In memoria di Francesco Casale

In memoria di Francesco Casale
29 luglio 2013

FrancescoCasale

A Francesco Casale piaceva leggere. Un momento prima della chiusura della bara gli ho messo accanto un libro con questa dedica: Francesco, che questo libro ti faccia compagnia nel tuo lungo viaggio verso la luce…

E’ semplice dire che Francesco sia morto di infarto. Ma a volte un infarto può essere la conseguenza di un gesto eroico. E non sempre un gesto eroico si conclude in un attimo.
Francesco è stato un eroe come lo sono migliaia, milioni di giovani condannati ad essere eternamente giovani perché la politica se ne fotte dei loro problemi.

Francesco è appartenuto a una famiglia borghese, dal passato nobile, vissuta in una casa popolare di tre stanze perché non sempre un grande passato costituisce la premessa per un grande futuro.

Francesco a tre esami dalla laurea in architettura decise, per quella serie di contingenze familiari come la perdita del padre che qualcuno chiama malasorte, di lasciar perdere per dedicarsi al giornalismo.

Giornalista nella regione sbagliata.

Non si era mai voluto rassegnare al triste detto che il Molise stanca l’eroe. Con l’aggravante che era convinto che nella vita bastasse essere signori per progredire nel mestiere.

Non l’ho mai sentito essere rude o superficiale nelle centinaia di trasmissioni televisive che ha condotto da maestro, fin dai primi vagiti delle televisioni regionali. Così nei servizi giornalistici sulla carta stampata. Sempre documentato sulle vicende politiche regionali e nazionali, era capace di ottenere la verità dei fatti con quella signorilità formidabile e con quella gentilezza straordinaria che metteva a loro agio gli interlocutori più impacciati o spegneva gli spiriti più arroganti.

Peraltro parlando con quell’italiano corretto che rivelava l’appartenenza alla famiglia Veneziale nella quale l’arte del parlare si è sempre intrecciata con una grande capacità di sintesi.

Francesco è stato un grande giornalista in una regione fatta molto spesso da spiriti piccoli.

A casa dei familiari non è arrivato manco un telegramma da parte di quei politici che hanno fatto pervenire i segni della loro stima solo attraverso i mass-media. Troppa fatica intellettuale scrivere uno straccio di considerazione su un pezzo di carta per ricordare chi ha fatto della comunicazione scritta un motivo di vita. Sono arrivati, invece, centinaia di post attraverso quei mezzi di comunicazione, Internet e Facebook, che per lui erano divenuti i canali privilegiati per dare e ricevere informazioni, per commentare gli avvenimenti, per dare un parere sintetico, per provocare una riflessione.

Centinaia di post, SMS, telefonate che hanno fatto sentire il calore della gente comune.

Quella che giudica senza fare proclami.

E’ troppo facile dire che Francesco è morto di infarto mentre dormiva. Con l’aggiunta della considerazione banale che almeno non ha sofferto.

Francesco è stato ucciso dalla sua personale convinzione di essere condannato a rimanere eternamente giovane in una società dove il precariato ti ammazza con la fulmineità di un infarto o con lentezza della depressione.

Egli è stato ucciso dalla fulmineità dell’infarto.

E’ stato commovente vedere decine di suoi giovani colleghi sotto casa quando ancora il catafalco domestico non era stato allestito. Vedere i loro volti, sentire i loro commenti, avvertire le loro ansie mentre aspettavano di sapere l’ora del funerale con la precisa convinzione che era scomparso uno di loro.

(La foto è di Massimo Palmieri)

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Commenti

5 risposte a “In memoria di Francesco Casale”

  1. Parole belle e giuste. Sono vicino alla tua famiglia.

  2. Mi hanno molto colpito le parole che l’arch.Valente ha dedicato a Francesco. Anch’io sono cresciuto in una casa popolare, neppure di proprietà, in affitto, da chi di alloggi popolari ne aveva disponibili ben due, a pochi metri l’uno dall’altro, senza abitarne nessuno, forse in virtù di esigenze abitative colmabili da altri. Mi sono chiesto se Francesco, come me, o altri che conosco, avesse lo stesso difetto di forza, quello che non ti porta a conseguire una laurea, quello che non ti consente di riuscire ad affrancarti, dall’essere eterno precario, come anche chi scrive. Mi chiedo se alla nostra classe sociale, quella dei tanto educati da non riuscire spontaneamente a dare del ‘tu’ o a chiamare per nome i ‘maggiori’, manchi piuttosto il gene dell’evoluzione sociale, schiacciati, come ci sentiamo, dalla malasorte di aver perso un genitore, di non avere il cognome giusto per vincere un concorso, fosse pure al comune o alla provincia, come usa da queste parti per molti omonimi di dirigenti. Il difetto di non chiedere proprio, pur con parenti possibilisti e noti. Abbiamo la pretesa di coltivare un’etica, una naturale repulsione per le segreterie, ben sapendo che la strada che imbocchiamo è piena di insidie, con mostri che si ciberanno della nostra fiducia nella vita, svelti a corrodere la possibilità di farci sentire membri di una collettività, che grassa e sazia si nutre di facilitazioni al mercato delle clientele. Abbiamo l’ostinazione, malata e debole di coltivare una libertà di nicchia, quella dei fuori-rango, non in carriera, non nel partito, non di famiglia, non di.. Mi chiedo se sia colpa nostra, di Franceschi. Dovremmo invece ammettere la nostra poca disciplina, la scarsa voglia di lavorare su noi stessi, l’incapacità di andarcene da questa regione, magari col pretesto delle vecchia madre o con la colpevole complicità di essa. L’incapacità di applicarsi ostinatamente agli studi, l’incapacità di uscire dal ghetto affettuoso dell’ex famiglia borghese, poco vocata alle attività manuali, e distante dal soldo così guadagnato. Preferiamo piuttosto osservare e scrivere degli altri, degli scalatori, sottrarci finemente alla tenzone, commentare le fatiche di questi dalla vetta opposta. A volte abbiamo cognomi noti in città, a volte sentiamo bisbigliare: – il padre/madre di questi….era…..- , ma come se tutto ciò fosse in un’altra lingua, avvenisse in un’altra galassia, anni-luce da noi. Noi continuiamo a stare dentro noi, a ingrassare, coltivando pensieri di bellezza e tristezza, nutrendo lo spirito fino a dilatarlo a dismisura, a sprofondarlo nella depressione, dato che non sempre arriva un infarto a liberarci. Io non sono giovane e non sono accorso sotto casa quando se n’è andato, non so neppure se sono uno spirito piccolo o medio, non ho conosciuto Francesco, se non attraverso il suo lavoro, e avrei scelto un libro o una poesia per salutarlo, ma spero sia stato portato via in silenzio, da mani gentili, fino al cuore della bellezza del creato, con gli eroi.

  3. Avatar Isabella Astorri
    Isabella Astorri

    Caro Franco,
    Che belle le parole con cui hai voluto ricordare tuo cognato! Che importa la latitanza dei politici? E’ l’affetto e la stima della gente comune, come me, a cui importa ricordare e rammaricarsi per questa perdita. Io non ho avuto il privilegio di conoscere personalmente questo sprito grande, forse molto solo tra tanti “spiriti piccoli” che abbondano in questa sfortunata terra.. Dalle tue parole toccanti, affettuose dolenti emerge, insieme al fraterno dolore, lo spessore di questa persona speciale, questo “eterno giovane” che non c’è più.
    Tutta la mia sincera solidarietà a tere ai tuoi cari.
    Isabella Astorri

  4. Avatar Gabriella Di Rocco
    Gabriella Di Rocco

    Caro Franco,
    io e la mia famiglia inviamo a Te e ai Tuoi cari un abbraccio grande.
    Gabriella

  5. Avatar Pietro Pistolese
    Pietro Pistolese

    Caro Franco,
    sei stato eccezionale nel descrivere nostro cugino, non mi sopprende, conoscendoti, anche se manca la sua natura riservata e lontana dai formalismi che lo ha fatto amare anche da tutti noi della sua bella famiglia.
    Con affetto.
    Pietro

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