Franco Valente

Giovanni Mascia rivela gli affreschi per il papa Benedetto XIII

Franco Valente
Giovanni Mascia rivela gli affreschi per il papa Benedetto XIII

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Nella piacevolmente fresca serata del 5 aprile 2008, durante la presentazione dello splendido volume di Giovanni Mascia (Edizioni Palladino) io avrei ricordato che quel giorno la Chiesa celebrava S. Vincenzo Ferreri, il novello Angelo dell’Apocalisse. La circostanza, sebbene sicuramente casuale, per chi come me vive con i pensieri tra i Santi e con il fisico tra i peccatori, forse poteva essere utile per costringere i presenti a rendersi conto che quello che Giovanni Mascia ha racchiuso in un volume, peraltro editorialmente pregevole, rappresenta una significativa esposizione dell’anticamera drammatica dell’apocalittica Gerusalemme Celeste.
Non conoscevo le pitture del chiostro del Convento dei Francescani Minori dedicato alla Madonna di Loreto ed ora, come prima reazione per lo stato di degrado, posso associarmi al grido di allarme presso il Ministero per i Beni Culturali che, pur essendo privo di anima, ha le disponibilità economiche per procedere ad un improcrastinabile restauro. Almeno di quello che è restaurabile.
La presenza trentina del nuovo vescovo di Campobasso Giancarlo Maria Bregantini, mentre i numerosi relatori davano merito all’opera di Mascia e reciprocamente si scambiavano doverosi ringraziamenti, mi ha fatto riflettere sui caratteri controriformisti della chiesa che ci ospitava, a cominciare dal bellissimo altare marmoreo dove la necessità di aggiungere (forse ad opera già finita) gli archi di separazione dal coro costituisce una originalissima peculiarità architettonica.
Il ciclo di pitture di Toro, infatti, come ha sottolineato l’Autore, assolve quella necessità post-tridentina di assegnare all’arte e all’architettura una funzione dottrinaria, ma, aggiungerei, anche fisicamente consistente: “Fides sine operibus mortua est in semetipsa” (Giacomo il Minore).
Certamente il forte radicamento di Papa Benedetto XIII, della potente famiglia Orsini di Benevento, che anche dopo l’ascesa al soglio pontificio continuò a tenere la diocesi sannita di cui Toro era parte, non sfuggì ai francescani di quel convento molisano che immaginarono una visita papale che nei fatti non si concretizzò.

Di Giovanni Mascia è fin troppo nota la sua acribia. In questo caso, aiutato nell’analisi iconografica da Dante Gentile Lorusso, ha superato se stesso in una ricerca meticolosa che oggi contribuisce a far conoscere il contesto generale, il clima culturale, la situazione sociale e i singoli tasselli di questo misterioso mosaico pittorico.
Ma l’aspetto sicuramente più intrigante del volume è che, attraverso l’analisi di ogni più piccolo particolare linguistico e letterario, egli ha svelato, con un processo logico e sotto certi aspetti poliziesco, il nome dell’autore dell’originale ciclo di pitture.
Mascia ha avuto l’abilità di mettere insieme una serie di riscontri documentari solo dopo aver ragionato su una circostanza sicuramente strana: tutti i singoli racconti murali, escluso uno, furono realizzati con la contribuzione economica di famiglie benestanti di Toro.
L’ultimo dei diciannove quadri, invece, risulta sponsorizzato da uno sconosciuto Bartolomeo Mastropietro, che nel Catasto Onciario dei primi decenni del XVIII secolo, risultava essere un nullatenente.
Un personaggio che, però, sembra aver voluto lasciare tracce molto discrete, quasi insignificanti, in altri luoghi e che hanno consentito di dare al ciclo del Chiostro di Toro una sicura paternità.
Bartolomeo Mastropietro, nato a Cercemaggiore alla fine del XVII secolo e trasferitosi a Toro dopo aver peregrinato come artista tuttofare nei vari conventi francescani del territorio molisano, certamente era rimasto affascinato dalle opere che Benedetto Brunetti aveva realizzato nel Molise dopo essere partito dalla Terra di Lavoro con un bagaglio professionale accumulato frequentando gli ambienti più affermati della cultura artistica napoletana. Non sappiamo se Bartolomeo in gioventù sia stato un suo diretto collaboratore, ma molti particolari lo inducono a ritenere.
Oggi, grazie all’intuizione di Giovanni Mascia, siamo in grado di aprire un’altra finestra sul Settecento molisano ancora nascosto sotto il velo dell’indifferenza delle pubbliche amministrazioni che una diffusa imbecillità culturale regionale aiuta a stendere.

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7 Commenti

  1. Giovanni 6 aprile 2008 at 22:31

    Bellissmo. Franco. Bellissimo il tuo scritto. Altroché se non ero al corrente della ricorrenza di San Vincenzo Ferrer. Non fosse altro perché domenicano come l’Orsini e perché un altro San Vincenzo è patrono di Cercemaggiore, paese cui ho dedicato il doveroso omaggio che hai sentito. Devo però dire che era del tutto frastornato, dal grande affetto dimostrato da amici che come te, hanno voluto manifestare tutto il loro affetto e stima. E allora sono andato in bambola, come si dice.
    Conserverò, questo tuo scritto a caldo tra le cose più belle e più care che abbia mai avuto il piacere di vedermi indirizzare.
    Con gratitudine, e grandissima stima.
    Giovanni

  2. Giuseppe 9 aprile 2008 at 09:24

    Gentile Architetto, sono un amico di Giovanni Mascia e ho letto con molto piacere e interesse il tuo intervento. So delle sue civili battaglie per la salvaguardia del nostro patrimonio artistico. Le chiedo: cosa ne pensa del fatto che la Soprintendenza non ha mandato nessun rappresentante alla presentazione del libro?
    Grazie.
    Giuseppe

  3. franco valente 10 aprile 2008 at 17:17

    Carissimo Giuseppe,
    credo che porre a me questo quesito significa fare la classica domanda retorica!
    La Soprintendenza nel Molise è una realtà virtuale dal punto di vista culturale, ma è anche una macchina per fare soldi se si conoscono i meccanismi di utilizzazione delle enormi disponibilità economiche che questo organo periferico dello Stato gestisce.
    In realtà alla presentazione era presente (ma a titolo personale, credo) Angela Di Niro che considero una dei pochi funzionari seri di questo singolare organismo che si regge con i nostri soldi.
    I restauri al chiostro di Toro si faranno quando si sarà chiarito bene chi debba prendersi l’appalto.
    Per carità, sicuramente i restauratori saranno di alto livello come molto spesso ho avuto modo di vedere.
    Ma gli esecutori materiali (restauratori spesso molisani)saranno molto probabilmente l’ultimo anello di congreghe di appaltatori che nel Molise arrivano solo quando sentono puzza di denaro.
    Per questo lunga vita a persone come Giovanni Mascia ed altri che, senza interessi economici, erano presenti alla cerimonia per il piacere di arricchire la propria cultura
    Franco Valente

  4. a.picariello 11 aprile 2008 at 12:34

    “Oggi, grazie all’intuizione di Giovanni Mascia, siamo in grado di aprire un’altra finestra sul Settecento molisano ancora nascosto sotto il velo dell’indifferenza delle pubbliche amministrazioni che una diffusa imbecillità culturale regionale aiuta a stendere”.caro franco dopo questi enunciati si possono allegerire anche i dispiaceri di dover essere molisani…grazie a tutti per averci reso “un grammo” più immortali…
    a.picariello

  5. Giovanni 5 maggio 2008 at 10:41

    Ciao Franco,
    ci tenevo a dirti che nell’ultimo numero del Bene Comune (n. 4 anno 2008), questa tua recensione è stata abbondantemente citata nel corso di “Affreschi per il Papa. Intervista con Giovanni Mascia” a cura di Dante Gentile Lorusso (pp.82-87).
    Un caro saluto
    Giovanni

  6. felice c. 8 giugno 2013 at 11:40

    Vorrei ricordare a tutti che il grande Papa Benedetto XIII è nato a Gravina in Puglia.
    Figlio di Ferdinando III Orsini duca di Gravina in Puglia e di Giovanna Frangipane della Tolfa di Toritto, apparteneva quindi alla nobile famiglia dei duchi Orsini (ramo di Gravina).

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