Un mistero a Isernia: Di chi è quella testa?

Non sapremo mai a quali personaggi romani appartengano le quattro statue che da almeno seicento anni sono ai quattro spigoli della base del campanile di S. Pietro a Isernia.

Ad una di essa manca la testa. Altre due teste sembrano provenire da altre statue romane. La quarta, invece, è di epoca sicuramente più moderna. Se ne accorse Silvia Diebner  (S. DIEBNER, Aesernia-Venafrum, Roma 1979) che notò, studiando le pietre di Isernia, che era scolpita su un calcare diverso da quello comunemente usato in altri bassorilievi.

Ma l’attenzione della Diebner si rivolse particolarmente alle caratteristiche stilistiche che non sembravano riconducibili all’epoca romana. Ipotizzò che si trattasse di una testa di epoca federiciana, quindi del XIII secolo.

Una considerazione che, per quanto autorevolmente credibile, ci costringe a cercare di capire qualcosa di più. Se non altro per tentare di sapere come possa essere finita quella testa sulla statua isernina.

La statua romana che si rifà a modelli tardo-ellenistici dell’Asia Minore, dalle spalle in giù, è di una donna dal fisico alto. Si appoggia sulla gamba sinistra e il braccio sinistro è piegato in maniera che l’avambraccio possa reggere la piega dell’ampio velo che, avvolgendo il corpo dal basso, scende dalle spalle.  Chi realizzò la statua aveva ben chiaro l’effetto che avrebbe ottenuto differenziando il pieghettato appena accennato del velo da quello della sottoveste  che si stringe in particolare nella fascia che fuoriesce in basso all’altezza delle caviglie facendo solo immaginare i calzari che, invece, sono interamente coperti.

La sottoveste ha la vita molto alta e, grazie all’ottima capacità plastica dello scultore, complessivamente mette in evidenza un corpo particolarmente morbido e sinuoso.

Si tratta, dunque, di una statua di cui non si conosce la provenienza. Potrebbe essere stata nell’area del foro e quindi trovata nelle vicinanze della base del campanile.
Ma non è questo che rende intrigante la sua esistenza.
In epoca sconosciuta nell’incavo del collo, al posto della scomparsa testa originaria, ne fu inserita un’altra che, molto probabilmente, apparteneva ad una qualche personalità isernina del XIII secolo.

Il particolare degrado del volto rende anche arduo stabilire definitivamente se appartenesse ad un uomo o una donna.

Ma vediamo quali rapporti vi fossero all’epoca di Federico II di Svevia tra lui e le famiglie di cui poteva fidarsi. Tra esse spicca la famiglia Rampino di cui poche notizie possiamo ricavare dal Ciarlanti (Memorie Istoriche del Sannio – Isernia 1644), dal Masciotta (Il Molise dalle origini ai nostri giorni, Cava dei Tirreni, 1952) e dal Viti (Note di Diplomatica ecc., Napoli 1972).

Il Ciarlanti cosi riferisce a proposito del dominio di Federico Il e della situazione del Sannio nel 1211:
Erano stati occupati in tante rivolte diversi beni della Real Corte, e volendo l’Imperador ridursi sotto il suo imperial demanio, elesse perciò il giustiziere Teodino di Peschio Lanciano e gli assignò due giudici ambedue di Isernia, l’uno chiamato Carado, e l’altro Rampino, da cui è discesa la nobile famiglia de Rampini. Eseguirono costoro il loro ufficio, e specialmente in essa città la qual era sotto l’Imperadore, e non ad altri soggetta, e ancorché fosse, come è anche al presente, la più grande del contado, come si vede per una scrittura fatta nel mese di Decembre 1221, che si conserva nell’Archivio di Canonici di quella”.

Ma più interessante può ritenersi la citazione successiva, sempre del Ciarlanti, a proposito di Benedetto d’Isernia: “Fu questo Benedetto Dottore molto famoso, e di tanta dottrina, e valore, che l’Imperadore l’adoprò in non pochi importanti negotij, e lo sublimò all’ufficio di Gan Cancelliero del Regno, per lo quale li assignò il feudo comunemente detto della Cancelleria, posto nelle pertinenze di Castello a mare, di Stabia, di Lettete, di Gragnano, di Nocera, d’Angri, e di Scafati, con le cui entrate hauesse egli a mantenersi, e tutti gli altri minori Ufficiali della Cancelleria; come si vede in una scrittura del Monastero di S. Giacomo de Capri de Certosini, c’hora detto feudo possiede. E perciò fa di lui honorata mentione il Capaccio nell’Histor. Napolit. e nella patria sono più sue memorie, a scritture. Hebbe per moglie Maria figlia di Rampino Giudice Imperiale nominato sopra, e per essere stato imposto ai suoi descendenti anch’il nome di Rampino, si convertì poi questo in cognome di famiglia, la qual visse in Isernia con molta nobilità uffici lungamente, come appresso si vedrà.

Possiamo pure aggiungere che Benedetto d’Isernia fu tra i professori più autorevoli, già prima del 1231, della Università degli studi di Napoli, fondata nel 1224 da Federico Il per l’insegnamento del diritto civile, diritto economico, teologia, filosofia, grammatica e delle “artes dictarninis” (vedi: Nicola Cilento – “La cultura e gli inizi dello studio” in “Storia di Napoli”, vol. II pag. 616, ESI, Napoli 1969).

Si potrà riuscire a trovare una qualche rapporto tra questi personaggi e la misteriosa testa federiciana dell’arco di S. Pietro? Ne dubito.
Niente ci aiuta.
Rimane solo il confronto stilistico con altri frammenti di piccole sculture che genericamente possono definirsi federiciane perché sicuramente contemporanee al grande imperatore o, comunque, dell’epoca immediatamente successiva che, nonostante una diffusa “damnatio memoriae”, fu fortemente condizionata dalle innovazioni stilistiche della corte sveva.



Le immagini di riferimento sono tratte dal volume: AA.VV., Federico II, Marsilio editore, Venezia 1995

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