Il sarcofago di Carpinone
Franco Valente

Da oltre 20 anni lo scempio caratterizza l’intera valle del Carpino: un enorme sarcofago ha sostituito il celebre salone del Castello Caldora.
Tra i commenti pubblicati in questo sito a proposito della ferraglia sulla basilica longobarda di S. Maria delle Monache a Isernia mi piace ripetere questo:
“Non ci posso credere, e questo orrore da dove è uscito? Sembra una scultura di Mirò uscita male (ma molto male); mai comunque come l’ala di cemento armato a vista del castello del mio paese, Carpinone. E’ incredibile con quanta ignoranza e quanto poco rispetto gli amministratori agiscono in un settore così delicato; la perdita della bellezza rispecchia pienamente la perdita di valori che stiamo subendo.”
Perciò non ho resistito alla provocazione e sono andato alla ricerca di alcune immagini del grande sarcofago che ripresi quando insieme all’arch. Peluso feci un progetto di restauro dell’importante castello del quale l’Amministrazione Comunale si sta di nuovo interessando.
A distanza di un secolo sembra attualissima la descrizione che ne fece Alfonso Perrella alla fine dell’Ottocento: Larghe sale si veggono cadute a metà; e dove un giorno re Alfonso, Giacomo, Antonio, Raimondo Caldora, e tanti altri insigni guerrieri, e dove risuonarono le loro voci e lo squillo delle belliche trombe, oggi cresce folta l’erba e strisciano le lucertole.
Anzi, a ciò si deve aggiungere l’assurda iniziativa di un imprenditore omonimo dei Caldora che, per darsi un blasone, volle comprare questo castello. Vi spese inutilmente una quantità di denaro per fare un salone in cemento armato che piuttosto potrebbe definirsi un grande sarcofago incompiuto.
Eppure in questo salone Alfonso d’Aragona si era insediato dopo aver battuto Antonio Caldora nella celebre battaglia di Sessano del 29 giugno 1442.
Così Angelo di Costanzo nel “500” descrisse la drammatica e disonorevole conclusione della vicenda: Giunti che furono a Carpenone, ch’era l’hora tarda, fu apparecchiato il desinare al Re; e poi levata la tavola, essendo intorno una corona di Signori, di Cavalieri e di Capitani, il Re disse al Caldora, che volea vedere quelle cose, che havea guadagnate in quella giornata, cioè le suppellettili, ch’erano in quel Castello, e in un momento furono portate alla sala tutte le cose più belle, e tra le altre una cascia di giusta grandezza di cristallo, dove erano ventiquattromila ducati d’oro, e oltre la cascia un numero infinito di bellissimi vasi, che i Venetiani haveano mandati a presentare a Giacomo Caldora suo padre; v’era una grande argentaria più tosto reale, che di Barone semplice, ancor che fusse grande; un canestro di gioie di gran valore; gran quantità di tapazzarie, e d’armi, e infinite cose belle e pretiose.
All’hora i circostanti stavano ad aspettare che l’Re le compartisse tra loro; quando si voltò al Caldora e gli disse: Conte la virtù è tanto cosa bella, che a mio giuditio deve ancora lodarsi, & honorarsi da i nemici, io non solo ti dono la libertà, e tutte queste cose, fuor che un vaso di cristallo, che voglio; ma ti dono ancor tutto il tuo stato antico paterno, e materno, e voglio, che appresso di me habbi sempre honorato luogo; le molte Terre che havea acquistate tuo padre in Terra d’Otranto, in Terra di Bari, in Capitanata, & in Apruzzo, non posso donarti, perché voglio restituirle ai padroni antichi, che mi hanno servito; le genti non posso darti, perché finita la guerra, voglio che ’l Regno respiri dalli alloggiamenti, e basteno le ordinarie, che tiene il Principe di Taranto Gran Contestabile del Regno. Condone a te, & a tutti gli altri della tua Famiglia, la memoria di tutte le offese, e voglio, che godono ancora li lor beni, & attendano, come son tutti valorosi ad esser quieti, e fideli, e ricordevoli di questi benefici.
Il Caldora, inginocchiato in terra, dopo haverli baciati i piedi, gli rese quelle gratie, che si poteano in parole; e perché all’ultimo il Re parea, che l’avesse notato d’infedeltà cominciò a scusarsi, e dirle ch’egli sempre hebbe pensiero, e desiderio di servire Maestà Sua; ma che da molti inimici di quella era stato avisato, che la Maestà Sua tenea tanto intenso odio, con la memoria, e col seme di Iacomo Caldora suo padre, che havea quattordici anni servito ostinatamente la parte Angioina, e per questo desiderava estirpare tutta Casa caldora, & era stata la caggione, che non era venuta a servirla, e si offerse di mostrare le lettere, e fe’ venire una cascietta di scritture; ma quel gran re in questo ancora volse imitare Giulio Cesare Dittatore, e comandò che dinante a lui si ardessero tutte le scritture.





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