I Borboni assolti a Isernia. Il processo finisce sul Corriere della Sera nella pagina della Cultura.
Alessandro Dumas li chiamava “i Borboni”. I raffinati della lingua italiana vorrebbero che si dicesse “i Borbone”.
A me va bene l’uno o l’altro modo. Quello che conta è la sostanza.
Ieri a Isernia si è tentato di processare e condannare i Borboni.
Questo il capo di imputazione:
Tradendo le straordinarie premesse riformiste del 700, i Borboni si sono progressivamente rinchiusi una gestione reazionaria dei processi sociali e degli affari istituzionali, legata a una contrapposizione serrata ai principi e ai valori della rivoluzione francese del 1789. Questa scelta si inverava prima nel massacro dei giacobini nel 1799, per culminare infine in una persistente e sempre più miope difesa di un’idea autocratica della sovranità, nel rifiuto di ogni concezione nazionale e costituzionale, tanto da consegnarsi, nel cuore del XIX secolo, all’isolamento internazionale temperato soltanto da un pressoché esclusivo rapporto con la Russia zarista dei Romanov. In quelle condizioni, il più grande e il più “italiano” tra i regni della penisola preunitaria abdicava alla funzione di dirigere il processo risorgimentale, lasciando campo libero all’iniziativa garibaldina, ma soprattutto al compimento sabaudo.
L’accusa è stata sostenuta dal prof Giovanni Cerchia, docente di Storia Contemporanea all’Università del Molise.
La difesa era stata affidata a me che scrivo, perché vengo considerato (in maniera non corretta) un filo-borbonico.
Un aggettivo che non ha senso per chi come me attribuisce la fine del governo illuminato dei Borbone alla circostanza che si poteva essere governanti illuminati solo perché ancora non si era affermato il capitalismo inglese del quale l’Italia Unitaria sarebbe stata uno strumento.
Un processo architettato da Antonio Sorbo che ha scelto, oltre il Pubblico Ministero e l’avvocato della Difesa, anche la Corte Giudicante, costituita da studenti di varie scuole della provincia e presieduta da Enrico Papa, esperto giudice di Cassazione .
Ovviamente, essendo io di parte ed essendo un sostenitore appassionato della grande epopea borbonica, ero convintissimo che il verdetto sarebbe stato di assoluzione.
In effetti l’accusa si è dovuta arrampicare sugli specchi perché non era facile contestare l’evidenza. Il prof. Cerchia è stato abilissimo nello spostare l’attenzione sulle questioni che hanno lasciato un ricordo poco piacevole del governo borbonico, a cominciare dalla reazione sanfedista del 1799 o quella delle giornate napoletane del 1848.
Questioni sulle quali ancora si deve fare luce e delle quali solo negli ultimi anni si comincia a definire il contesto che ne ha determinato gli sviluppi.
Fedele al principio che la miglior difesa è l’attacco, la mia linea è stata quella di far capire che non vi fu alcuna mobilitazione di popolo in soccorso dei Savoia.
Gli avvenimenti del 1860/61 sono paragonabili ad una violenza carnale il cui frutto merita il rispetto senza nulla togliere alla turpitudine di chi ha compiuto la violenza.
I violentatori furono i Savoia. I violentati furono i Borboni.
Dal regno di Napoli predarono tutto, a cominciare da quella immensa quantità di oro che aveva permesso alla moneta napoletana di essere solidissima perché alla moneta circolante corrispondeva eguale valore di oro, quando per il Piemonte alla moneta circolante corrispondeva solo un terzo di oro realmente depositato.
Sicuramente da questa violenza carnale è nata l’Italia. Una figlia meritevole di rispetto soprattutto perché in età matura quella figlia si è dotata di una Costituzione che, la più bella del mondo, ha restituito dignità e democrazia al popolo che l’aveva generata.
Doveva essere un giudizio sui Borbone.
E’ venuto fuori un atto di accusa ai Savoia che, giudicati dalla storia, furono poi cacciati dall’Italia democratica per la loro indegnità.
Sono bastati i giudizi di alcuni grandi storici e di alcuni grandi giornalisti per chiudere la partita a favore dei Borboni.
Antonio Gramsci (a proposito di Custoza):
” La politica incerta, ambigua, timida e nello stesso tempo avventata dei partiti di destra piemontesi fu la cagione della sconfitta;
essi furono di una astuzia meschina, essi furono la causa del ritirarsi degli eserciti degli altri stati Italiani, napoletani e romani, per aver troppo presto mostrato di volere l’espansione piemontese e non una confederazione italiana; essi non favorirono ma osteggiarono il movimento dei volontari (…) pensando di poter vincere gli Austriaci con le sole forze regolari piemontesi , o avrebbero voluti essere aiutati a titolo gratuito”.
Giovanni Spadolini:
“Quella dei Savoia era una dinastia ambiziosa ed intraprendente all’estero, retrograda e conservatrice all’interno.
Più astuta che geniale. Più fortunata che gloriosa. Più abile che audace.
Una sola meta: estendere lo Stato sabaudo verso est e cioè verso le pingui pianure lombarde.
Il Risorgimento era stato troncato a mezzo delle sue aspirazioni (…) i Savoia sono rimasti gli stessi, utilitari ed esclusivisti piemontesi di prima e hanno tentato di piemontizzare l’Italia, appoggiandosi alla sua ottusa e superba consorteria militare e accaparrandosi con concessioni e compromessi i diversi ed eterogenei partiti politici, espressioni più di clientele che di popolo”.
Denis Mack Smith
“Contrariamente alla versione raccontata sui libri della storia ufficiale il popolo meridionale non partecipò al Risorgimento”
Paolo Mieli
“La stagione risorgimentale e post-risorgimentale è fatta di migliaia di morti, lotte, spari, massacri.
Abbiamo vissuto una lunga guerra civile, di reietti contro buoni. Il popolo, soprattutto dell’Italia meridionale, è stato all’opposizione; lo era dai tempi delle invasioni napoleoniche.
C’erano stati moti molto forti, per diciannove anni, sino al 1815 .
Il popolo rimase sordamente ostile, perché legato all’autorità borbonica non percepita come nemica e alla Chiesa cattolica, che era una delle fonti istituzionali alle quali abbeverarsi.
Il fenomeno ricordato nei nostri manuali come brigantaggio in realtà fu una guerra civile che sconvolse l’intero Sud, gli sconfitti lasciarono le loro terre e alimentarono la gigantesca emigrazione verso l’America”.
Fatto sta che alla fine la sentenza è stata:
“I Borboni sono assolti perché i fatti contestati non costituiscono reato”.
Io mi sarei aspettata la formula “Assolti per non aver commesso il fatto”, ma va bene lo stesso.
Intanto il processo ha attirato l’attenzione anche del Corriere della Sera che ha inviato ad assistere al processo, guarda caso, Andrea Garibaldi, che questa mattina ha pubblicato il suo resoconto sulla pagina della Cultura:
Per una idea completa consiglio il saggio
Il Sud e l’Unità d’Italia.
Pubblicato su permesso degli autori:
Giuseppe Ressa e Alfonso Grasso.
Dalla storiografia ufficiale alla realtà dei fatti.
Lo trovate anche in
http://www.morronedelsannio.com/sud/





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