Franco Valente

Le croci stazionarie di Cercemaggiore

Le croci stazionarie di Cercemaggiore

Franco Valente

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Segnalatami da Giovanni Mascia, l’ho potuta vedere meglio grazie all’interessamento di Valentina Marino che si è impegnata a far togliere un po’ di rami di un albero che ne impedivano la vista. Notizie su questa bella croce ho potuto ricavarle da un bell’articolo che Stefano Vannozzi pubblicò qualche anno fa sciogliendo anche le sue epigrafi.

La croce stazionaria di Cercemaggiore si trova ora malamente collocata in un angolo della piazza di S. Rocco, tra una cabina telefonica ed un platano. Opportunamente restaurata a cura dell’amministrazione comunale è stata recentemente rimontata dove era stata sistemata nel 1844 dopo essere stata trasferita da un altro luogo dove presumibilmente era rimasta dal 1596. Tanto si ricava da due date segnate sulla base della colonna. La prima è del 1569, la seconda del 1844, ambedue poste sul prospetto posteriore.

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All’anno 1569 deve dunque farsi risalire la sua realizzazione quando si decise di lasciare i modelli a croce guelfa per indirizzarsi verso forme che attingevano alla tradizione rinascimentale.

Al contrario del basamento e del capitello di appoggio, la croce dai terminali trilobati dei bracci, è piuttosto semplice. Sul fronte un Cristo dalla corporatura possente è scolpito a rilievo molto pronunciato. L’immagine è molto rovinata e il viso è pressoché irriconoscibile. Il perizoma è costituito da un panno annodato lateralmente. I piedi sono sovrapposti ed inchiodati con un solo chiodo. In alto è posizionato, secondo il solito, un cartiglio nel quale sopravvive molto consumato l’acronimo INRI.

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Su prospetto posteriore una Madonna dall’ampio mantello, che appoggia su una grande luna  dai corni crescenti, regge il Bambino sul braccio destro ed ha la testa circondata da un’aureola in forma di raggi luminosi.

La croce si appoggia su un bel capitello ionico dalle volute raccordate da due semi-ovuli ed un ovulo liscio quasi circolare. Ben lavorato è il pulvino lanceolato con un balteo molto semplice. La consistente cornice sull’abaco  è a gola rovescia.

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Sul collarino dell’esile colonna circolare un’epigrafe, le cui lettere sono parzialmente illeggibili, sembra possa riferirsi all’autore dell’opera: MAG(ister) ANG(elus) F(ecit) SUA ….. F. C..

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Più chiare, come spiega Stefano Vannozzi, le epigrafi recate dalla base. Sulla fascia alta: CARITATIS OP(us) EST  A(nno) D(omini) 1569. Su uno dei pannelli: H(oc) L(oco) M(emoriae) P(osuerunt).

Sulle quattro facce del pilastrino sono poste decorazioni geometriche e floreali. Su una sono poste due rosette a 5 petali caricate di un’altra rosa abbottonata. Sulla seconda racemi stilizzati di una quercia con le ghiande. Sulla terza un fiorone a 5 petali lanceolati e un pendente a sette rami. Sulla quarta due borchioni quadrati posti a 45 gradi.

Al piede del pilastro l’anno 1844 e il termine RESTAURATA si riferiscono a uno spostamento della croce dal luogo originario che, probabilmente, era davanti alla diruta chiesa di  S. Pietro.

Sicuramente enigmatici sono i quattro schemi della cosiddetta “triplice cinta” che si trovano sul gradino di appoggio della croce, parallelamente alle facce del pilastro di base. Si tratta delle linee rozzamente scanalate di un gioco molto popolare presso i romani e che oggi conosciamo con il nome di filetto o di trix.

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Di questo gioco si trovano esempi a decine nelle aree archeologiche su pietre che in origine formavano i sedili del teatro o le soglie di una qualche porta o di una scalinata dove i ragazzi di allora vi avevano segnato indelebilmente con un punteruolo il tracciato su cui, poi, facevano muovere le pedine.
La sua origine è orientale, ma, oltre che su pavimenti greci, un esempio si trova anche in un tempio di Kurna in Egitto.

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Pare che a quel gioco si riferisse Ovidio in due versi che mette nei Tristia (II, 481 82) e che ripete nell’Ars Amatoria (III, 365-66): «Parva tabella capit ternos utrinque lapillos / In qua vicisse continuasse suos».

Nel nostro caso la pietra circolare sembra essere fatta già dall’origine per reggere al suo centro un pilastrino o una colonnina di un apparato votivo, sicché si può immaginare che si tratti della riutilizzazione di una pietra che in epoca romana svolgeva una funzione analoga, oppure che in epoca relativamente moderna, e comunque dopo il 1569, a Cercemaggiore il gioco della triplice cinta (o filetto che dir si voglia) fosse praticato dai ragazzi del luogo sotto la croce.

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Una seconda croce si trova a Cercemaggiore, in posizione isolata, e viene popolarmente chiamata “croce di Lullo”, che è il nome che viene dato anche a quel gruppo di case che le sta attorno.

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E’ piuttosto rozza e potrebbe essere, come quella di S. Rocco, della fine del XVI secolo. Poggia su una stele piramidale ed ha i bracci con terminazione trilobata. Da una parte vi è l’immagine di una croce stilizzata malamente scolpita e dall’altra una sagoma di una figura orante con le braccia alzate e dalla lunga tunica. Potrebbe essere una Madonna Assunta.

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Una terza croce era sistemata a una cinquantina di metri del convento di S. Maria della Libera, molto fuori del centro abitato. Rimane di essa solo il basamento e un frammento della colonnina su cui poggiava. Il tutto ricoperto da rovi e ferraglie abbandonate.

Forse una ripulita dell’area potrebbe permettere di recuperare i pezzi abbattuti se non sono stati preventivamente trafugati.

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