Lo scampato pericolo della nobildonna Rectina
Franco Valente
Nella celebre lettera che Plinio il Giovane invia nel 79 d.C. a Tacito si racconta della morte di suo zio Plinio il Vecchio che si trovava a Miseno dove dirigeva la flotta che gli era affidata e da dove partì per osservare da vicino gli effetti dell’eruzione del Vesuvio su Pompei.
Della descrizione a noi interessa un particolare: quello relativo al salvataggio di Rectina, moglie di Tasco.
Così Plinio il Giovane comincia il suo racconto:
Caro Tacito
(…)
Egli (Plinio il Vecchio) era a Miseno ove personalmente dirigeva la flotta. Il nono giorno prima delle calende di settembre (24 agosto), verso l’ora settima, mia madre gli mostra una nube inconsueta per forma e grandezza. Egli, dopo aver fatto un bagno di sole ed uno d’acqua fredda, se ne stava disteso, fatta una piccola colazione, a studiare: chiese le scarpe e salì in un sito donde poteva essere meglio osservato tale fatto straordinario. Una nube stava sorgendo e non era chiaro all’osservatore da quale monte s’innalzasse (si seppe, poi, essere il Vesuvio), il cui aspetto fra gli alberi s’assimilava soprattutto al pino. Essa, infatti, levatasi verticalmente come un altissimo tronco, s’allargava in alto, come con dei rami; probabilmente perché, innalzatasi prima spinta da una corrente ascendente, esauritasi, poi, o per cessazione della sua spinta, o vinta dal suo stesso peso, distesamente si espandeva: bianca a tratti, altra volta nera e sporca a causa della terra e della cenere che trasportava.
Da uomo eruditissimo qual era, egli ritenne che il fenomeno dovesse essere osservato meglio e più da presso. Ordina, allora, che gli sia apprestata una liburna (battello veloce), mi autorizza, se voglio, ad andare con lui, ed io gli dico che preferisco restare a studiare e, per puro caso, egli mi aveva assegnato dei lavori da stendere.
Era sul punto d’uscir di casa: riceve un messaggio di Rectina, moglie di Tasco, atterrita dal pericolo che vedeva sovrastarla (la sua villa era, infatti, ai piedi del monte, e nessuna possibile via di scampo v’era tranne che con le navi)
(accipit codicillos Rectinae Tasci imminenti periculo exterritae nam villa eius subiacebat, nec ulla nisi navibus fuga);
Supplicava d’esser sottratta a tale pericolo. Egli, allora, mutò consiglio e, quello che intendeva compiere per amor di scienza, fece per dovere
Dette ordine di porre in mare le quadriremi e s’imbarcò egli stesso, per portare aiuto non alla sola Rectina, ma a molti (infatti, per l’amenità dei siti, la zona era molto abitata). S’affretta proprio là donde gli altri fuggono, va diritto, il timone volto verso il pericolo, così privo di paura da dettare e descrivere tutti i fenomeni della tragedia che si compiva esattamente come si presentava ai suoi occhi. Già la cenere pioveva sulle navi, sempre più calda e densa quanto più esse si avvicinavano; e si vedevano già pomici e ciottoli anneriti e bruciati dal fuoco e spezzati, poi un passaggio e la spiaggia bloccata dai massi proiettati dal monte.
(LETTERA DI PLINIO IL GIOVANE A TACITO – Lettere, VI, 16)
Il racconto continua ma nulla Plinio dice dell’esito del salvataggio di Rectina, la nobildonna romana moglie di Tasco.
Ora spostiamoci nel monastero di S. Maria di Casalpiano in agro di Morrone nel Sannio, un luogo del tutto estraneo a Pompei e a Miseno.
Teodoro Mommsen trascrisse nel suo Corpus delle iscrizioni latine una lapide ritrovata in agro di Morrone e alla quale non attribuì una particolare importanza.

Si tratta della iscrizione che i servi di una villa romana avevano fatto incidere sul fronte di un piccolo altare in segno di ringraziamento alla divinità per aver fatto ritornare la loro padrona a casa dopo uno scampato pericolo.
Mommsen lesse il nome della nobildonna, Rectina, ma non lo collegò ad alcun fatto particolare.
Nel 1939 la lapide venne letta da A. W. Van Buren, uno studioso americano, il quale ebbe una straordinaria intuizione: la Rectina dell’altare votivo della villa romana di S. Maria di Casalpiano potrebbe essere la stessa Rectina del racconto di Plinio il Giovane.
A. W. Van Buren sulla pietra ritrovata tra i ruderi di quell’antica villa romana, aveva scoperto il finale dell’avventura della nolbildonna romana.
Rectina, dunque, fu presa su una delle navi di Plinio e portata in salvo. Da Miseno, poi si recò nella sua villa presso il Biferno dove l’accolsero i suoi servi che, saputo dello scampato pericolo dall’eruzione del Vesuvio, vollero ringraziare gli dei e ricordare l’episodio con questa epigrafe che il liberto C. Salvio Eutico fece scolpire sulla base dell’altare dedicato agli dei lari:
C. SALVIVS EVTICHVS
LARIBVS CAS(anicis)
OB REDITVM
RECTINAE N(ostrae)
V(otum) S(olvit)
Caio Salvio Eutico,
ai Lari domestici,
per il ritorno
della nostra Rectina,
sciolse questo voto
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