Il portale di Paolo di Sangro nel Castello di Civitacampomarano

Il portale di Paolo di Sangro nel Castello di Civitacampomarano

di Franco Valente, Castelli, rocche e cinte fortificate del Molise. (Volume in preparazione) (Con preghiera di citare la fonte in caso di utilizzazione del testo per motivi di studio. Questo articolo è protetto da diritti Creative Commons)

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E’ incredibile che monumenti di straordinaria importanza, se non altro per la loro imponenza architettonica come il Castello di Civitacampomarano, siano pressoché privi di documenti epigrafici e di archivio che in qualche modo possano permettere una ricostruzione certa della loro storia.
Tuttavia, utilizzando quelle rare citazioni che sono sopravvissute alle ingiurie del tempo, è possibile perlomeno tentare una ricostruzione attendibile, o comunque significativa e per grosse linee, dei fatti più importanti.
Certamente uno degli elementi di particolare interesse per stabilire una data certa per questo castello, che è tra i più belli della regione, è lo stemma posto sul portale catalano situato sul lato orientale del castello a conclusione della gradonata che permette l’accesso alla corte interna.
Sul carattere catalano del portale tornerò più avanti. Per prima cosa, invece, mi sembra utile cercare di capire qualcosa di più analizzando il blasone che lo sormonta.
Si tratta delle insegne della famiglia di Sangro e più precisamente dello stemma che Paolo di Sangro fece apporre nel periodo in cui fu titolare del feudo di Civitacampomarano per essere passato nel 1442 al servizio di Alfonso I d’Aragona durante la storica battaglia di Sessano dove consegnò alla storia un’immagine poco edificante della sua persona.
E’ uno stemma che presenta alcuni particolari che ci aiutano a capire cosa fosse accaduto in quegli anni nel Regno di Napoli e quali conseguenze avesse determinato la clamorosa sconfitta della famiglia angioina.

 

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Lo stemma di Paolo di Sangro ed il drago alato che regge i gigli angioini capovolti

Lo scudo centrale contiene lo stemma dei di Sangro che è costituito da tre bande di azzurro in campo di oro.
Fin qui nulla di particolare. A noi, però, interessa di più la parte esterna allo scudo perché contiene alcuni particolari degni di attenzione.
Così si esprime il Masciotta nel ricordare l’episodio di Sessano quando descrive il castello di Civitacampomarano: In quel frammento calcareo il profano non vede altro che un rozzo blasone logorato dal tempo e dagli insetti roditori delle rovine edilizie: lo storico ne avverte il contenuto ideale, e in quei gigli – così raffigurati il domani stesso del tradimento vilissimo – riconosce un documento fra i più espressivi e tangibili della morale politica del secolo XV. Quel sasso grossolanamente scolpito ricorda a noi, tardi nepoti, la venalità perfida delle armi di ventura, la quale il Segretario fiorentino flagellò nelle pagine eterne del Principe.
Il primo particolare che richiama il nostro interesse, forse il più importante per dare una collocazione temporale precisa, è il nome del titolare del feudo PAULUS DE SA(ngro) che appare inciso e diviso in due parti ai lati dello scudo.
Il secondo, invece di carattere simbolico, è il grande drago alato che regge tra gli artigli due gigli francesi capovolti.
Sono elementi il cui significato si può capire solo se ci spostiamo a vedere cosa era accaduto qualche anno prima nel Regno di Napoli.
Il Paolo che si firma sull’ingresso del castello apparteneva alla potente famiglia dei di Sangro e fu uno dei più rinomati capitani di ventura cresciuti nella scuola di Jacopo Caldora.
Tra i compagni d’arme, oltre Raimondo Caldora ed Antonio, rispettivamente fratello e figlio di Jacopo, egli ebbe Lionello Crocciamura (Accloccamura), Nicolò e Carlo di Campobasso, Matteo di Capua, Francesco di Montagano, Raimondo d’Annecchino, Luigi Torto e Ricciardo d’Ortona.
Sebbene non si conosca l’anno preciso della sua nascita, probabilmente Paolo venne alla luce nella prima decade del XV secolo.
Proprio per la sua passione per le armi gran parte delle sua vita militare si intrecciò con quella di Jacopo Caldora nella cui cavalleria militò inizialmente prendendo le parti della famiglia angioina. Comunque vi restò fino a quando accettò il denaro di Alfonso d’Aragona nel 1436 a Capua per combattere proprio l’esercito guidato dal Caldora.
Nel marzo del 1439, a seguito di uno dei ripetuti cambiamenti di schieramento, ritornò a servire gli Angioini nella cavalleria del Caldora.
In quella primavera Renato d’Angiò, vista la caduta di Caivano, aveva chiesto ad Jacopo di intervenire, ma questi aveva preteso che la promessa di denaro per la prestazione militare gli venisse garantita con la consegna del castello di Aversa. L’accordo venne sottoscritto e Caldora, dopo aver affidato la piazza aversana al suo capitano Santo da Maddaloni, inviò a Napoli, attraverso il territorio di Cerreto Sannita, due squadre al comando di Paolo di Sangro.
L’impresa, però, fu abbandonata da Paolo che addusse come scusa che la strada era sbarrata da forze nemiche troppo forti.
Certo è che nel novembre di quell’anno lo vediamo a Sulmona, nella cappella dei Caldora nella chiesa di S. Spirito, per assistere ai funerali del suo capitano Jacopo.
Quando Antonio Caldora prese il posto di suo padre Jacopo, Paolo di Sangro sembrò essere rimasto fedele alla fazione angioina.
Perciò nel giugno del 1440, insieme ad Antonello Reale, fratello di latte del Caldora, venne mandato in missione segreta ad Alfonso d’Aragona a trattare il passaggio dei caldoreschi nelle file aragonesi. La trattativa si concluse, ma il cambiamento di campo durò poco perché Antonio non ottenne la restituzione di alcuni castelli in Puglia che era stata posta come condizione per il passaggio nelle file aragonesi.
Paolo di Sangro fu spedito inutilmente a sollecitare ancora una volta Alfonso perché gli restituisse le terre di Puglia. Al silenzio dell’aragonese Antonio ritornò a favore di Renato d’Angiò.
Sembra che Paolo di Sangro, a questo punto, abbia seguito le decisioni di Antonio ma gli accadimenti successivi del giugno del 1442 presentano molti lati oscuri.
Accadimenti che costituiranno momenti determinanti per la storia del Regno di Napoli. Soprattutto in relazione alla storica battaglia che si consumò tra il giorno 28 giugno e quello successivo, nel giorno di S. Pietro, a Sessano nel Molise.
Di questo storico evento conosciamo molti particolari dei quali parleremo a tempo opportuno nell’ambito della ricostruzione dell’epopea di Jacopo e Antonio Caldora, ma la questione che lo collega al portale del Castello di Civitacampomarano si concentra nell’episodio del tradimento di Paolo di Sangro.
Se di tradimento si può parlare.
Alfonso d’Aragona ormai aveva in pugno Napoli e Renato d’Angiò che era assediato senza possibilità di scampo.
L’Aragonese, senza una logica apparente, lasciò Napoli e alla testa del suo esercito si diresse verso Venafro per raggiungere Carpinone dove, secondo le sue informazioni, si era asserragliato Antonio Caldora che allora godeva di un esercito di duemila cavalieri.
Angelo di Costanzo (A. DI COSTANZO, Historia del Regno di Napoli. Napoli 1735, p.433) riferisce che l’esercito di Antonio era ad una selva, che si chiama la Castagna, lontana poche miglia … Il Rè per questo passò nel piano di Sessano, e si pose tra l’esercito del Caldora, e Carpenone, per impedire il soccorso, & apena fù accampato, che comparse dalla banda di Pescolanciano l’Esercito Caldoresco, che venne audacissimamente à presentargli la battaglia.
In realtà Antonio Caldora con il suo esercito si trovava a Sprondasino, sul Verrino, tra Bagnoli e Caccavone, e perciò Alfonso decise di lasciare Carpinone per muovere contro Antonio e porre l’accampamento dall’altra parte della montagna di Carpinone, nella piana di Sessano, sulla sponda del cosiddetto Vallone di Miranda da cui ha origine il fiume Carpino.
In questo punto, naturalmente protetto alla spalle da Colle Dolce e di fronte dal fossato naturale che raccoglie le acque del Vallone di Miranda prima che confluiscano nella gola del Carpino. Il suo esercito era costituito prevalentemente da truppe siciliane e catalane.
L’esercito di Antonio mosse da Sprondasino verso il campo di Alfonso passando per Pescolanciano. Lo guidavano Paolo di Sangro che era il capitano primo d’autorità, e Giovanni Sforza con il proprio esercito.
Le truppe così schierate e divise dal Vallone non si mossero per vari giorni, fino al 28 giugno. Antonio dalla sponda sinistra del fiume teneva ferme le sue truppe osservando il nemico senza attaccare.
Alfonso che aveva deciso di prendere parte personalmente agli scontri, ritenne che quell’attesa fosse segno di debolezza e si preparò all’attacco: Il Rè ordinò in squadre il suo Esercito; ma non volsero quelli del suo consiglio che s’allontanasse dal Campo, perche era in gran prezzo, & in gran reputatione la cavalleria Caldoresca, e la Sforzesca, e però Giovan di Vintimiglia, del qual’é parlato molto sù, e ch’era in grandissima autorità co’l Rè, e l’amava più di tutti gl’altri, dubitando dell’esito della battaglia, persuase al Rè, che s’assicurasse, e si ritirasse con la sua corte in Venafro, ò vero à Capua, e lasciasse combattere l’Esercito. Il Rè sorridendo rispose, che questo era mal consiglio per voler vincere, perche in ogni esercito, che sarebbe troppo diminuire il campo con la partita sua, e per conseguenza haver manco speranza di vittoria; così movendo l’Esercito; il Caldora che havea mutato stile, e come in tempo di Rè Renato havea sempre schifato di venire à fatto d’arme, all’hora per necessità si sforzava di farlo, perche dubitava, che essendo perduta Napoli, e partito Rè Renato, il Conte Francesco non richiamasse le genti sue, & egli fosse restato solo con poca speranza di vincere; dall’altra parte il Rè con l’animo che gli dava la bona fortuna uscì dal campo per combattere, come già fece.
Alfonso, dunque, aveva deciso di condurre il primo attacco verso le linee nemiche, ma la manovra non riuscì per la pronta reazione dei soldati di Antonio che inseguirono i soldati catalani e siciliani che indietreggiavano fin nelle file che erano difese dal meglio dei capitani dell’Aragonese. La battaglia si consumava con un corpo a corpo che non faceva intravedere la prevalenza dell’uno sull’altro anche se Alfonso animava i suoi partecipando personalmente alla lotta: … dall’una parte, e dall’altra si combattio con grande sforzo, benche il Caldora senza molta fatica pose in volta l’avanti guardia, ch’era di Catalani, e Siciliani, perche la battaglia, dove stava il Rè con lo fiore de gli Baroni del Regno, e con lo conte Giacomo Piccinino, con un gran numero d’arme Bracceschi fecero tal resistenza, che ’l Caldora dopo haver travagliato molto restò vinto, e priggione, e l’Esercito suo in tal modo dissipato, che ne restarono pochi che non fossero priggioni.
Le cronache del tempo ed i commentatori di cose militari, come Agostino Nifo nel suo libro De Prophanitate, sostennero che in verità l’esito della battaglia fu determinato dal tradimento di Paolo di Sangro e dei suoi uomini che, nel momento cruciale dello scontro, passarono dalla parte del nemico gridando: Aragona, Aragona!
Giovanni Sforza, rimasto con appena 15 cavalieri, abbandonò il campo di battaglia dirigendosi verso la Marca dove si trovava suo fratello Francesco.
Antonio Caldora circondato e ridotto agli estremi, fu costretto alla resa. Sceso da cavallo si prostrò davanti ad Alfonso per baciargli il piede.
Il tradimento di Paolo di Sangro, dunque, era stato già concordato prima della battaglia sulla base di promesse di privilegi e feudi che puntualmente furono concessi all’indomani dello scontro. Tra questi Civitacampomarano ed il suo castello che gli furono assegnati.
Appare chiaro, perciò, che i gigli angioini capovolti e mantenuti dagli artigli del drago alato, dovettero essere una sorta di dichiarazione a futura memoria di definitivo assoggettamento ad Alfonso d’Aragona che ormai aveva il controllo completo del regno.
Però c’è di più. Il drago alato in realtà costituisce l’ornamento di un cimiero che si appoggia sullo scudo con lo stemma dei di Sangro.
Ma non è solamente un ornamento. Il suo significato ideologico si lega alla tradizione catalana perché il drago alato poggiato su un cimiero era rappresentato nella bandiera più antica della Catalogna. Era preso a prestito dalla tradizionale iconografia di S. Giorgio, protettore di quella regione della Spagna, che viene raffigurato proprio mentre uccide il leggendario rettile.
Più in generale nella tradizione araldica il drago alato è un attributo che si riconosce a personaggi che si erano particolarmente distinti in azioni militari.

 

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Il portale catalano di Civitacampomarano

Il carattere catalano, però, non si ritrova solo nei riferimenti araldici ed ideologici, ma anche nei caratteri stilistici della parte strutturale dell’arco.
Sebbene piuttosto semplice, la sua forma è riconducibile alla grande produzione di portali ad arco ribassato con una cornice tagliata a manubrio, che costituirà un vero e proprio marchio della presenza aragonese nell’Italia Meridionale.

 

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Il portale del giardino del castello Pandone in Venafro

 

Un tipo di portale che i baroni rimasti fedeli o definitivamente passati al servizio di Alfonso fanno a gara ad inserire nei loro castelli e nelle loro residenze più significative.
Solo per limitarci agli esempi molisani e di paesi immediatamente circostanti vale la pena ricordare che portali pressoché identici a quello di Civitacampomarano li troviamo a Venafro nel muro di cinta del giardino all’italiana del Castello dei Pandone, nel Molino della Corte alla Pescara e nel cosiddetto Palazzotto all’ingresso della grande sala equestre.

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Portale della sala equestre al Palazzotto di Venafro

Simili sono pure i portali del Casino di Caccia che i Pandone realizzarono all’interno dell’Abbazia di S. Vincenzo al Volturno da loro usurpata e nei Castelli, ugualmente dei Pandone, a Capriati al Volturno e Prata Sannita.
Tutti questi portali sicuramente hanno origine tipologica dai portali che Alfonso si affrettò a far realizzare nel conquistato Maschio Angioino subito dopo la definitiva presa del Regno affidando i lavori in massima parte al suo architetto Guglielmo Sagrera.

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Uno dei portali catalani del castello di Capriati al Volturno

Si tratta di una tipologia assolutamente particolare perché costituisce una soluzione statica intelligente alla necessità di avere varchi di una certa dimensione senza ricorrere ad architravi rettilinei di grandi dimensioni o ad archi ogivali o a tutto sesto che avrebbero avuto una inutile superficie aperta nella parte superiore.
Infatti l’uso dell’arco ribassato sicuramente è il frutto di un accurato calcolo statico che permetteva di bilanciare le spinte verticali con quelle orizzontali, superando così i problemi che i maestri gotici avevano risolto portando molto in alto il concio di chiave.
Uno dei portali che possiamo portare a riferimento per la datazione di quello di Civitacampomarano, se non altro per avere una certa sicurezza nella attribuzione del periodo, è quello di palazzo Tabassi di Sulmona dove una iscrizione su pietra riconduce l’opera a Pietro da Como che la eseguì nel 1449.

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Il portale del casino dei Pandone nell’Abbazia di S. Vincenzo

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Il portale di palazzo Tabassi a Sulmona (foto G. Pardi)

 

Questi riferimenti complessivamente ci garantiscono che non solo lo stemma, ma l’intero portale, e di conseguenza l’intero apparato murario, devono essere ricondotti alla decisione di Paolo di Sangro di trasformare radicalmente il Castello di Civitacampomarano.
Sappiamo che Paolo di Sangro dopo la battaglia di Sessano ottenne anche il feudo di Torremaggiore continuando, comunque a partecipare ad azioni militari a servizio di Alfonso d’Aragona. Alla testa di 500 cavalieri si spostò ad Orsara di Puglia e nel mese di agosto batteva a Troia Cesare da Martinengo, Vittore Rangoni e Lionello Accrocciamuro.
Antonio Caldora, che subito dopo la sconfitta di Sessano era passato al servizio dell’Aragonese, si ricongiunse a lui e lo impegnò a sollecitare il re perché Giovanni Antonio Orsini del Balzo, principe di Taranto, gli restituisse il possesso di Bari.
Solo alla fine dell’anno Alfonso, ritornato a Napoli, riusciva a prendere definitivamente Castel Nuovo, Castel Capuano e Castel dell’Ovo da cui Renato era fuggito per la Francia fin dal mese di luglio ed il 22 febbraio del 1443 percorreva trionfalmente la città per partecipare al Parlamento generale del regno.
Insieme a Paolo di Sangro era presente alla manifestazione anche Francesco Pandone che nel Parlamento veniva ufficialmente reintegrato nel possesso della città di Venafro.
A Paolo venne assegnata una prestanza di 8000 ducati per contrastare le iniziative militari di Francesco Sforza in Campania, ma nel mese di ottobre spostò il suo esercito nella Marca anconetana in aiuto di Niccolò Piccinino. Conquistò ed incendiò Torre S. Patrizio, poi prese Monte Urano e S. Elpidio a Mare, ma nel mese di dicembre fu costretto a fermarsi perché gli mancarono denaro e rifornimenti.
Richiamato nel regno nell’agosto del 1444, fu a capo di 1000 cavalieri per contrastare una rivolta in Calabria sollevata da Antonio Ventimiglia, marchese di Crotone. A dicembre si spostò a Macerata insieme a Giacomo Montagano.
Nel 1447 fu presente alla rassegna dell’esercito aragonese a Monterotondo e nel giugno del seguente anno 1448 fu inviato a Piombino contro Rinaldo Orsini. Per quella spedizione disponeva di 2500 cavalieri.
Il 1 novembre del 1450 Paolo sicuramente si trovava nel Castello di Civitacampomarano, in quadam camera dicti castri a latere sale ipsis versus septentrionem, per sottoscrivere il contratto di matrimonio di sua figlia Altabella con il conte Cola di Monforte.
Intanto il suo esercito diventava sempre più potente e nel 1452 portò le sue forze contro i fiorentini insieme a Giovanni Ventimiglia e Carlo di Campobasso. Ai suoi ordini erano 6000 cavalieri e 4000 fanti.
Firmata il 9 aprile 1454 la pace di Lodi che metteva fine a mezzo secolo di lotte tra Milano e Venezia fu contattato da Diotisalvi Neroni che, inviato dai Fiorentini, gli offriva il bastone di capitano generale con un appannaggio di 30000 ducati. Pare che Alfonso d’Aragona gli abbia concesse i feudi di Agnone, Atessa e Sansevero in Puglia per evitare il suo passaggio nell’esercito fiorentino
Non si conosce esattamente la data della morte di Paolo di Sangro. Secondo alcuni sarebbe morto in uno scontro ulteriore con i Fiorentini nel 1454. Secondo altri sarebbe invece morto nel 1460.

Bibliografia essenziale

CIVERRA,DE BENEDITTIS,MUSTILLO,TUBITO, Il Castello di Civitacampomarano, Campobasso 2007

G.B. MASCIOTTA, Il Molise dalle origini ai nostri giorni (IV), Cava dei Tirreni 1952

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Commenti

Una risposta a “Il portale di Paolo di Sangro nel Castello di Civitacampomarano”

  1. […] capitano Antonio Caldora per passare durante lo scontro nel campo avversario (per la vicenda vedi: http://www.francovalente.it/?p=627 […]

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