Franco Valente

La Cattedrale di Isernia, dalle origini ai nostri giorni

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Camminando per i vicoli di Isernia alla ricerca di qualche segnale che aiuti a capire come si sia formato il suo originario nucleo urbano qualcuno si chiederà perché mai un vicolo è dedicato a Giobbe. Se si prova a chiedere in giro nessuno saprà rispondere, ma se si entra nella Cattedrale si capirà il perché.

Isernia è città di origine italica e come tutte le città italiche fu conquistata dai romani che immediatamente vi trasferirono i culti per le loro divinità. Isernia nel 263 avanti Cristo divenne una colonia romana affidata a coloni latini che, nel punto dominante della nuova città, edificarono un grande tempio dedicato a Giove. Le sue basi ed il grandioso podio furono poi utilizzati dai cristiani che, sul luogo dedicato alla più importante delle divinità romane, costruirono una cattedrale intitolata a San Pietro, primo successore di Cristo. Ma il tempio latino non aveva l’ingresso come oggi verso la piazza del Mercato. Tanto si capisce dalle strutture sotterranee che sono tornate alla luce e dalle grandi cornici a gola rovescia che si ritrovano non interrotte sotto il portale di oggi. Alle sue celle si accedeva originariamente da una grande scalinata che era sistemata nella parte opposta all’attuale ingresso, proprio all’altezza di quel vicolo che ancora è dedicato a quel Giobbe che non è altro che la trasformazione dell’originario termine latino di Jovis. Il vico di Giobbe, dunque, è l’antica via di Giove, attraverso la quale si arrivava al grande tempio dedicato alla triade capitolina: Giove, Giunone e Minerva.

Sede di cattedra vescovile dal V secolo, la basilica di San Pietro per Isernia ha sempre rappresentato il centro simbolico della sua storia ed il riferimento fisico nel lungo e travagliato sviluppo urbano, conservando in ogni tempo il carattere e la funzione di luogo sacro per la città. Così fu pure all’epoca dell’abate cassinese Desiderio e del vescovo Pietro di Ravenna che da Montecassino venne a reggere la chiesa isernina alla metà dell’XI secolo. Fu Pietro di Ravenna che ricostruì la Cattedrale dalle fondamenta utilizzando gli stessi moduli armonici applicati nelle tante basiliche desideriane ed invertendo la direzione del tempio nel porre il nuovo ingresso verso il Mercato e le tre absidi, di cui rimangono solo le basi sotto il pavimento del presbiterio, verso il vico di Giove.

I terremoti, le guerre, l’insidia del tempo e l’incuria degli uomini hanno spesso messo in crisi questo insigne monumento, che è sempre risorto. Anche dopo lunghi anni di scavi archeologici che comunque hanno aiutato a capire la sua storia e la sua importanza.

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La parte che segue è estratta quasi integralmente da: Franco Valente, Isernia origine e crescita di una città, Campobasso 1982, pp.242-279.
Contiene anche considerazioni originali che in alcuni casi sono state utilizzate da altri studiosi, specialmente archeologi, senza citare la fonte. E’ una cattiva abitudine che comunque, fortunatamente, non appartiene a tutti.

La Cattedrale di Isernia

Il termine Cattedrale è un aggettivo sostantivato che indica l’originaria e specifica funzione  di ospitare nella chiesa più importante della diocesi la cattedra vescovile: ecclesia cathedralis, cioè la chiesa della cattedra del vescovo. Nel nostro caso la Cattedrale è la chiesa del vescovo della diocesi di Isernia.

Tale termine, comunque, non appare in Occidente prima dell’VIII secolo anche per il fatto che i primi insediamenti vescovili avevano il carattere di un nucleo urbano che raggruppava una serie di edifici che andavano dal palazzo del vescovo al battistero, alle abitazioni per i canonici, agli edifici per l’amministrazione della diocesi. All’interno di questo nucleo, un vero e proprio piccolo agglomerato urbano, si tenevano, infatti, le cerimonie specificamente liturgiche nonché quelle necessarie per tenere unite, anche sul piano finanziario, le chiese dipendenti ed il clero cui erano affidate. Il luogo prescelto in genere si legava al punto preciso in cui si riteneva fosse avvenuto il martirio del santo protettore della comunità.

… La Cattedrale, dedicata sotto il nome e titolo di S. Pietro Principe degli Apostoli, come capo di tutte le altre si vede essere antichissima e per quanto appare si giudica essere stata prima tempio d’idoli, e la congettura non è impossibile per quel che ad intendere si dà.
Si vede ella fondata sopra grossi travertini, ben lavorata, d’ordine Toscano antico (conforme ora lo chiamano) e sopra sono sorretti, sopra a li quali seguitano col medesimo lavoro ed ordine lavorati prima in quadro e poi in forma rotonda, e di questo modo si vede presso terra erigere d’intorno tutta la chiesa, e sopra questi sta posta tutta la gran macchina di essa, le cui mura sono pavimentate dentro e fuori delle medesime pietre lavorate, meno la parte verso il cortile del palagio per essere ella stata risarcita dalle rovine avvenute.”

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Questa descrizione è di Giovanni Vincenzo Ciarlanti che alla metà del XVII secolo, dopo aver pubblicato le “Memorie Istoriche del Sannio“, si dedicò ad una Storia della sua città che non fu mai data alle stampe ma che risulta essere una preziosa fonte di informazioni per la precisione e la puntualità dei riferimenti.

La supposizione del Ciarlanti secondo cui la Cattedrale di Isernia sia stata edificata su un tempio pagano ha trovato conferma dagli scavi effettuati recentemente (anni 80) al suo interno e che oggi sono ancora in corso.

Già nel volume “La Cattedrale di Isernia nella storia e nell’arte” (Autori Vari, Napoli 1968), Adriano La Regina collegava la realizzazione del tempio di Isernia all’epoca della colonizzazione latina del 263 a.C. sebbene poco poteva supporsi sulla sua forma architettonica.

Appariva peraltro sicuro che il fronte del tempio fosse situato in corrispondenza, o perlomeno rivolto, verso l’attuale piazza del Mercato.

I saggi effettuati hanno invece completamente modificato l’ipotesi essendosi accertato che il tempio, di tipo italico, aveva il fronte principale rivolto a sud-ovest, verso il cosiddetto vico Giobbe.

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06) CattedraleTempio

Il suo perimetro era abbastanza simile a quello dell’attuale Cattedrale, perlomeno per la sua larghezza. Infatti all’interno del cortile lo scavo ha rivelato che la parete occidentale poggia sulla cornice del podio con il medesimo sistema della parete orizzontale lungo corso Marcelli.

La parte posteriore, la cosiddetta “pars postica”, del basamento del tempio è stata individuata all’interno della basilica, leggermente arretrata rispetto all’attuale facciata, che di conseguenza non risulta appoggiata sul podio ma sul lastricato di quello che era il foro.

In questo lato la cornice a doppia gola rovescia è ben conservata e, come per il lato di corso Marcelli e del cortile, poggia su un massiccio dado.

Le estremità del fronte posteriore sono costituite da due avancorpi che fuoriuscendo dalla linea perimetrale evidentemente servivano a sostenere un elemento architettonico che potrebbe essere stata una colonna aggregata al muro del tempio. Uno dei pilastri della chiesa infatti poggia su un basamento di colonna la cui forma bene si adatta a questa ipotesi.
Ma vediamo cosa può congetturarsi dall’esame dei reperti venuti alla luce sotto il pavimento della chiesa partendo da una descrizione della situazione attuale.

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15) Isernia Tempio aureo copia
Ipotesi di applicazione di moduli armonici nell’impianto planimetrico (Sezione Aurea) (F. Valente)
Per tutta l’area della chiesa sono più o meno conservati i piani di calpestio corrispondenti alle varie evoluzioni subite dal monumento nei tempi.

Vi si ritrovano gli avanzi del basolato in pietra del tempio italico, mattonelle in cotto appartenenti forse alla chiesa altomedievale, tracce della chiesa trecentesca ed infine i segni delle pavimentazioni del XVII, XVIII e XIX secolo.
Appare evidente che fin dalle prime trasformazioni si riutilizzò molto del materiale che una volta apparteneva al tempio, tuttavia il fatto che manchi gran parte degli elementi decorativi e strutturali, che sicuramente caratterizzavano il primo impianto, ci induce a ritenere che vi sia stato un lungo periodo di abbandono del monumento e che in tale lasso di tempo sia stato utilizzato come una vera e propria cava di pietre.

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5) cattedrale339 copia

Sono infatti pochi gli elementi lapidei con le metope ed i triglifi e del tutto scomparse le colonne che sicuramente formavano la cosiddetta “pars antica” davanti alle tre celle.

Si sono invece conservate le fondazioni che reggevano le pareti di separazione interna alle dette celle e questo, insieme alla individuazione della scalinata chiaramente riconoscibile al di sotto dell’altare maggiore, ci permette di ricostruire per grosse linee quale sia stato il criterio seguito nella costruzione e quale, forse, il tipo di tempio.

Dette fondazioni appaiono in bella evidenza per una lunghezza di circa m. 16, con andamento parallelo a corso Marcelli e si trovano al limite del colonnato attuale senza che però questo vi poggi sopra.

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12) CattedraleSotterraneaCornice copia

Dal fatto che le pietre siano sistemate in maniera caotica, seppure allineate complessivamente, si deduce che esse siano state “gettate” in opera dopo aver sezionato il piano naturale.

Non è stato cioè effettuato un riempimento artificiale per formare la base del podio in quanto quest’ultimo corrispondeva proprio al piano naturale che una volta squadrato fu contenuto dal paramento esterno costituito dalla ben nota sezione a gola rovescia.

Gli allineamenti dei due muri, distanziati tra loro di m. 6,50 e simmetricamente distanziati dalla linea esterna, fanno ritenere che si tratti di un tempio a tre celle con quella centrale dedicata alla divinità principale.

Di come fosse costituito il colonnato della cosiddetta “pars antica” non sembra possibile avanzare consistenti ipotesi, tuttavia appare chiaro che verso di esso si aprisse una unica gradinata tagliata nel podio stesso in maniera da formare due avancorpi. Avremmo cioè un tempio molto simile per impostazione plani metrica e dimensioni a quello di Pietrabbondante, anche se nessun riferimento stilistico può accomunare i due monumenti.

Nessun documento epigrafico ci permette di comprendere a quale divinità fosse dedicato, né dagli scavi è venuto fuori alcun elemento utile per qualche conclusione attendibile.

Unica indicazione ci può venire da un toponimo che fino ad oggi si presentava di non particolare importanza, ma che invece appare di notevole interesse una volta accertato che la facciata era sistemata dalla parte opposta a quella dell’attuale cattedrale.
Si tratta del cosiddetto vico Giobbe e la vicina porta Giobbe, ed assume consistenza l’ipotesi che tale termine non sia altro che la trasformazione di un originario Jovis.

“Porta Giobbe” potrebbe dunque significare porta di Giove proprio in relazione al tempio che vi si trovava vicinissimo.
D’altra parte Giove veniva considerato padre dei Latini ed era venerato con tale nome da tutte le popolazioni italiche, tanto che suoi templi si trovano un po’ ovunque.

Quello sul Campidoglio di Roma era anch’esso di tipo italico con le celle laterali dedicate a Giunone e Minerva, secondo una consuetudine che possiamo attribuire anche al tempio di Isernia.

L’orientamento del tempio appare poi sostanzialmente tipico, con la “pars antica” rivolta a sud-ovest ed il podio poggiato su quella parte del crinale naturale in modo da permettere al sacerdote di poter guardare con le spalle rivolte a nord, che dagli antichi latini era considerato infausto.

Cosa sia avvenuto in Isernia durante i primi secoli del Cristianesimo è cosa assolutamente sconosciuta, tuttavia l’insediamento di una cattedra Vescovile risale almeno al V secolo.

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27) cattedrale336 copia

Tutti gli autori sono concordi nel ritenere antichissima l’origine della diocesi di Isernia e il primo vescovo di cui risulta certa l’esistenza è Eutodio che partecipò nel 465 ad un concilio romano sotto il papato di Ilario I. Anzi secondo il Ciarlanti il primo vescovo sicuro dovrebbe essere anticipato al 402 con Lorenzo, mentre era papa Innocenzo I.

La ricostruzione della serie dei vescovi appare abbastanza agevole dallo XI secolo in poi, mentre molte lacune ci si presentano per i secoli antecedenti l’anno 942.

Nessuna notizia certa invece abbiamo delle variazioni architettoniche apportate alla Cattedrale e solo parzialmente ci sono di aiuto gli scavi effettuati al suo interno.

Possiamo in linea di massima ipotizzare che del tempio latino del III secolo a.c. sia stata utilizzata, per tutto l’alto Medioevo, la parte relativa alle tre celle.

È da ritenere che fin dal primo momento l’intitolazione sia stata fatta a S. Pietro anche se la prima citazione risale al IX secolo quando il monaco Sabatino nell’elencare i beni che nell’881 erano posseduti dal Monastero di S. Vincenzo in Isernia, riferisce che un molino presso il fiume Padulittu, forse il Sordo, era diviso in tre quote, ed una di esse apparteneva all’Episcopio di S. Pietro: “Similiter et unum molendinum in ipso flumine, qui dicitur Padulictu habebant, et ab ipso lacu, qui est prope ipsam civitatem, sicut pertingit inter ambo flumina, et usque ad Nucetum, sunt tres perequaliter sortes: prima est episcopii Sancti Petri; secunda monasterii Sancti Vincencii; terzia puplica.” (“Chronicon Vulturnense” del Monaco Giovanni -sec. XII – Ed. Federici, VoI. I, pago 372).

Ma già precedentemente una notizia riguardante il vescovo di Isernia nel Chronicon la troviamo a proposito del devastante terremoto dell’847 quando si dice che Isernia fu interamente distrutta e tra i molti morti vi fu anche il suo vescovo:
Hysernia fere tota a fundamentis corruret, multusque ibi populus, et ipse cum eis eorum pontifex, interiret“.

Non è facile dunque arguire a quale epoca sia da attribuire la prima riutilizzazione dell’impianto templare romano anche se alcune coincidenze ci possono far supporre che nel V secolo già una struttura basilicale di tipo bizantino poteva esservisi sovrapposta, conservando lo stesso orientamento del tempio antico e quindi con l’apertura verso la porta di Giove: porta Giobbe.

28) cattedrale896 copia

Gli scavi hanno infatti messo in luce nell’area dell’attuale ingresso una serie di strutture di epoca altomedioevale che non sono state realizzate in sovrapposizione a quelle preesistenti. Si tratta della parte bassa di un’abside parzialmente ammorsata in una parete rettilinea parallela al lato corto del tempio.

Le dimensioni dell’abside ed il suo diametro fanno ritenere che la originaria cella centrale sia stata modificata nella sua struttura architettonica mediante lo sfondamento della parete postica ed il prolungamento delle pareti laterali.

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In battistero appare invece trasformata la cella verso via Marcelli come si desume dalla vasca circolare, ricavata al limite dello stilobate e completamente scavata in esso, tipica del rito ortodosso.

Nonostante le modifiche successive sono ancora riconoscibili gli avanzi dei gradini che il catecumeno doveva scendere per immergersi, secondo la consuetudine del rito orientale, e comunque dei primi secoli della chiesa, mentre nella parte inferiore è rimasto il foro collegato al canale di scolo.

Altri particolari di grande interesse sono costituiti da frammenti lapidei con elementi decorativi e simbolici di chiara estrazione bizantina. Si tratta di pezzi in pietra provenienti dalla chiesa più antica e successivamente riutilizzati come materiali di riempimento.

Quello che si è potuto recuperare è abbastanza sufficiente per farci riconoscere una transenna oppure un ciborio in pietra formato nella parte inferiore da quattro colonne che reggevano le lastre in pietra costituenti il coronamento.

L’ornato di tali lastre può essere ricostruito confrontando le parti sopravvissute con quelle appartenenti a cibori già conosciuti e pervenutici completi o quasi.

Esso era costituito dalla decorazione dell’arco, in genere eseguita imitando una treccia di vimini, da una cornice superiore rettilinea, con imitazione di gigli, e dalle zone triangolari, comprese tra l’arco e la cornice superiore, contenenti raffigurazioni zoomorfe molto spesso rappresentate da pavoni simboli dell’immortalità.

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33) IserniaCatt5

Di tali decorazioni nella Cattedrale di Isernia si sono ritrovati vari elementi: un frammento dell’arco consistente in un intreccio vimineo, un frammento della parte triangolare con un pavone, ed un frammento di una cornice rettilinea con gigli.

Il ciborio essendo un elemento situato sull’altare maggiore venne completamente smontato quando si modificò l’orientamento della chiesa e non si ritenne opportuno un suo recupero nella nuova basilica.

Ridotti in frantumi, alcuni elementi sono stati utilizzati anche per costruzioni non appartenenti alla Cattedrale ed è da ritenersi facente parte del ciborio anche un frammento riutilizzato nella muratura di una casa posta sul limite della città, sulla via occidentale, a poche decine di metri dal vescovado. Vi si vede una treccia di vimini ad andamento circolare e quindi appartenente forse alla decorazione di coronamento dell’arco.

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Secondo la tradizione il terremoto dell’847, cui abbiamo fatto cenno, avrebbe distrutto anche la Cattedrale, ma senza nulla togliere alla attendibilità della notizia della morte del vescovo, è da ritenere che le strutture del monumento abbiano resistito, almeno nel suo impianto generale.

Infatti, mentre sono evidenti gli avanzi descritti e sicuramente appartenenti alla prima impostazione cristiana, non si vedono strutture databili tra il IX e XIV secolo. Una sostanziale modifica vi si dovette apportare invece dopo il 1349, quando un altro violento terremoto distrusse la città e anche la cattedrale.

Il Ciarlanti nelle Memorie Istoriche del Sannio dice di aver ricavato la notizia da un documento conservato nell’archivio di essa nel quale tra l’altro si legge che “subvertit Ecclesiam Iserniensem“.

A questa data deve farsi risalire anche la composizione spaziale interna che il medesimo Ciarlanti, nella inedita monografia su Isernia, attribuisce al XV secolo.

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38) CattedraleRacconta1

Lo storico isernino, d’altra parte, non poteva conoscere quelle variazioni planimetriche avvenute nel monumento che solo oggi si sono potute accertare; infatti sotto il piano dell’attuale presbiterio e comunque al di sopra della scalinata principale del tempio latino è comparsa la base su cui poggiava l’abside della navata principale, ad andamento perfettamente semicircolare.

Gli elementi che la compongono sono costituiti da blocchi lapide i ben lavorati che sembrerebbero essere appartenuti ad un edificio forse romano. Potrebbe cioè trattarsi del reimpiego di blocchi di pietra facenti parte di un mausoleo funerario circolare e prelevati in altra parte del territorio, come è avvenuto per la cattedrale di Venafro.

Similmente la navata di sinistra, cosiddetta “in cornu evangelii“, si presentava originariamente terminante con un’abside delle medesime caratteristiche, ma di raggio inferiore.

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Nessuna traccia absidale invece a conclusione della navata di destra. A quest’epoca deve dunque farsi risalire l’inversione assiale della chiesa ed in conseguenza delle mutate esigenze della città che finalmente aveva bisogno di ben altri spazi non solo per le abitazioni, ma anche per lo sviluppo economico.

Determinante dovette essere la presenza del Mercato che inizialmente si effettuava alle spalle della antica cattedrale e che invece secondo la tradizione più consueta andava effettuato davanti ad essa.

La nuova dimensione della cinta muraria e la necessità di ampi spazi antistanti il sagrato fu dunque la causa diretta di questa sostanziale trasformazione. L’impianto trecentesco non dovette essere modificato dopo il terremoto del 1456, anche se gli interventi di ristrutturazione furono sostanziali come può ricavarsi dalla bolla del vescovo Giacomo Montaquila nel 1458, riportata anch’essa nell’inedita memoria del Ciarlanti.

Una cum plecaribus aliis Ecclesia et canonicatibus aliorum canonicorum dedicorum Iserniensium morientium ruina terremotus ex qua ruina ruinata fuit dicta maior Ecclesia sub vocabulo S. Petri usque ad fundamenta, ad cuius reparationem magna erant necessaria expensa, et cum facultates dictae maio, vis uror ecclesiae non esset sufficientes ad re para tione m decrevimus cum … consicutis consensu canonico rum vocantium in dicta ruina recipientos esse, et conservandos in reparationum aliqualum licet modici fructus sint dictae maioris ecclesiae infra quadreinnum iusse post terremotum“.

E inoltre il Ciarlanti, che scriveva nel 1649, aggiunge:
Ed in questo fu rifabbricata e ristorata non col modello antico ma conforme l’uso di quei tempi d’ordine di sesti acuti in nove archi grandi che vi sono“.

Quest’ultima citazione costituisce l’unica descrizione della cattedrale prima delle modificazioni settecentesche e ci fornisce due dati importanti relativi alla forma interna della basilica ed alla sopraelevazione della torre campanaria considerandola noi almeno trecentesca ed attribuendo a Giacomo Montaquila una “reparatio“, come dice la bolla, e non una costruzione ex novo, come impropriamente ritiene il Ciarlanti. La presenza di archi attesta la divisione generale in navate, coincidenti con quelle attuali, con una orditura di nove grandi arcate a sesto acuto.

Il numero dispari ci impone di ritenere che complessivamente vi fossero tre grandi archi acuti a destra, altrettanti a sinistra e che gli altri tre fossero costituiti dalle arcate trasversali del presbiterio.

Dagli scavi effettuati non vi sono sufficienti indicazioni per confermare se le attuali pilastrature coincidano con quelle trecentesche, mentre sembra probabile che il presbiterio fosse di poco o niente sollevato rispetto al piano delle navate.

Alla metà del XVI secolo, nel 1559, la chiesa fu ornata dal vescovo Antonio Numaio di un monumentale presepio con 30 grandi figure, che a detta del Ciarlanti “sono di tanta maestria, ed artificio che inducono a maraviglia gl’intendenti dell’arte non che tutti gli altri che le vedono, e però vengano alle volte alcuni a formare i disegni per essere scolpiti molto al naturale per i gusti che far dovevano nel tempo della natività del nostro Salvatore“.

Circa un secolo dopo, un’altra descrizione quella effettuata dal tabulario don Casimiro Vetromile che elenca i beni della città, ci fornisce la situazione della chiesa prima delle radicali trasformazioni effettuate dal vescovo De Peruta.

Essa aveva ancora la copertura in legno e il pavimento in mattoni, tuttavia già risultava modificata la sua epidermide interna per essere stati i “pilastri e gli archi grandi ornati di stucco“.

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Dalla relazione del Vetromile, riportata quasi integralmente da E. Turco nella sua pregevole opera su Isernia, vi stralciamo le parti utili alla comprensione dello sviluppo architettonico:
La detta cattedral chiesa risiede nel Largo del Mercato, che sta nel corpo di detta città, consiste in un attrio converto avanti d’essa chiesa di sei archi sostenuti da pilastri, in faccia ad uno di essi vi sta una fontana di acqua perenne con cinque mascheroni, che buttano acqua dalle loro bocche. In piano al qual attrio sono tre porte, due picciole ed una grande, che danno l’ingresso alla chiesa suddetta, che contiene tre navi, una grande nel mezzo e due picciole ai lati; sono divise da pilastri ed archi grandi, ornati di stucco, coverte con soffitte di legname dipinte, con suolo di mattoni. Nella picciola nave a destra vi sono due cappelle con altari in marmo, e cone di stucco. Nell’altra nave a sinistra vi sono due altre consimili cappelle ( … ) tra le quali cappelle vi sono due porte; per la prima si va al campanile di detta chiesa, situato sopra la strada principale di detta città, che forma un supportico sotto di esso, nel quale campanile vi sono quattro campane due grandi e due piccole, col comodo dell’orologio, ch’è dell’Università; e per la seconda si esce ad una scaletta di fabbrica, corrispondente alla strada suddetta.

In testa poi alle dette Navi, mediante tre archi e scalinate di pietra s’impiana nella croce di detta chiesa, a sinistra della quale vi è un cappellone con altare e cona di marmo, con statua di legname della B.ma Vergine di sette dolori, a destra della quale vi è un altro cappellone fondato sotto il titolo del Santissimo, jus patronato dell’Università, con altare e cona di marmo, con statue di legname della B.ma Vergine S. Giuseppe e Bambino, con porta corrispondente ad un camerino ove si conservano l’utensili di detto cappellone. Nel lato a destra della medesima croce è porta corrispondente alla sagrestia, qual’è coverta con lamia a botte, colle comodità di banconi e stipi di noce, per conservarvi le suppellettili di detta cattedrale e dopo detta porta vi è altra cappella fondata con due piccioli altari di petra del paese, nei lati di essa, uno sotto il titolo di S. Vito, e l’altro dell’Immacolata concezione, e da essa, per vacante d’arco, si trova il coro coverto con suffitta dipinta di tavole, ove officiano i canonici di detta cattedrale, con sedili e spalliere di noce, e con altare in testa con cona di legname e quadro di S. Maria degli Angeli; e da detto coro, mediante porta, si ha l’adito al Palazzo di detto vescovato.
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64) LuceIcona copia      68) LuceModulo
La Madonna della Luce (Marcos Batha. Candia 1522 circa)
http://www.francovalente.it/2013/11/20/castelmauro-una-pietra-capovolta-ricorda-giambattista-lomellino-un-vescovo-che-si-portava-dietro-una-icona-bizantina/

In testa poi, alla suddetta croce, vi è la Tribuna coll’ Altare maggiore colla cona di marmo, col quadro di S. Benedetto secondo vescovo d’Isernia e Protettore della medesima, l’intero corpo del quale si conserva sotto l’altare suddetto; e nella sommità di detta cona vi è picciol quadro con l’immagine della Madonna sotto il titolo Tutrix vie. E in essa cattedrale vi è il Battisterio, olchestra, più confessionari, pulpito, Dossella e coretto corrispondente all’appartamento di Monsignor vescovo, e vi sono parimente reliquie di santi e sante“.

Alla metà del XVIII secolo dunque non ancora esisteva la cupola la cui realizzazione deve essere attribuita alla volontà del vescovo Michelangelo De Peruta che sedette sulla Cattedra Isernina dal 1769 al 1818.

Il terremoto del 1805 la fece crollare e dalla descrizione che di esso fece Pasquale Fortini ricaviamo non solo i danni subiti, ma anche quali fossero le caratteristiche del monumento da poco restaurato dal De Peruta:
Ella era distribuita in tre ordini di navi, coverta tutt’a lamie. La nave maestra di mezo è tutta caduta colla bellissima cupola del presbiterio, la quale nella di lei cadut’ha rovinata la palaustrata tutta di marmo fino, fatta da nuovo a spese di detto Prelato, il quale vi aveva fatto costruire l’altare maggiore, ed i due altari laterali al presbiterio con i loro finimenti tutti di bellissimo, e bellissimo marmo. Quest’opere sono state dannificate di poco. Egualmente esso Vescovo aveva ornato l’altare maggiore ed i due laterali del coro di bellissimi quadri, come ancor gli altri due suddetti altari laterali. I detti cinque quadri furono lavorati dal celebre pittore D. Raffale Gioia della convicina terra di S. Massimo. ( … )

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Il quadro dell’altare maggiore rappresenta Cristo Nostro Signore in atto di dar le chiavi a S. Pietro, i due quadri laterali del coro uno rappresenta la Donn’ Adultera, l’altro la disputa di Cristo con Dottori, quelli de’ due altari laterali, uno rappresenta la Vergine Madre Addolorata, l’altro S. Michele, i SS. Nicandro, e Marciano e S. Vito. I quadri suddetti non hanno patito danno veruno. Le altre due navi picciole della chiesa con i pilastri sono considerevolmente patiti col rimanente della chiesa, ma il Cappellone del Santissimo Corpo di Cristo ha bisogno della totale rifazione del muro ch’è dirimpetto al seminario della pubblica piazza. Tutto il tetto della suddetta chiesa ruinò, specialmente nella nave di mezo, che precipitò sotto la di lei caduta”.

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Fu lo stesso vescovo De Peruta ad avviarne immediatamente la ricostruzione che durò oltre mezzo secolo tra molte difficoltà.
Grande impulso ai lavori fu data dal vescovo spagnolo Adeodato Gomez Cardosa che insediatosi nel 1826 provvide a completare i lavori di sistemazione dell’interno che assunse la forma architettonica che conservava fino al momento degli ultimi recenti saggi geologici. Lo attesta anche l’epigrafe del portale laterale che non fu mai completato:
PARIETEM HUNC TERREMOTUM LABEFACTUM ANNO 1805
ADEODATUM GOMEZ CARDOSA EPISCOPO AESERN. RESTITUIIT A.S. 1826.

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82) CattedralePronao1

Stefano ladopi così descrive la Cattedrale nel 1858:
Fu dunque necessario di restaurarla, e rialzarla dalle sue rovine, il che fece dandogli nuova forma il vescovo Cardosa nell’anno 1826. Maestralmente costruita a tre navate piuttosto grandi, l’ordine architettonico che l’adorna è il corintio; e comunica ora nel lato sinistro coll’Episcopio, e nel destro col Seminario. È stata in seguito perfezionata ed abbellita interamente dall’attuale ottimo prelato Monsignor Saladino; in modo che può dirsi una delle più maestose Chiese della Provincia. Ornata di bianchi stucchi, con altari di marmo, di pregevole lavoro, ha pure quadri di pregio non ordinario ( … ) L’atrio di stile greco-romano, con quattro colonne scanalate, di ordine jonico, per intero di travertino, fu costruito nel 1850, e ne forma l’ornamento maggiore“.

Altri lavori furono eseguiti all’interno della chiesa negli anni seguenti. Nel 1903 si rifece il pavimento in marmo e negli anni venti Amedeo Trivisonno dipinse gli affreschi della cupola terminandoli nel 1927.

Dopo il bombardamento del 1943 si dovettero ricostruire due colonne del pronao fortemente rovinate.
Infine, negli anni sessanta il vescovo Achille Palmerini fece rivestire in marmo policromo i pilastri e le pareti dell’interno e apportare lievi trasformazioni in conseguenza delle nuove disposizioni liturgiche.

Di notevole interesse gli oggetti di culto facenti parte del patrimonio della Cattedrale.

53) cattedrale899

Oltre al Crocifisso duecentesco, che la tradizione vuole sia stato donato da Celestino V alla Chiesa Isernina, ed agli altri pezzi argentei di raffinata fattura, grande importanza assume la cosiddetta “Gabbia di San Nicandro“, reIiquiario in forma di chiesa gotica, di realizzazione sulmonese.

Sulla origine di esso abbiamo informazioni apparentemente contrastanti a causa di un documento che dovrebbe ancora esistere in originale nell’archivio capitolare. Di questo manoscritto si hanno due notizie. La prima, brevissima, è riportata manoscritta tra altre note riguardanti le confraternite venafrane. Questo è il testo:
«Notizia raccolta in un Ordinario del Clero Iserniano come fin dal 1447 si rattrova le reliquie di S. Nicandro in detta città di Isernia.
SS. Nicandri, cuius Caput in Catedrali Ecclesia conservatur intus Tabernaculum argenteum inaureatum ac goti ce elaboratum Capitoli expensis tempore J acobi Montaquila Episcopi Eserniani, prout clare liquet ex istrumento venditionis alienationisque facte per Capitolum, et Canonicos possessionis, et territori i vulgariter dicti in contrada Pescoborrelli rogato per manus Regii Notarii Joanni Paoli da Venafro die quarta Mensis Februarii 1447».

La seconda è del Cotugno (Memorie Historiche di Venafro) che interpreta il documento dicendo che il terreno in contrada Pescoborrello fu venduto dal Capitolo di Isernia per convertirne il ricavato alla formazione di una piccola urna d’argento dorata, alla gotica, che contiene le accennate reliquie, quando il nostro (di Venafro) Giacomo Montaquila era vescovo di quella Diocesi (Isernia).

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“Caput S. Nicandris Mart. Protectoris Civitatis Iserniae”

Il documento ci dimostra che un reliquiario esisteva di sicuro nel 1447 e che sia stato il Vescovo venafrano Giacomo Montaquila a deporre nel reliquiario parte del cranio ritenuto di S. Nicandro. Ciò però non significa che ci si riferisca allo stesso reliquiario. Il tipo di marchio che appare sulla cosiddettab Gabbia, infatti, ci fa anticipare la sua realizzazione di sicuro di qualche decennio.

Ezio Mattiocco (L’oreficeria medievale abruzzese) ritiene con il Piccirilli (L’oreficeria medievale a Venafro e Isernia) che il marchio sia quello in uso fino al 1406 e perciò è da supporre che l’opera sia stata eseguita a cavallo tra il XIV e il XV secolo. Sull’argomento si vedano pure gli articoli di Ada Trombetta (Arte medioevale nel Molise) e Franco Valente (Reliquiarii trecenteschi a Venafro, Isernia e S. Pietro Avellana).

Conseguentemente si deve ritenere ritenere che nel 1447 il Vescovo Montaquila abbia fatto inserire la reliquia nel relioquiario che si trova nella cattedrale, di un solo pezzo, e non nella cosiddetta Gabbia.

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La Gabbia, invece, si compone di due distinte parti, ambedue a base ottagonale ma quella inferiore in rame e quella superiore in argento.

La forma architettonica della Gabbia si ispira con assoluta sicurezza agli elementi dell’architettura del 300 della Toscana in generale e senese in particolare (basta vedere il riferimento evidente alla chiesapalazzo di Orsanmichele nel trattamento delle trifore della parte bassa) ma comunque non sono estranei la cultura e gli influssi del romanico abruzzese.

Gli spigoli dell’ottagono di base si risolvono in nicchie lobate contenenti immagini di santi ed angeli ed elevantisi con alte guglie. Il disegno delle colonnine, a torciglione nella base, si risolve in maniera più semplice nella parte superiore ove inoltre le nicchie angolari si sviluppano in guglie di forma semicircolare.

Tutta la composizione, ricca di rosoni, aperture, croci, guglie e nicchie realizzate a traforo di raffinata fattura, si chiude nella parte superiore con una copertura piramidale a squame su cui si erge la figura di un personaggio in divisa di guerriero secondo la foggia tardo trecentesca.

La statuetta, forse inserita successivamente ed all’epoca dell’acquisto, rappresenta S. Nicandro. È realizzata con il gusto delicato della esecuzione in miniatura.

Ricercati i pendagli al di sotto della cintura, l’elmo e le ginocchiere. Interessanti sono gli smalti della base, sebbene molto rovinati, ove ancora una volta non si può fare a meno di riferirsi alla scuola toscana.

Il campanile
Ove attualmente è situato il Seminario e, più precisamente, sul lato che affaccia su corso Marcelli, una volta era posta la chiesa di S. Paolo, ancora esistente ai tempi del Ciarlanti.

A questi dobbiamo attribuire la prima descrizione, fatta nel 1649, del campanile che contemporaneamente serviva le due chiese:
“D’altra parte sta la chiesa di S. Paolo Apostolo, prebenda Archipresbiteriale, posta sopra grossi travertini del medesimo lavoro ed ordine, e tra ambedue sta solo la pubblica strada che la divide coll’alto e grande campanile fondato sopra li detti travertini di ambedue, sotto del quale è necessario passare”.

Ed inoltre:
Vi sta il campanile congiunto collo stesso lavoro fondato sopra archi a volte di resti antichi e perciò si giudica sia stato risarcito in questo modo dopo il tempo delle stesse rovine insieme con la chiesa e dopo fu alzato da monsignor Numaio in quella forma che oggi si vede“.

Nel 1744 il Vetromile, come abbiamo visto, aggiungeva: “ … tra le quali cappelle vi sono due porte; per la prima si va al campanile di detta chiesa, situato sopra la strada principale di detta città, che forma un supportico sotto di esso, nel quale campanile vi sono quattro campane due grandi e due picciole, col comodo dell’orologio, ch’è dell’Università” .
Una descrizione molto più precisa si ricava dallo scritto di Pasquale Fortini in cui riferisce sui danni del terremoto del 1805:
Questo campanile è di ordine gotico, e sotto il di lui maestro passa la pubblica strada o sia piazza. Egli è quadrato di struttura, distribuito in quattr’ordini, la fabbrica dell’arco maestro è tutta di pezzi lavorati a scalpello. Sulla sommità eravi l’oriuolo pubblico a quarti, ed ore, che fu rovesciato. Di sotto erano tre piccioli archi, l’uno verso gli Apruzzi, l’altro verso Napoli. E questi sostenevano due ben grandi campane, e ‘l terzo un’altra mediocre campana, che guardava l’oriente. La campana sita nell’arco verso gli Abruzzi, essendosi rotto l’arco di sostegno cascò, e fortunatamente restò conficcata in mezo all’arco sottoposto dell’ordine inferiore, giacche egualmente l’è costrutto. Le altre due campane restarono nel loro posto. Gli ultimi due ordini di esso campanile hanno di molto patito, ma l’arco maestro suddetto, e l’ordine sovrapposto sono intatti quasi“.
Il campanile dunque nel 1805 già era diviso in quattro “ordini”, corrispondenti ai quattro piani oggi esistenti ed evidenziati dalle semplici cornici in pietra.

È da ritenere che il piano più alto, con le modifiche apportatevi con i restauri ottocenteschi e con quelli più recenti, sia la parte realizzata o dal vescovo Cristofaro Numaio (1522-1524) o dall’altro omonimo, suo nipote, Antonio Numaio che gli successe nel 1524 e che resse la Cattedra isernina fino al 1567.

La parte inferiore, sia pure con quelle inevitabili trasformazioni avvenute nel tempo, dovrebbe coincidere con la ricostruzione della chiesa trecentesca con il periodo cioè in cui la città si riconosce definitivamente nel perimetro murario duecentesco.
Si può supporre dunque che sia stato proprio il terremoto del 1349 l’occasione determinante per ribaltare l’orientamento della cattedrale per adeguarla alle esigenze urbanistiche sopraggiunte, come quella di affacciarsi direttamente sulla piazza del mercato; anzi l’erezione del campanile può anche essere simbolicamente interpretata come una riappropriazione della preminenza psicologica sulla struttura urbana che con gli interventi francescani in qualche modo si era polarizzata sulle. chiese di S. Francesco e S. Chiara.

Il suo porsi a cavallo dell’asse principale della città non può infatti essere interpretato solo come risultato della esigenza pratica di servire contemporaneamente le due chiese di S. Pietro e S. Paolo, ma rappresenta la ridefinizione di un asse trasversale che incrociandosi con corso Marcelli riattribuisce al vescovo la centralità del suo potere.

Nota:
E scavando scavando si sono liberati anche alcuni ambienti sotterranei che, destinati una volta a raccogliere i resti mortali di vescovi e chierici in attesa del Giudizio di Dio, ora sono divenuti luoghi di suggestivo raccoglimento. In uno di essi sta immobile l’immagine antica, forse trecentesca, della Madonna del Piede, che deriva il suo nome dalla chiesa rupestre i cui resti ancora sopravvivono in agro di Longano.
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E’ un’immagine lignea straordinaria che Ada Trombetta osservò come una sarta avrebbe osservato una madre-regina dopo averle cucito il più bello degli abiti: “Rivela una delicatezza d’espressione ed uno slancio della figura ottenute scolpendo un busto sottile e portato leggermente indietro, un abito che scivola elegantemente sul corpo, un drappeggio del mantello che fascia quasi le spalle e poi le ginocchia, formando pieghe morbide e a larghe pause. Parte di queste sono state lavorate separatamente su pannelli e solo in un secondo momento avvitate al blocco con tale perizia da non farli sembrare aggiunti. La Madonna siede su un trono senza spalliera, inciso a disegno geometrico, solleva le braccia per benedire e reggere Gesù, poggiato sul suo grembo, ma proteso in avanti con movimento insolito, ardito e disinvolto. Tutto è gotico in essa dall’impianto generale ai più piccoli particolari, che si colgono ancora nel velo corto che le copre la testa e ricade con i capelli sciolti ai lati del collo flessuoso, nel viso ovale, negli occhi oblunghi, nelle labbra piccole e nelle dita affusolate. Il leggero strabismo nello sguardo crea ieraticità, il sorriso misterioso dolcezza infinita; l’abito lento non nasconde le forme femminili e lascia intravedere i seni, segnati esteriormente da due fiorellini”.

Aggiunta:
Successivamente a questo scritto è stato pubblicato il volume di Enza Zullo, La Cattedrale di Isernia (Formia 1996) dove si approfondiscono gli aspetti relativi alle variazioni architettoniche. E. Zullo sostiene che l’inversione della basilica cristiana sarebbe avvenuta nell’XI secolo al tempo dell’abate Desiderio e non nel XIV secolo come da me originariamente proposto. L’ipotesi è sostenibile.
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Più recentemente è stato pubblicato un volume sulle cattedrali di Isernia e Venafro (AA. VV. Le Cattedrali di Isernia e Venafro, Isernia 2000) nel quale sono riportate ipotesi ricostruttive dell’alzato del tempio latino per opera di Arianna De Rose e Giuseppe Marasco.
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1 Commento

  1. Leonardocuccia 17 maggio 2017 at 15:30

    Bellissimo grazie

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