Ho il privilegio di conservare tutti i files delle memorie che Pinuccio Pansini, magistrato e scrittore, conservava nel suo computer.
Mi sono stati consegnati da Paola e dai figli Ludovica, Luigi, Roberta e Valeria. In parte sono stati pubblicati su un volume che la famiglia ha fatto stampare in copie limitatissime e che circolano solo tra parenti ed amici sotto il titolo di AVALOS che era il nome del titolare del Palazzotto in largo Trento e Trieste, nella parte antica di Isernia e dove egli abitò da ragazzo.
Su questo blog ogni tanto pubblicherò qualche pezzo.
Sono convinto che Pinuccio ne sarà contento….
PINUCCIO PANSINI
ACTUAL 96
E’ morto ultraottantenne oggi, dopo una vita proba, dedicata al lavoro e alla famiglia e, al funerale, a ricordo dei servigi resi anche alla Patria, la banda degli Alpini ha suonato la marcia funebre di Chopin. E’ morto anche in questi giorni un tal Michele, ne ignoro il cognome, credo trentatreenne, detto Michel e, con sospetto vezzeggiativo, Michu.
E’ morto di Aids.
Michel era un efebo professionista: si prostituiva in amori omosessuali ad una vasta clientela internazionale. Al suo funerale, qui nel suo paese d’origine, c’era pochissima gente; non hanno messo neppure i manifesti; ovviamente non c’era nessuna banda militare.
Tuttavia è sostenibile la tesi che Michel sia stato un eroe, se per eroe s’intende chi è suscettivo di racconto mitico, sia pure di tono minore e di ambito circoscritto. Giacché Michel si prostituì non per guadagnare soldi, ma per scoprire il mondo.
Uscito da modestissima famiglia, partì molto giovane e si racconta che la sua carriera si sia svolta prima a Montecarlo e poi sulle rive dei laghi della Svizzera francese, Losanna o Montreux, non si sa bene.
Non aveva ritegno a tornare qui, nella sua terra, e quando ritornava, d’estate per un paio di mesi, non soltanto non dissimulava la sua vita, così com’era, là nelle aristocratiche località dove il suo fosco fascino gli consentiva di vivere, ma anzi la ostentava, sfacciatamente, dicevano i benpensanti, con fanciullesca ingenuità, dicevano altri: e dietro le sue grandi macchine americane anni ‘50, decappottate, alla cui guida si vedeva scivolare lentamente per il corso cittadino; dietro la sfarzosa ed immaginosa eleganza del suo abbigliamento, gli anelli alle dita sinuose, i foulards variopinti al suo collo di cigno, i jeans fascianti sulle tenerissime natiche, dietro tutto ciò, e nelle allusioni in cui sapientemente amplificava i suoi racconti, s’intravedevano anziani gentiluomini di bianchissima carnagione, macerati da sofisticate perversioni ed insieme da solitudini mitteleuropee, di sconfinate possibilità economiche e, tramite queste, ecco i loggiati di hôtels di lusso, gli arcuati palmizi su piscine di zaffiro, i lucidi impiantiti di yacht; cocktails e long-drinks dagli smaglianti colori, parole sospirate in idiomi stranieri… e dietro, più dietro ancora, la casaccia nel vicolo dov’eri cresciuto bambino e l’onesto e misero lavoro di tuo padre, operaio.
Nei primi tempi della tua malattia, una volta tornasti, non d’estate, ma in pieno inverno.
Era caduta la neve quella mattina, e poi gravò una nebbia fittissima. C’era un silenzio assoluto per le strade: non una macchina, i marciapiedi deserti. E in fondo alla strada, prendendo forma a poco a poco da quella chiarità indistinta che era la neve e la nebbia, avanzava rapido e danzante, in una danza che era il silenzio dei mondi estinti, in un volo leggero e come su musiche soltanto pensate, un inverosimile, assurdo pattinatore, lì, al centro della strada, padrone di essa e di tutto, ed eri tu, levità ed armonia fatta di grigio e di fluente silenzio, e in quel remigare ritmico e leggero, passandomi davanti con lo sguardo lontano ma assorto, a poco a poco svanivi nell’uniforme vacuità dello stradone…


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