Franco Valente

L’immagine di papa Simmaco nella Cattedrale di Venafro

Franco Valente 19 luglio 2009 Monasteri e chiese del Molise 1 commento

Perché nella Cattedrale di Venafro un’immagine di papa Simmaco, oggi ricordato dalla Chiesa

Franco Valente

Estratto da  F. Valente, Le chiese di Venafro, in preparazione  (Con preghiera di citare la fonte in caso di utilizzazione del testo)

Simmaco papa

Nella seconda metà del XVI secolo la cattedrale di Venafro fu interessata da un vasto programma di rinnovamento pittorico che in parte determinò la scomparsa di una buona parte degli affreschi trecenteschi che preesistevano.

Tra le immagini nuove, tutte di autori sconosciuti, vi è pure quella di papa Simmaco raffigurato nella lunetta interna della cosiddetta Porta Santa.

E’ ritratto in atteggiamento benedicente vestito degli abiti papali con il triregno ed un libro stretto al petto con la mano sinistra che regge una ferula, il bastone papale a tre croci.

La circostanza che sulla testa di Simmaco sia posto come copricapo il triregno (ovvero la tiara papale con tre corone) è frutto di una invenzione dell’artista perché notoriamente questo tipo di copricapo fu introdotto da Benedetto XII nel 1342 quando aggiunse alla seconda corona voluta da Bonifacio VIII una terza corona a simboleggiare la superiorità dell’autorità morale del papa rispetto al potere degli altri regnanti terreni.

Ma perché nella cattedrale di Venafro l’immagine di papa Simmaco che resse la Chiesa romana dal 498 al 514?

Veduta di Venafro del Pacichelli (1695)

Il primo vescovo documentato per la diocesi di Venafro è un Costantino di cui si conosce l’esistenza grazie ad una lettera inviatagli da papa Gelasio I nel 492 ed alla sua presenza al Concilio Romano II, convocato da papa Simmaco nel 498.

Con il dissesto dell’Impero anche questa parte del territorio italico aveva subito pesanti depauperamenti, tuttavia qualcosa dovette sopravvivere delle preesistenze romane se è vero che nell’ambito della organizzazione vescovile della Chiesa si sia stabilito di tenere un vescovo in quel nucleo che ancora conservava l’intero impianto urbano dell’antica Venafrum.

Al tempo di Teodorico, Gelasio I (492-496) aveva affermato la auctoritas sacrata pontificum e la regalis potestas, ma, dopo il breve pontificato di Anastasio (496-498), papa Simmaco (498-514) dettò le regole anche contro lo stesso Teodorico che ne aveva confermato l’elezione in un momento di particolare turbolenza dentro la Chiesa.

Simmaco ebbe un papato burrascoso per una serie di lotte interne e di contrasti con altre ali della Chiesa. Appare chiara, dall’operato di questo papa, la necessità di sistematizzare e razionalizzare il controllo del territorio attraverso una puntuale dislocazione delle sedi vescovili in tutto il territorio su cui esercitava il controllo spirituale. In assenza di fonti particolarmente esplicite, l’elencazione dei vescovi partecipanti ai Concili romani ed il riferimento per ogni vescovo alla città di provenienza, è sicuramente utile per definire la mappa della organizzazione ecclesiastica con la dislocazione dei diretti collaboratori del successore di Pietro.

Questi Concili avevano chiaramente anche un significato strategico nell’ambito dello scontro che ormai si prolungava da qualche anno con lo scismatico Lorenzo, vescovo di Nocera, che nell’anno 502 a Roma, aiutato dai senatori Festo e Probino, si insediò come papa. Si trattava, in quella occasione,  non solo di annullare una serie di atti decretati da precedenti pontefici e che erano alla base delle contestazioni avanzate da Lorenzo, ma anche di verificare la consistenza della presenza sul territorio dei vescovi che rimanevano fedeli a Simmaco. Il Concilio del 6 novembre 502 si tenne in condizioni drammatiche all’interno di S. Pietro dove papa e vescovi si erano rinchiusi e le cui conclusioni, chiaramente favorevoli a Simmaco, furono un ulteriore elemento per altri quattro anni di dure lotte.

Certamente dalla logica papale della estensione del controllo territoriale su questa parte della penisola, la valle del Volturno non poteva rimanere fuori. Una indiretta conferma ci viene dalla considerazione che esisteva la necessità, per il papato, di assicurarsi una rete di sedi cattedrali che in qualche modo potessero garantire un reciproco collegamento tra i vari vescovi. Seguendo un criterio già ampiamente adottato nella pianificazione territoriale romana le sedi vescovili ripeterono con precisione la rete dei municipi o delle prefetture antiche in maniera tale che i vari punti potessero essere agevolmente raggiungibili con una giornata di cammino a piedi.

Cattedrale Venafro

Per questo la presenza di una cattedra sul luogo della preesistente città di Venafrum, si giustifica anche con la necessità di fissare un punto intermedio tra la sede di Samnia (S. Vincenzo al Volturno) e quella di Teanum (Teano), tra quella di Aesernia (Isernia) e quella di Casinum (Cassino), che altrimenti sarebbero troppo distanti tra loro.

Dalla lettera di Gelasio si desume che in Venafro la Chiesa, intesa come organizzazione di credenti, era ben organizzata e funzionante tanto che il papa raccomandava al vescovo Costantino di  fare molta attenzione nell’accogliere persone sconosciute. Era già accaduto che lo schiavo di un ebreo di nome Giuda si era rifugiato nella comunità venafrana dichiarando di essere stato circonciso dal suo padrone nonostante fosse cristiano. Gelasio si preoccupava evidentemente del fatto che molti ebrei, per uscire dalla loro condizione di schiavitù, si dichiarassero cristiani e si avviassero alla carriera ecclesiastica per acquistare lo stato di liberi.

Dopo Costantino nella storia venafrana, pur essendo documentata la sopravvivenza della struttura diocesana, non vediamo comparire per oltre cinque secoli il nome di alcun vescovo, conseguenza di una crisi urbana succeduta alla conquista longobarda dell’Italia meridionale. Ma anche se la città, da quella esiguità di documenti che ci sono pervenuti, risulta impoverita sia in numero di abitanti che in consistenza economica, essa continua a sopravvivere soprattutto grazie alla permanenza di quelle strutture urbane che erano state create dai Romani.

E non è solo l’anfiteatro o l’impianto delle insulae romane che costituiscono il naturale riferimento, anche strutturale, di quelle case che, nel tempo e con tipologie diverse, vi si sovrapporranno. Sono spesso gli elementi architettonici di una certa consistenza, o più semplicemente le pietre squadrate dei gradini del teatro o di mausolei funerari di dimensioni notabili, che divengono occasioni per ricomposizioni architettoniche che vanno ad assumere funzioni e spazialità totalmente diverse da quelle per le quali tali elementi erano stati lavorati.

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