Franco Valente

Castelmauro. Una pietra capovolta ricorda Giambattista Lomellino, un vescovo che si portava dietro una icona bizantina.

Castelmauro

Castelmauro. Una pietra capovolta ricorda Giambattista Lomellino, un vescovo che si portava dietro una icona bizantina.

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La Madonna della Luce di Marcos Batha
Il 2 maggio 1577 il padre domenicano Serafino Razzi  passava per Isernia e annotava nel suo diario di viaggio: Visitai in questo dì Monsignor Giovambattista Lomellino, Vescovo, il quale mi mandò a donare una lepre e la ci godemmo co’ questi nostri padri.

Monsignor Giovanni Battista Lomellino allora era vescovo di Isernia e ci ha lasciato una importante testimonianza autobiografica dove, tra le altre cose, racconta la storia di una icona bizantina che sarebbe appartenuta alla sua famiglia.

In sintesi egli riferisce che il padre Pietro, genovese di nascita, insieme alla moglie Argentea nel 1522 risiedeva a Rodi che il 24 dicembre di quell’anno veniva assalita dai Turchi. Mentre con la famiglia fuggiva dall’isola, Pietro si sarebbe preoccupato di mettere in salvo l’icona della Madonna che era venerata nell’isola di Leros, per evitare che venisse profanata dagli invasori.

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La chiesa di S. Leonardo a Castelmauro
I Lomellino si trasferirono a Candia e da quell’isola si spostarono a Messina nel 1528, anno in cui nasceva il nostro Giambattista. All’età di undici anni, insieme al fratello maggiore Giacomo, fu mandato a Roma a studiare ospite dello zio Antonio Lomellino, protonotario, per diventare ambedue sacerdoti. Mentre Giambattista veniva fatto Referendario della Segnatura nel 1561, il fratello Giacomo era nominato vescovo di Guardialfiera nel Molise.

 

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La cattedrale di Guardialfiera

 

Quando Giacomo dal Molise fu fatto vescovo di Mazara, per diventare poi vescovo di Palermo, Giambattista prese il suo posto mantenendo la diocesi di Guardialfiera dal 1562 al 1567. Come vescovo “guardiense” partecipò al Concilio di Trento fino alla conclusione avvenuta nel 1563.

Nel 1567 fu trasferito a Isernia a reggere la diocesi e, secondo il suo racconto, si sarebbe portato dietro l’icona della Madonna della Luce per farla sistemare in una cappella a lato della sagrestia della Cattedrale disponendo una particolare venerazione per il 15 agosto di ogni anno.

Non so se il racconto di Lomellino sul presunto salvataggio dell’icona da parte del padre sia veritiero. Io ne dubito. Sicuramente, però, comunque siano andate le cose, l’icona se l’è portata o lui o il fratello Giacomo, da Messina a Roma, e poi a Guardialfiera.

Se è vero (come è vero) che quando si trasferì a Isernia Giambattista Lomellino fece realizzare una apposita cappella all’interno della cattedrale, devo presumere che altrettanto abbia fatto nella sua precedente sede episcopale di Guardialfiera.

Ma c’é un particolare non trascurabile. Nella cattedrale di Guardialfiera non ho travato un benché minimo riferimento alla sua presenza vescovile. Egli è citato in una interpolazione nella cronotassi manoscritta dei vescovi guardiensi dove si ribadisce che egli abbia partecipato al Concilio di Trento. Nulla di più.

 

CastelmauroS.Leonardo

 

Invece a Castelmauro proprio una pietra che si trova capovolta sul portale della chiesa madre di S. Leonardo mi fa immaginare che Giambattista Lomellino abbia avuto una particolare predilezione per quel luogo e sia intervenuto nella realizzazione di qualcosa di cui non rimane traccia se non nell’epigrafe poi rimurata in occasione delle trasformazioni avvenute agli inizi del XVIII secolo, quando vescovo di Guardialfiera, nella cui circoscrizione diocesana era compreso Castelmauro, era il beneventano Giovannandrea Moscarelli.

 

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Così si legge nell’epigrafe che egli fece apporre sul portale in occasione del rifacimento della chiesa:
A.D. MDCCXVI
SVB PRAESVLAT
ILL.mi ET REVdmi D.M
IOANNES.ANDREA
MOSCARELLI
EPS

Ovvero:  Nell’anno del Signore 1716, mentre era presule l’illustrissimo e reverendissimo Signore Giovanni Andrea Moscarelli, Vescovo.

Sappiamo che Moscarelli fu vescovo di Guardia per due decenni, dal 13 giugno 1703 al 30 dicembre 1723.

 

Castelmauro

Dunque fu il vescovo Moscarelli a decidere di far murare, ma capovolta, la pietra di cui stiamo parlando e che reca questa brevissima epigrafe
I . B . L . 1566
Le lettere puntate sono evidentemente  l’acronimo di IOANNES BAPTISTA LOMELLINO, che in quell’anno era appunto vescovo di Guardialfiera.

Sotto vi è uno scudo a testa di cavallo sormontato da una mitra con due infule.

Le insegne araldiche sono molto rovinate ma si riconosce comunque la troncatura del campo essendo lo stemma dei Lomellino costituito da uno scudo troncato di rosso e di oro.

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Lo stemma dei Lomellino
La pietra ha una forma triangolare con un ricciolo frontale in basso. Il che non è sufficiente per capire quale fosse la sua funzione originaria.

Rimane il mistero della collocazione attuale in posizione capovolta. Certamente la cosa non si può addebitare a un improbabile analfabetismo o imperizia del mastro muratore. La particolare collocazione, al disopra della pietra che riconduce la committenza delle trasformazioni settecentesche al vescovo Moscarelli, deve necessariamente far pensare a una motivazione che non conosciamo.

La posizione capovolta di epigrafi romane erratiche o comunque provenienti da edifici romani in epoca medioevale è fatto consueto. I centri antichi di origini romane ne sono pieni. Quasi sempre tradiscono la volontà di conservare la testimonianza storica di ciò che è raccontato evidenziando che il significato è ormai superato.
Nel nostro caso si tratta di una scelta sicuramente ragionata.

A pochi chilometri da Castelmauro abbiamo un esempio particolarmente significativo per affermare che l’apposizione di un simbolo in posizione capovolta assume il significato ideologico della negazione.

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Lo stemma di Paolo di Sangro a Civitacampomarano con i gigli capovolti

E’ il caso delle insegne araldiche di Paolo di Sangro poste sul portale del Castello di Civitacampomarano  nel 1442 all’indomani del suo passaggio dalla parte angioina a quella aragonese con il ben noto tradimento durante la battaglia di Sessano quando lasciò le fila di Antonio Caldora per entrare in quelle di Alfonso d’Aragona.

L’insegna di Paolo di Sangro è sormontata dal drago di Aragona che regge i gigli angioini a testa in giù in segno di disprezzo della fazione della quale faceva prima parte.

Quale è, dunque, il motivo del capovolgimento di una pietra che continua a mostrare comunque le insegne del vescovo Lomellino, del suo stemma e della data originale?

Non è da escludere che ciò sia stato determinato da una polemica di natura devozionale per aver il vescovo privato la comunità di un riferimento cultuale che sicuramente si era in qualche modo consolidato nei confronti dell’icona che, per quanto di appartenenza familiare, era diventata un riferimento religioso del popolo diocesano.

 

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L’icona si trova oggi nella cattedrale di Isernia ed è oggetto di culto ormai da mezzo millennio. Si tratta di una tavola di particolare pregio non solo per il fatto che conosciamo precisamente chi ne sia stato l’autore grazie alla firma che ne attesta la paternità, ma anche per l’equilibrio della composizione che è inquadrata in un rettangolo in cui, assunta come unità la sua base, si ha un’altezza pari alla radice quadrata di due.

Lo scrissi nel 1990 (Almanacco del Molise 1990) quando si riteneva che l’autore dell’icona, non ancora restaurata, fosse Marcos Basilio.

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Ultimamente con il restauro si è definitivamente potuta leggere la firma che, menomata nelle ultime lettere, appartiene sicuramente a Marcos Batha, di cui si sa che era nato nel 1498 a Candia (Creta) e che dopo varie peripezie operò a Venezia almeno dal giugno del 1538.

Credo che l’aver conosciuto quale sia il luogo di nascita dell’autore dell’icona ci costringa a ritenere fantasiosa la ricostruzione del salvataggio da parte del padre di Lomellino dal santuario di  Leros  e ritenere più plausibile che egli l’abbia avuta direttamente da Marcos Batha nel periodo di permanenza nell’isola di Candia prima di trasferirsi a Messina.

Per sapere di più della Madonna della Luce di Marcos Batha rinvio al pregevole saggio di Ulderico Iorillo, la cui sintesi è pubblicata in Archeo-Molise di gennaio 2010:
http://www.archeomolise.it/arte/10527-l%E2%80%99icona-della-madonna-della-luce-nella-cattedrale-di-isernia.html

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1 Commento

  1. carmelo fatica 16 marzo 2016 at 22:08

    Il tracciato geometrico del perimetro del dipinto, nella sua semplicità non cade nella banalità. L’altezza del rettangolo, ottenuta dalla diagonale del quadrato ha una sua ben precisa funzione. Essa disegna, simbolicamente, con la base unitaria del quadrato la GERUSALEMME TERRESTRE, poiché individua, con la diagonale del rettangolino soprastante il quadrato, l’angolo dell’eclittica terrestre, pari a 22° 30′, valore accettato nell’antichità. La Madonna, quindi, conferma la Tradizione cristiana, che vuole la chiesa in cui è alloggiato il quadro, quale sede della Gerusalemme terrestre. E poi, il lato superiore del quadrato, attraversa la bocca della Madonna; questo indica il rapporto che vi è fra la Gerusalemme celeste, il quadrato di partenza, e la Gerusalemme terrestre, cioè il Verbo di Dio. Mi fermo qui per non annoiare, però, perdonami Franco, le linee rosse dell’altro tracciato ritengo siano insignificanti ai fini della comprensione della “geometria segreta” del dipinto.

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