Croci stazionarie

La Croce Stazionaria di Ripalimosani

By 21 Settembre 2009 Maggio 12th, 2010 One Comment

La Croce Stazionaria di Ripalimosani

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Approfittando della gentile disponibilità di Mario Tanno ho avuto l’opportunità di conoscere alcuni aspetti della storia, dell’arte e dell’architettura di Ripalimosani che mi erano sostanzialmente sconosciuti. La visita, effettuata il 20 settembre 2009, è stata organizzata dal FAI Molise e più precisamente voluta da Gerardo Pisapia che ne è uno dei fondatori e appassionato animatore. Tra le cose visitate anche la Croce stazionaria cinquecentesca che ora si trova in un lato della piazza sottostante la bellissima chiesa dell’Assunta e della quale hanno fatto cenno G. Severino e G. Manusacchio in “Ripalimosani luoghi e volti della memoria”.
L’occasione della visita è stata particolarmente favorevole per fare alcune considerazioni che ritengo possano definitivamente chiarire i tanti significati che il piccolo monumento misteriosamente mostra.

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La Croce Stazionaria di Ripalimosani

(con preghiera di citare la fonte del blog in caso di utilizzazione del testo)

Franco Valente

Per un’introduzione sui significati della Croci Stazionarie molisane consiglio di tornare alla lettura di quanto si trova sul mio sito a questo indirizzo: http://www.francovalente.it/?p=1226 dove feci anche un rapido accenno alla Croce di Ripalimosani.

Invece, sulla scorta di una più attenta osservazione, molte cose si possono desumere analizzando i singoli elementi che la compongono e che fanno intuire che non ci si trova di fronte ad una banale opera scultorea, quanto piuttosto davanti ad un monumento che sintetizza una serie di concetti che, nonostante il suo preoccupante stato di degrado, costituiscono la sua peculiarità.  A cominciare dai due elementi che chiariscono in maniera inequivocabile l’anno di esecuzione ed i nomi dei committenti.

Su uno dei quatto lati, quello che ora è rivolto verso la chiesa dell’Assunta, nella parte più bassa vi è segnata la data di esecuzione che è l’anno del signore 1562: A.D. MCLXII .

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S. Matteo Evangelista con il giovane alato e la data del 1562

Sulla faccia opposta, nella parte alta del basamento, su uno dei prospetti del capitello ionico che regge la Croce, è invece applicato il blasone dei signori che ne furono certamente i donatori ed i committenti.

Si tratta di uno scudo molto rovinato, partito verticalmente, con il blasone dei di Costanzo a destra (sinistra per chi guarda) e quello dei Pappacoda sulla sinistra (destra per chi guarda).

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Lo stemma dei di Costanzo è di azzurro caricato di un leone passante di oro nel campo superiore sostenuto di rosso e sei costole di argento contrapposte tre contro tre in quello inferiore. La pietra è sufficientemente conservata per mostrare tutti gli elementi araldici.

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Gli stemmi dei di Costanzo e dei Pappacoda (Valente)

Diversa è la situazione per l’altro blasone. Un esame attento mostra un leone rampante la cui coda, pur essendo molto rovinata, presenta bastevoli tratti per far capire che dal basso avvolge la sagoma del leone fino ad infilarsi nella sua bocca.

Si tratta del blasone dei Pappacoda che notoriamente è costituito da un leone rampante di oro avente la coda rivolta sopra la testa e tenuta tra i denti su campo di nero.

Ma cosa voglia significare lo stemma è facile a dirsi.

Si tratta di una vicenda feudale che si era conclusa qualche anno prima con il matrimonio tra Giulia Pappacoda e Orazio di Costanzo.

Giambattista Masciotta ci aiuta a ricostruire le vicende feudali che nel XVI secolo interessarono Ripalimosani.

Il feudo da Andrea di Capua era passato al figlio Ferrante dal quale era stato venduto a Marino Mastrogiudice sicuramente prima del 1521 perché sul portale del Castello si legge: MARINVS MAGISTRI JVDICI HANC ARCEM VETVSTATE QVASSAM IN HANC MAGNITVDINE CVLTVMQUE A FVNDAMENTIS RESTITVIT ANNO REDEMPTIONIS NOSTRAE M.D.XXI.

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La famiglia dei Mastrogiudice, marchesi di Santomango (Salerno) e poi di Montorio nei Frentani, era originaria di Sorrento. Era ascritta al patriziato napoletano del Seggio di Nido. I Mastrogiudice tennero in feudo Ripalimosani per vario tempo, con qualche interruzione per averlo venduto, col diritto a ricomprarlo, a Giovan Vincenzo del Tufo nel 1539. Per questo motivo ne tornò in possesso successivamente per cederlo definitivamente nel 1559.

Mastrogiudice Tufo (del)

Gli stemmi dei Mastrogiudice e dei del Tufo (Valente)

Ripalimosani fu acquistata da Giulia Pappacoda che, sposando Orazio de Costanzo, trasferì alla sua discendenza il feudo.

Certamente nel 1560 Giulia Pappacoda aveva già sposato Orazio che in quell’anno poneva il suo nome sul portale dell’Assunta nella qualità di committente già titolare del feudo.

Loro figlio Fulvio nel 1584 vendette Ripalimosani a Giovannantonio di Stefano.

Se qualche dubbio poteva ancora esistere circa l’unione di Orazio de Costanzo con Giulia Pappacoda, lo stemma posizionato sulla Croce stazionaria lo elimina definitivamente.

Ma sono altri gli aspetti interessanti da tenere in considerazione perché l’analisi delle rappresentazioni rispondono ad una visione fortemente condizionata da valutazioni apocalittiche.

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S. Marco Evangelista con il leone (scomparso)

A cominciare dal basamento che, nelle allegorie che appaiono sulle quattro facce, fa esplicito riferimento al Tetramorfo perché vi si vedono i quattro simboli che poi nella tradizione cristiana vengono associati ai quattro evangelisti.

Ai piedi dei quattro personaggi, vestiti di una lunga tunica, appaiono le immagini di un giovane con le ali, un bue, un’aquila e, molto rovinata e quasi illeggibile, quella di un leone.

Ezechiele (1,5 – 1,10) nel riferire di una sua visione aveva descritto il Tetramorfo. Quattro esseri che presentavano sembianze umane ma ciascuno aveva quattro aspetti e quattro ali. Le loro gambe erano diritte e i piedi, simili agli zoccoli di un bue, lucenti come bronzo fuso. Di sotto le ali, ai quattro lati, apparivano mani di uomo. Muovendosi non si voltavano indietro, ma ciascuno procedeva davanti a sé. Davanti il loro aspetto era di uomo, a destra di leone, a sinistra di bue e di aquila per tutti e quattro.

Ireneo nel II secolo, poi ripreso da Gerolamo, pose particolare attenzione a queste descrizioni ricavando una serie di considerazioni che sono poi diventate il fondamento della simbologia cristiana e punto di forza del complesso e variegato panorama delle figurazioni che appaiono nell’iconografia cristiana.
Esempio significativo è lo straordinario successo che ebbero le sue interpretazioni del tetramorfo che si trasformarono in modelli descrittivi delle rappresentazioni grafiche e scultoree.

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S. Luca Evangelista con il bue

Infatti i quattro Viventi del Tetramorfo sono la sintesi dei contenuti peculiari dei singoli vangeli e rivelano, ognuno, un  aspetto del Cristo:
Il vangelo di Matteo, trattando della’umanità di Cristo corrisponde all’immagine del giovane con le ali e quindi rappresenta l’incarnazione di Dio.
Quello di Marco iniziando con la descrizione di Giovanni come colui che grida nel deserto si associa al leone con le ali per esaltare di Cristo la capacità di battere il male.
Il vangelo di Luca richiama il sacrificio di Zaccaria e perciò viene associato alla rappresentazione del bue con le ali destinato al sacrificio.
L’ultimo di Giovanni rappresenta la forza che trascina verso l’alto e trova come riferimento l’immagine dell’aquila.

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S. Giovanni Evangelista con l’aquila

Dunque, i quattro personaggi che appaiono sui prospetti del basamento della Croce di Ripalimosani rappresentano inequivocabilmente i quattro evangelisti. Sulla base arricchita da una cornice lineare appoggia una sottile colonna scanalata attorno alla quale si avvolge un sottile racemo.

Particolarmente complessa è la Croce con i terminali dei bracci in forma trilobata.
Le scene che vi sono rappresentate vanno lette secondo una conseguenza temporale. Da una parte la Crocifissione e dall’altra la Resurrezione.

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Cristo Crocifisso e gli angeli che raccolgono il sangue dalle mani

La prima, che si trova sulla faccia opposta allo stemma dei de Costanzo-Pappacoda, è rivolta verso la chiesa dell’Assunta e rappresentata un Cristo ad alto rilievo inchiodato. Anche se la parte inferiore delle gambe è scomparsa, la figura è perfettamente riconoscibile. Le braccia, leggermente piegate, fanno capire che il peso del corpo gravava sulle gambe piegate. Al disotto rimane poco del teschio di Adamo (Sui significati del teschio rinvio a http://www.francovalente.it/?p=3019)

Il Cristo tiene il capo centrato e, sebbene i segni del volto siano ormai definitivamente scomparsi, sembra guardare frontalmente.

All’interno delle cornici dei terminali trilobati sono posizionati due angeli che raccolgono il sangue delle mani. In alto, nel terminale superiore trilobato, ciò che rimane sembra alludere alla figura del Padreterno che esce da una nuvola.

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Cristo Risorto e la Madonna con il Cristo Deposto

Sulla faccia posteriore il Cristo risorto è in posizione eretta con il braccio destro sollevato. E’ avvolto da un sottile velo che copre solo la parte centrale mentre alcune fasce svolazzanti si sollevano dalle spalle per creare la sensazione di una folata di vento che si sprigiona dal basso.

Sui tre terminali trilobati altrettante teste di cherubini a due ali senza corpo.

Ma forse la parte più originale, e sicuramente insolita, è quella che si trova al disotto della Resurrezione.

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La Madonna che regge Cristo deposto

La scena è di difficile interpretazione per il livello di degrado della pietra e per la scomparsa di almeno metà della figura che, seduta, è in posizione frontale verso chi guarda.

Si tratta di una Deposizione di Cristo nelle braccia di Maria. Della figura di Cristo rimane poco, ma quello che resta è sufficiente per capire il tutto.

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Un’immagine analoga in una croce della Galizia

La mano destra di Maria regge per la vita il corpo del Figlio mentre le gambe, ormai scomparse, sono piegate e la sua mano sinistra è rigidamente appesa.

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