Franco Valente

Forli del Sannio

Franco Valente 14 settembre 2007 Il Molise 2 commenti su Forli del Sannio

da Franco Valente, Luoghi antichi della provincia di Isernia, Bari 2003

(Con preghiera di citare la fonte in caso di utilizzazione del testo per motivi di studio. Questo articolo è protetto da diritti Creative Commons)

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Con un contratto sottoscritto dall’abate Ilario (1011-1045) su un libello, agli abitanti di Foruli (così si chiamava in origine Forli del Sannio) fu concesso per 29 anni di tenere le terre che appartenevano all’abbazia di S. Vincenzo al Volturno. La condizione era il versamento annuo di un moggio di grano, uno di orzo, un maiale ogni undici maiali, un paio di spatole o di polli. Inoltre coloro che avevano un cavallo dovevano metterlo a disposizione dell’abbazia per eventuali necessità. I nomi dei livellari sono tutti riportati nell’atto trascritto nel Chronicon Vulturnense e tra gli altri si ricordano il presbitero Corvino ed i coloni Mayfredo, Merco, Benedicto, Leto, Gouteri, Adammo, Sico, Azzo, Ingo, Giso, Pezzo, Lupo e Deodato. Forli, facendo parte delle terre di S. Vincenzo, sicuramente fu incastellato intorno al X secolo. Della fortificazione longobarda rimangono pochi e malandati ruderi nascosti tra la vegetazione che occupa la parte più alta della roccia attorno alla quale si sviluppò il primo nucleo abitato. Dal Catalogo normanno dei baroni apprendiamo che intorno alla metà del XII secolo Oderisius de Forolo e suo fratello Transmunidus tenevano in Terra Burrelli Forolum quod est pheudum duo­rum militum et cum augmento obtulit milites iiij et servientes viij. Il numero notevole dei militi attribuito è segno di una discreta rendita del feudo, perché ad ogni soldato corrispondevano 20 once d’oro. Essendo di Forli i due fratelli titolari, possiamo ragionevolmente ritenere che avessero avuto cura di organizzare una difesa muraria del nucleo antico in cui era situata la loro residenza castellana.

Oggi la cinta muraria è totalmente scomparsa. Anche quella che presumibilmente fu riorganizzata successivamente in periodo angioino quando feudatario fu Ugone Brancia, che l’ebbe in possesso dal 1269, o qualcuno dei de Cornay che furono signori di Forli dal 1307. L’ultima dei de Corney in questo feudo fu Maria che, andata sposa ad Andrea Carafa, trasmise il possesso alla famiglia del marito. Per qualche periodo Forli passò ai Pandone ed ai Muscettola, ma nel XVII secolo sono ancora una volta i Carafa titolari del feudo. Ai Carafa della Spina apparteneva quel Muzio che volle far ricordare il suo nome nel bel blasone lapideo che, portando la data 1613, attesta che il palazzo baronale in quell’epoca fu costruito o profondamente trasformato utilizzando un antico impianto murario a lato della porta urbica di accesso al nucleo originario di Forli, di cui rimane solo un pezzo del piedritto. Oggi il palazzo baronale è nel disastro totale per essere stato utilizzato come caserma dei carabinieri e per aver subito pesanti manomissioni architettoniche. Oltre il portale, solo qualche semplice cornice dei davanzali ricorda il suo primitivo carattere. In qualche parte dell’edificio doveva essere sistemata la grande lapide che oggi appare, con i caratteri brutalmente anneriti dalla mano di un imbecille, su una casa che si affaccia sulla piazza della chiesa di S. Biagio: ANTONIO CARAFA DI MARCANTONIO PRIMO / G. DELLA FAMIGLIA CAVALIERE DEL TOSONE / GENTILUOMO DELLA CAMERA DI / S. M. CESAREA . MARESCIALLO DI CAMPO / COMMISSARIO GENERALE DELL’ESERCITO . PLENIPOTENZIARIO / IN ITALIA . AMBAS. CESAREO IN ROMA / CONTE DEL S. R. IMPERIO . UNDECIMO / SIG. DI FORLI E SIG. DELLO STATO DI TRAETTO / DI CERRO E MONTENEGRO 1693.

La chiesa principale è dedicata a S. Biagio ed è citata nella pergamena che papa Lucio III inviava nel 1182 a Rainaldo, vescovo di Isernia. Per la prima volta appare il nome attuale della chiesa: in Forulo plebem S. Blasti. Si tratta certamente dell’attuale S. Biagio più volte trasformata nel tempo ed oggi ben tenuta dal parroco don Franco. All’esterno il campanile quadrato accoglie ancora il quadrante di uno scomparso orologio all’italiana, con il piatto diviso in sei ore. Una rovinatissima epigrafe lo sovrasta per ricordare che fu posto nell’ANNO AB ORBI REDENTO 1711. Una delle ultime trasformazioni interne alla chiesa avvenne nel 1744, quando già aveva assunto un impianto planimetrico a tre navate. L’altare maggiore, del XVIII sec., è stato evidentemente saccheggiato. Mancano gli angeli dei capi-altari e la porticina originale del tabernacolo.

Nella navata di destra la famiglia De Lillo nel 1752 fece realizzare l’altare in marmo e legno dedicato alla Madonna di Loreto che si vede appoggiata sulla casa con due statuette ai lati raffiguranti S. Antonio Abate e S. Agata che mostra il seno sanguinante. Più avanti, su un altare in legno dipinto a tempera con motivi floreali, è il busto di S. Vincenzo Ferreri con la solita fiamma in testa, la tromba ed il libro con la frase: Timete Deum et date illu honorem quia venit hora judiciis eius. In una nicchia è la statua di S. Emidio Vescovo, del 1832, e in un’altra quella di S. Lucia, dello stesso periodo. In fronte alla navata è posto un bell’altare in marmo (metà XVIII sec.) con S. Michele che abbatte tre demoni tra due colonne a tutto tondo con capitelli ionici compositi e timpano a volute. Nella navata di sinistra, l’altare sul fronte accoglie il busto del protettore S. Biagio con il pettine di ferro che ricorda uno dei supplizi a cui fu condannato. Di lato vi è un altare dedicato a S. Giuseppe e a S. Domenico di Sora. Quest’ultimo, particolarmente venerato in zona anche per aver fondato il monastero benedettino di S. Pietro Avellana, è considerato protettore dai morsi dei serpenti e dei cani idrofobi. Gli furono attribuiti episodi miracolosi e nella statua di Forli tiene a lato un cane che regge in bocca un bambino fasciato. A lato, il quadro con la Madonna ed il Bambino che soccorrono le anime purganti nel fuoco è di un artista minore che lo dipinse nel 1753. L’ultimo altare è dedicato all’Addolorata con una statua del secolo XIX.

L’altra chiesa di Forli è dedicata alla Madonna della Grazie ed era annessa all’antico convento dei Minori Osservanti che vi rimasero con alterne fortune fino al 1867 quando l’immobile passò definitivamente al demanio ed al Comune che vi tiene la propria sede. Su un lato della piazza sottostante l’antico nucleo fortificato vi è il Monumento ai caduti del MCMXVIII. L’opera è del perugino Torquato Tamagnini (1886-1965), celebre autore di vari monumenti ai Caduti. Qui il premio ai martiri della guerra è consegnato da una donna in abiti liberty che solleva l’alloro. Sul fondo è posto un grande pannello di bronzo con Minerva sulla biga. Bella sul retro la protome dal capo laureato di una donna dalla cui bocca fuoriesce un serpente che caccia acqua.

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2 Commenti

  1. Enrico Ascenzo 27 aprile 2012 at 15:58

    Dopo circa otto anni sono tornato a Forli.
    Ho rivisto ancora una volta vecchi amici e molti altri purtroppo non ci sono più.
    Sono in compagnia del mio caro e fraterno amico Pietro D’Onofrio e di tutta la Sua famiglia.
    Forlì è sempre il mio vecchio e caro paese della mia gioventù.
    Spero tornarci ancora e voglio complimentarmi con l’autore di questo sito Web che mi dà la possibilità di salutare chi mi ha conosciuto negli anni 70.
    Enrico Ascenzo Siracusa

  2. Franco Valente 29 aprile 2012 at 17:50

    Carissimo Enrico, affettuosamente grazie per gli apprezzamenti….

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