Cattedrale di Venafro. Il vescovo Antonio Mancini (1427- 1465)

Il vescovo Antonio Mancini e l’affresco di Cobella d’Alferio

Franco Valente

estratto da Franco Valente, La Cattedrale di Venafro, Storia, arte e architettura (in preparazione)
(Con preghiera di citare la fonte in caso di utilizzazione del testo per motivi di studio. Questo articolo è protetto da diritti Creative Commons)

Una data certa per le vicende architettoniche della Cattedrale di Venafro è ricavabile da una lapide (1408 IVBILE…) che, sopravvivendo sul fronte della chiesa in posizione capovolta, inequivocabilmente attesta che la facciata, nella sua composizione generale, non può essere anteriore al 1408, confermando la tradizione che attribuisce al vescovo Antonio Mancini una riedificazione di questa insigne basilica.

Era stata letta anche da Cosmo De Utris e riportata nei suoi Annali di Venafro all’inizio del XIX secolo, ma se ne era persa la memoria perché successivamente intonacata.

L’epigrafe, riscoperta da chi scrive nel 1972 dopo i lavori di restauro, è importante ai fini della datazione della facciata perché fa dedurre che alla data del 1408 quella pietra si trovasse in altra parte dell’edificio, sicuramente sullo stesso prospetto, ma nella giusta posizione (F. VALENTE, Venafro, origine e crescita di una città, Napoli 1979).
Inoltre, la circostanza che si trovi ad essere inserita tra le pietre squadrate delle prime file in basso della facciata, attesta inequivocabilmente che le pietre soprastanti non possono essere state collocate prima di quella data. Invece, la sezione delle modanature che sono alla base del prospetto ci permette di potere affermare che essa si sia allineata sul precedente impianto, in quanto tali cornici sono identiche a quelle della facciata meridionale che insieme al campanile, sicuramente, non fu interessata da lavori di rifacimento quattrocentesco.
Una ulteriore conferma del totale rifacimento della facciata ci viene anche dall’esame del materiale lapideo che viene utilizzato.
Già altre volte ho sostenuto che dall’epoca successiva al terremoto del 1349, e sicuramente dal 1400 in poi, a Venafro si fece grande uso di quella particolare pietra che popolarmente viene chiamata pipierno, che non è altro che un travertino molto poroso che si trova in pianura (in particolare nel territorio di Pozzilli, dalle Camerelle verso il Volturno), essendo una formazione di origine lacustre.

E’ particolarmente importante il limite estremo, in basso, della facciata meridionale. In quel punto, immediatamente sotto la grande pietra proveniente dal teatro romano dove si vedono i gradini dei klimates, i blocchi sono appunto di travertino e sono stati con evidenza incastrati nella muratura sopravvissuta al sisma per garantire una buona ammorsatura della nuova.
Un intervento che, però, non dovette sortire l’effetto desiderato se in epoca successiva, forse dopo il terremoto del 1456, il vescovo Mancini decise di rifare completamente la facciata cui successivamente furono aggiunti i rinforzi lapidei, in forma di pronunciati semipilastri, che ancora sopravvivono.

Nella seconda metà del XV secolo, mentre in altre parti della Penisola si andavano affermando i canoni del Rinascimento, in Venafro ancora continuavano a sopravvivere le ultime espressioni della cultura medioevale, pur se, comunque, il nuovo clima culturale in qualche modo cominciava ad avvertirsi.

L’architettura della Chiesa Cattedrale di Venafro ne è una diretta conferma per il fatto che i maestri esecutori e la committenza vescovile non appaiono essere stati capaci di approfittare, in quel periodo, della necessità di dover procedere a consistenti opere di riparazione dell’edificio basilicale per proporre in chiave rinascimentale la nuova composizione spaziale che si sarebbe dovuta determinare. Al contrario di quello che accadrà nel XVI-XVII secolo quando, seguendo le linee programmatiche della Controriforma cattolica, il Duomo, pur conservando il suo impianto planimetrico, fu modificato nella concezione spaziale interna con l’aggiunta di elementi architettonici che non si limitarono solo ad una riqualificazione decorativa dal gusto barocco.

Così il Cotugno (G. COTUGNO, Memorie historiche di Venafro, pp. 154-155) : Antonio Mancini di Venafro Primicerio della Chiesa istessa fu eletto Vescovo da Martino V a 18 Dicembre 1427. Conservasi nell’Archivio Capitolare una bolla col “Datum Romae apud SS. Aposto1os XV. KaI. Januar. Pont. nostri. An. X”, e vi si legge la vacanza di questa Chiesa per la morte di Andrea colle parole: dudum siquidem bon. mem. Andraeae Episcopo Venafrano regimini Ecclesiae Venafranae praesid. etc. Dippiù. “Postmodum cum dicta Ecclesia per obitum ejusdetn Andreae Episcopi, qui extra Romanam Curiam etc”. Non si fa menzione di Carlo, ma sol di Andrea. Comunque, il nostro Mancini si rese utilissimo alle. sua Chiesa, di cui ricuperò molti beni e dritti. A suoi consigli D. Francesco de Buschettis, e D. Narda madre donarono al Capitolo e Mensa Vescovile la decima parte del grano proveniente da’ molini della Corte, come per Notar Lucio de’ Cisternis il 1435 transatta poi col giardino del Palazzo Vescovile. Governò la sua Chiesa 38. anni. Trovasi sottoscritto da Canonico il 1403 nella pergamena transuntata della bolla di Alessandro 111. Dicono, che gli fosse stata eretta una picciola statua che vedesi sul campanile , detta “Antuono”, oggi rimasta alquanto sfigurata.

In realtà, forse, al Mancini, che morì vecchissimo, può attribuirsi l’iniziativa della riparazione o una sostanziale ristrutturazione della torre campanaria, preesistente e non crollata dopo il disastroso terremoto del 1456, per cui l’immagine del vescovo benedicente, che, come abbiamo visto (http://www.francovalente.it/?p=686), io ritengo essere invece Pietro di Ravenna, da allora venne popolarmente e familiarmente chiamata Antuono, come già riportava il Valla nel XVII secolo.

Il vescovo Antonio Mancini agli inizi del XV secolo dovette probabilmente preoccuparsi di risolvere i numerosi problemi creatisi a seguito dei vari terremoti che avevano compromesso la situazione statica dell’edificio e, senza modificare l’impianto planimetrico generale, provvide alla totale ricostruzione della facciata che, però, conservò non solo il precedente posizionamento, ma riutilizzò anche gli elementi dei preesistenti portali, forse semplificandone la composizione con la eliminazione di parti non più riutilizzabili.


La Madonna con Bambino e Cobella di Castelpetroso

Nel 1458, quando ancora vescovo di Venafro era Antonio Mancini, moriva Cobella di Alferio di Castelpetroso. Il marito Cristoforo Mancini (evidentemente un familiare del vescovo) commissionava l’affresco che è tra i più belli del Molise per la freschezza di esecuzione e l’immediatezza compositiva. La parte dominante è costituita da una Madonna seduta mentre tiene in grembo il Bambino benedicente vestito di una tunicella le cui pieghette sono raccordate all’orlo del girocollo.

L’ampio mantello, che si apre solo per mostrare il figlio, la copre dalla testa ai piedi con un panneggio che scenograficamente fa solo intravedere lo sgabello regale su cui si appoggia. Al bordo del mantello si aggrappa il Bambino per non perdere l’equilibrio, determinando la sensazione di un rapporto di materna protezione. In basso, coperta da un drappo di velluto nero con un grande croce bianca, è distesa, come se stesse dormendo, la nobildonna Cobella con la testa poggiata su un cuscino, anch’esso di velluto, e le braccia incrociate sui polsi.

L’epigrafe in caratteri gotici rivela la dedicazione: HIC REQUIES(cit) COR(pus) CLARE MEMORIE D.NE COBELLE DE ALFERIO DE CASTELLO PETRUSO USSORIS NOBILIS VIRI XPHORI DE MANCINIS DE VENAFRO – ANNO D.NI MCCCCLVIII MENSE FEBRUARII VI IND.

L’epigrafe é stata ripetutamente trascritta in maniera erronea attribuendo l’appartenenza di Cobella ad una inesistente famiglia Alario. In realtà si tratta della famiglia di Alferio d’Isernia che ricevette il feudo di Castelpetroso nel 1319 e lo tenne per un periodo imprecisato. Nel 1458, anno di morte di Cobella, il feudo di Castelpetroso apparteneva comunque ai Pandone.

Questa famiglia discendeva da Alferio d’Isernia che comprò il feudo di Castelpetroso nel 1319 da Burlesca Roccafoglia (G. B. MASCIOTTA, Il Molise dalle origini ai nostri giorni, Vol.III,  Cava dei Tirreni 1953, p. 190). Dei tre figli, Nicola successe al padre ed i suoi discendenti tennero il feudo fino alla metà del XV secolo, poco prima della morte di Cobella.

Il volto della madonna è opera del pittore venafrano Giuseppe De Marco che integrò (e fece bene) l’originale in sede di restauro negli anni Settanta.

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Commenti

4 risposte a “Cattedrale di Venafro. Il vescovo Antonio Mancini (1427- 1465)”

  1. Caro si. Valente,
    solo per segnalarle che il travertino non è una roccia di origine lacustre.

  2. Gentile Paolo,
    Le sarei grato se desse qualche spiegazione più precisa sulla formazione dei travertini.
    F.V.

  3. Be’, in particolare quello di Pozzilli è di origine fitoermale ed è dovuto alla risalita di Co2 profonda lungo la faglia delle Aquae Iuliae, che lì attraversa il Volturno.

  4. Caro Franco,
    colgo l’occasione per ringraziarti del prezioso contributo fornitoci durante l’indagine sulla Cattedrale di Venafro, un frammento tangibile di storia tanto importante, quanto sottovalutato, direi quasi ignorato, dalla stragrande maggioranza dei nostri conterranei .

    Vorrei avanzare alcune riflessioni riguardanti la datazione della facciata, che, spero, possano essere un contributo seppur minimo al dibattito volto a mettere ordine nelle convulse vicende storiche del monumento.

    Due elementi , a parere mio e del mio collega di studio, andrebbero presi in esame per meglio comprendere le vicende legate all’iscrizione da te citata, che indurrebbe noi tutti a considerare il fronte della chiesa postumo al 1408.

    1. All’inizio del XIX secolo, quando De Utris rende nota l’esistenza dell’iscrizione, la porzione di fronte su cui insiste la pietra era occupata da una parasta, rimossa durante il restauro degli anni ‘60.

    Dunque, sarebbe stato impossibile per lo storico venafrano l’avere notizia dell’iscrizione se essa si fosse trovata lì dov’è collocata oggi.

    2. Come possiamo leggere sul frammento del manoscritto da te riportato in questa pagina, De Utris configura la collocazione dell’iscrizione “ nel pilastro esteriore verso il monte” .

    A nostro parere, De Utris fa riferimento esplicito alla faccia sul lato destro (verso il monte) di una delle 3 paraste(pilastro esteriore) rimosse negli anni ‘60. Con buona probabilità, nella circostanza del restauro, la pietra recante l’iscrizione è stata recuperata dallo smantellamento di una parasta, plausibilmente da quella sulla sinistra della Porta Santa, e ricollocata capovolta sul fronte della chiesa.

    Sperando di aver compiuto cosa gradita e rimarcando tutta la stima e la gratitudine per l’impegno da te profuso a vantaggio di una nostra crescente presa di coscienza del patrimonio storico, architettonico e culturale in genere,
    ti rinnovo i miei saluti.

    Emmanuele Chiri

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