamento delle chiese più importanti nel XVII e XVIII secolo.

A Rionero vi è stata una progressiva e sciagurata damnatio memoriae dovuta piuttosto ad un diffuso disinteresse che ad una scelta ideologica.

Del dominio feudale dei Carafa rimangono tracce sporadiche negli stemmi che qua e là appaiono in alcuni altari, mentre della pietosa sepoltura di Alfonso e di sua moglie Beatrice Bucca di notabile famiglia patrizia napoletana si è persa ogni traccia.

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Eppure il Masciotta aveva potuto trascrivere interamente l’epitaffio posto sulla loro tomba all’interno della piccola chiesa di S. Antonio di Padova che ancora sopravviveva nell’area dell’antico Castello.

Oggi di questa cappella rimangono solo i ruderi di un restauro ottocentesco curato dai Laurelli che ne hanno mantenuto lo juspatronato fino alle vendite dell’intero complesso ormai ridotto a un ammasso di rovine.

Rionero è un paese che sembra aver perso il disegno del suo impianto urbano per una serie di modificazioni che in qualche modo rendono difficile capire la logica delle sue trasformazioni.

Il Castello evidentemente nasce da una esigenza strategica di controllare uno dei passi fondamentali tra la valle tirrenica del Volturno e quella contigua adriatica del Sangro.

Ha un impianto piuttosto semplice che sembra generato da una originaria torre quadrata che aveva la funzione di mastio di protezione ad una modesta articolazione di ambienti attorno ad una piccola corte interna.

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Del mastio rimane la struttura originaria che ancora tiene nella sua parte interrata un cisterna che raccoglieva con un sistema di canalizzazioni tutte le acque meteoriche.

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I vari livelli sono ancora collegati da una pregevole, per quanto semplice, scala elicoidale tutta in pietra che molto probabilmente fu realizzata quando il maschio fu trasformato in una sorta di ingresso secondario con l’apertura di una porta a diretto contatto con lo spazio pubblico esterno.

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L’ingresso principale doveva coincidere con quella gradonata che ancora sopravvive sul lato orientale e che permetteva di raggiungere direttamente il livello superiore del complesso.

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Un grande ambiente parzialmente sotterraneo, con una volta a tutto sesto, permette di ipotizzare che al piano superiore si sviluppasse un salone che ebbe bisogno di un intervento di consolidamento mediante l’inserimento di due belle colonne che, essendo fin troppo raffinate per un ambiente sotterraneo, sembrano essere state prelevate da un altro luogo per essere utilizzate semplicemente come provvisorio sostegno della volta pericolante.

Ormai tutto è crollato, ma le parti sopravvissute sono costituite da elementi che comunque dovrebbero sollecitare un intervento di restauro che permetta di recuperare il senso delle sua storia.

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A cominciare proprio dalla Chiesetta di S. Antonio di cui rimane un portalino neoclassico con due belle mensole a voluta che limitano la lapide che ricorda il suo restauro ottocentesco:
DOM
DIVO ANTONIO PATAVINO
SACELLVM HO DICATVM
OLIM
IVRIS FAMILIAE CARAFA
DEIN
MARCHIONIS CARMIGNANI
QVO SACRI BENEFICII TITVLO
FERDIN. LAVRELLI AESER ECCL. CANONICVS RECEPIT
ET PROPRIIS SVMPTIBVS IN MELIVS RESTAVRANDVM
BENIGNE  CVRAVIT
ANNO REG. SAL. MDCCCLIII

Quando nel 1853 fu fatto questo restauro, all’interno ancora si conservavano le due tombe di Alfonso Carafa e di sua moglie Beatrice Bucca d’Aragona con l’epitaffio che ne ricordava i titoli:
DOM
ECCLESIAM HANC  D. ANTONIO PATAVINO ERECTAM
A QVONDAM CONIV, HVIVS CASTRI D.NIS
ALFONSO CARAFA ET BEATRICE BVCCA DE ARAGONA
QUORUM HIC REQUIESCANT CINERES
PRIMUS A. D. 1668 – 7 SEPT., SECUN. A. D. 1669 – 7 IUL.
A IO. BAPTISTA MONTISNIGRIS DVCE
RESTAURAT
AVCTA E. B.
FILVS M. OBSEQVENS ET IPSE FIL. EX CL. R.
IN EPVM. S. MARCI 31 IAN. 1694 CONSEC.
IN NOLAM PRESVLE 7 APRILE 1704 ELECTVS
SOLIS PONTIF. AN 1724 ASSISTENS DECLAR
SOLEMNI RITV D. 18 SEPT 1720 SACRAVIT CONSVETA
INDVLGENTIA CONCESSA
DEVM PRO EIS ORATE

Di questa lapide non si trova più traccia anche se su Rionero-oggi del giugno 1996 Ferdinando Carmosino appuntava che “la lapide di Beatrice è conservata, in ottime condizioni, dal nostro parroco don Antonio”.

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Dell’unione di Alfonso Carafa e Beatrice Bucca d’Aragona, comunque, rimane una bella testimonianza araldica in un altare fortunatamente rimontato nella sagrestia della chiesa di S. Bartolomeo e la cui provenienza è tutt’altro che conosciuta.

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Si tratta di due stemmi coronati applicati sulle mensole del paliotto dell’altare.

Quello di destra è dei Carafa ed è costituito da tre fasce di argento in campo rosso avente la stessa attraversata, dal basso sinistro all’alto destro, in diagonale, da una spina di verde.

Quello di destra è dei Bucca, partito nel primo di argento con cinque fasce ondate di nero, nel secondo palato di quattro pezzi di rosso e di oro, caricato di un’aquila nera al volo spiegato.

Questo secondo è caricato di nuovo sulla sinistra del blasone dei d’Aragona con i quattro pali di rosso e di oro.

Carafa Bucca

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2 Commenti

  1. luigi 18 luglio 2009 at 10:33

    Bello, peccato che, come segnali tu, le trasformazioni alle volte non si riescono a capire.
    peccato veramente.
    saluti

  2. Roberto T. 18 luglio 2009 at 23:21

    Un paio di anni or sono ho “visitato” le rovine del castello, naturalmente a mio rischio e pericolo, scavalcando le ortiche e rischiando di cadere in qualche buco o di prendere qualche sasso sulla testa… Le tombe già non c’erano più, ma tanto che importa? Prima o poi sarebbero comunque rimaste sepolte dall’incipiente crollo dei muri pericolanti…Come tu giustamente dici, la damnatio memoriae, che nei tempi antichi veniva inflitta a chi era considerato nemico dello stato o ai rei di crimini efferati, cancellando ogni traccia della loro presenza terrena, qui è stata applicata soltanto per negligenza, disinteresse ed ignoranza.
    Forse è anche più grave….
    Cordiali saluti
    Roberto Tomassoni

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